Umanità Nova, numero 25 del 10 luglio 2005, Anno 85
Il profilo strategico di una élite statuale, teso a individuare sempre e comunque un nemico interno e uno esterno al fine di perpetuare la propria morsa su territori e popolazioni, rivela una mezza verità.
Rovesciando la celebre formula del generale prussiano Karl von
Clausewitz, Foucault sosteneva come la politica sia la prosecuzione
della guerra con altri mezzi, ponendola così al centro
dell'assetto costitutivo di ogni politica (in senso alto e profondo al
contempo). E in guerra, l'esatta e cruciale precisazione del nemico
implica l'elaborazione di una strategia tesa alla vittoria, una
valutazione delle opportunità tattiche che si dovessero
presentare, un calcolo di convenienza sulle alleanze più o meno
temporanee o stabili da stringere, una messa in allarme permanente
della popolazione non combattente, un asservimento più forte
perché ottenuto con la mobilitazione partecipe e consapevole
(anche ideologica o mediatica).
Tuttavia, pur in questa accezione così radicale, la politica usa
la forza ma non ne è succube, pena la scomparsa del ceto
politico resosi irrilevante a favore dello strato militare aduso a fare
guerre e ottenere conquiste da stabilizzare con la pace, ma raramente
idoneo a governare. In altri termini, lo stress che un sistema sociale
può reggere immergendosi nell'inferno bellico è per
costituzione temporaneo: i risultati di una campagna militare vanno
stabilizzati raggiungendo una pace politica che, appunto, prosegue la
guerra modificando il diagramma di condotta della società nel
suo complesso, resa stabile dopo un periodo caotico, al fine di
rilanciare se stessa, ricucire le ferite, riporre eventualmente le basi
per una ulteriore espansione, e così via.
Pur essendo una prosecuzione dell'altra, politica e guerra – così come affari economici e guerra – non sono pertanto degli opposti irriducibili e componibili sempre e comunque, specie a lungo termine, ma anzi sono coppie di una polarità che si salva nel suo insieme se alternati l'una all'altra. Le istituzioni si costruiscono in tempo di pace per essere adoperate anche in tempi di guerra, ma, come rivela il proprio nome, sono istituzioni in quanto stabilizzano politicamente, ossia realizzano la pace della politica sul disordine della guerra, pure a quella sommamente funzionale.
Quanto sin qui affermato vale per un sistema statuale che obbedisca ai requisiti di sovranità: istituzioni di un ordinamento valido nei fatti per essere poi legittimato de jure, controllo della popolazione, dei limes e delle risorse materiali e immateriali presenti nel territorio (presenti nel senso di esistenti e prodotte, sopra e sotto la terra recintata dai confini statali). La sovranità è per definizione un taglio di partizione, una ferita lacerata e aperta che si imprime sulla carne della terra e dei corpi viventi quale segno di comando e dominio. Partizione perché divide (per meglio imperare), scompone, delimita popoli, territori, comunità, aggregati microsociali (famiglie, clan, etnie, sino ad arrivare a civiltà), lingue (dopo Babele…). La partizione ne inventa la dicibilità come sistemi politici sovraordinati ai sistemi sociali, e infatti nega loro la possibilità di autogoverno ponendo un asse di significazione del dominio che riunisce ferreamente immaginario e forme di vita. Qualunque sia il regime che l'umanità abbia inventato, il dominio statuale della politica si è sempre impiantato sopra il corpo pulsante delle società.
Il taglio di partizione istituisce un dentro e un fuori. Limes, identità, cittadinanza, appartenenze di vario genere, stabiliscono l'invisibile linea di soglia oltre la quale si è altro, di volta in volta, da conoscere, riconoscere, sfidare, eliminare, assoggettare, conquistare, sterminare, integrare, digerire, respingere. Non esiste una ricetta unica di rapporto con l'altro esterno, la politica è appunto il manuale di cottura di tale rapporto mutevole e differenziato in base alle opportunità sapienti da costruire al fine di indirizzare tale rapporto verso una sua soluzione opportunistica per definizione, e quindi cangiante, effimera, contingente, ipocrita, adulativa, seduttiva, ingannatrice di ogni buona intenzione di tracciare tali segni del rapporto.
Dentro e fuori. Dentro e fuori all'interno di una scacchiera delimitata, almeno per oggi, dalla circolarità invalicabile del globo terracqueo. Al cui interno appunto la politica partisce popoli, nazioni, comunità, ecc. Un interno e un esterno che, nel modello statuale, configura simmetricamente una politica interna e una politica estera, ben distinte, luogo-matrice del profilo strategico richiamato all'inizio: la divisione per competenza nella costruzione immaginifica ma ben reale del nemico interno e del nemico esterno.
Tutto ciò implica la non saturazione dello spazio globale, in maniera tale da lasciarsi ritagliare dalle linee di partizione e da consentire il gioco del dentro e del fuori. Ossia la non identità (ma contiguità reciprocamente funzionale evidentemente) tra politica interna e politica estera.
Cosa succede quando una potenza arriva a pensarsi globale? Ovvero arriva ad aspirare alla saturazione di ogni luogo sotto il proprio dominio? Così essa smarrisce la distinzione tra interno e esterno, fra una politica estera e una interna, ad esempio tra una dimensione economica della propria sopravvivenza in rapporto ai fondamentali del proprio sistema e l'accaparramento di risorse idonee per quel fine in un mercato competitivo da piegare ai propri voleri. È quello che sta accadendo agli Stati Uniti d'America. La guerra preventiva e permanente, oltre ad essere un pallino dei neoconservatori al potere, non è una politica contingente, che svanirà l'attimo in cui i neocons perderanno il potere, così come è inesistente la vulgata ideologica secondo la quale i repubblicani sono unilaterali e i democratici liberal multilaterali (il celebre slogan "multilaterali quando possibile, unilaterali quando opportuno" è di Madeleine Albright, Segretario di stato democratica sotto la presidenza imperiale del liberal Clinton).
La guerra preventiva e duratura è strettamente legata al disegno a stelle e strisce del secolo americano: il XXI beninteso. È strettamente legata alle ambizioni di divenire potenza globale, capofila di ogni ordine mondiale, subordinando sotto i propri voleri le politiche e le economie funzionali a tale disegno. Per quanto tempo ancora, infatti, sarà possibile trainarsi come locomotiva sulle spalle altrui – l'indebitamento più alto del mondo, la raccolta di capitali esteri più ampia del mondo a cui restituire dividendi di rendita molto alti ma mai il capitale investito nella sua totalità, il deficit commerciale più imponente al mondo, la spesa militare più alta del mondo, l'arsenale bellico più pericoloso al mondo – senza scatenare una risposta di vario genere (secondo le armi a disposizione) e quindi da contenere attraverso la guerra duratura e preventiva?
La ricchezza Usa è ricchezza mondiale, non è una ricchezza prodotta dalla nazione americana, e solo attraverso la politica della forza militare sarà possibile continuare a godere i frutti delocalizzandone gli oneri. L'aspirazione alla saturazione globale di dominio planetaria comporta l'indistinzione delle politiche: tutto diviene funzionale all'aspirazione di potere, ma tale aspirazione non è di tipo morale, di volontà di potenza, ma costitutivamente connessa al peso di tale potenza nel panorama planetario. È necessario che l'elite americana si comporti così se intende mantenere gli Usa al primo posto della gerarchia mondiale assoggettando, da minoranza, la maggior parte del pianeta. Perché l'esportazione della democrazia, se presa alla lettera, dovrebbe vedere gli Usa e il mondo occidentale industrializzato, relegati in una posizione di minoranza della popolazione mondiale, e quindi obbligati a tessere alleanze con gli altri popoli, e non certo a conquistarli con vari mezzi (influenza o egemonia politica, strangolamento economico, minaccia militare, ricatto finanziario). Gli Usa hanno scelto di smentire la promessa di democrazia e di ergersi alla testa della piramide di un mondo che abbiamo sempre pensato sferico, e quindi senza nessun leader istituito di fatto e di diritto. Tale pretesa di minoranza arrogante può sperare di realizzarsi solo attraverso il ricorso duraturo e permanente alla guerra come fattore centrale che previene ogni ipotesi di dissenso di tale disegno, tanto da parte dei competitori alleati-rivali di oggi (Unione europea) e di domani (Cina), quanto di ogni dissidente statuale (Cuba) o non statuale (il terrorismo complice nella medesima logica in piccolo di dominio). Solo con la forza delle armi, una parte potrà assoggettare il tutto depredando ricchezze, corpi e cervelli, idee e risorse, piegandole funzionalmente ai propri intenti. Ma ciò segna la fine della politica, e quindi di ciò che consente alla forza statuale di reggere nel tempo. La barbarie è già tra noi, e la civiltà di guerra potrà sostituire la civiltà politica conducendoci verso la catastrofe, come del resto segnalano già i sintomi relativamente al degrado ambientale dell'ecosistema terrestre, all'abisso di pericolo di sterminio planetario con le armi miniaturizzate di distruzione di massa (gas, nucleare sporco, agenti virali).
Quale strada di uscita da tale tunnel concepire, stretti nella morsa di sopravvivenza messa a rischio per la maggior parte delle popolazioni della terra, è un compito urgente che non è possibile lasciare solo agli autori letterari di fantascienza politica. Pensare proiettati al di là della barbarie significa anticipare l'utopia in pratiche sperimentali di autogoverno che sappia coniugare locale e globale disgiungendo tanto le ingiunzioni mimetiche del primo, indotto a replicare scimmiottando esperienze forestiere (come ad esempio nei bilanci partecipati che promuovono l'integrazione dei movimenti nel cerchio fatato delle istituzioni globali indebolendo l'agire politico-sociale dei movimenti stessi), quanto le fagocitazioni paralizzanti del secondo che inducono a erigere contro-politiche su scala altrettanto globale, e quindi ingovernabile in senso di autogoverno dal basso e sperimentale.
Il ruolo dei libertari coordinati e collegati attraverso le differenze di paese, di analisi, di pratiche politiche, di tessuto sociale, disseminati nei quattro angoli della terra, potrebbe risultare rafforzato se incanalato verso un percorso di ricerca-azione in grado di declinare parallelamente critica teorica e pratica dissonante rispetto allo standard quotidiano cui spesso non siamo in grado di sottrarci, tale è la pressione all'uni-formità degli equilibri di forza vigenti nelle nostre vite.
Salvo Vaccaro