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Umanità Nova, numero 26 del 17 luglio 2005, Anno 85

Terrore, affari, dominio
Le bombe di Londra e il grande gioco dei potenti



I simultanei attentati di Londra hanno segnato un ritorno in grande stile della galassia del fondamentalismo islamico armato che utilizza questo tipo di azioni come contraltare della guerra aperta che viene combattuta in Iraq e in Afganistan. 

La scelta dell'arma del terrorismo non è casuale ma risponde alla necessità, per i combattenti islamici, di portare la guerra all'interno delle città dell'occidente per mettere in crisi l'apatica non-opposizione alla guerra nei nostri paesi. Niente di scandaloso in questo: come Falluja viene rasa al suolo dai bombardamenti americani che hanno prodotto dall'inizio dell'occupazione almeno 150.000 morti tra la popolazione civile irachena, così, in modo più spettacolare ma infinitamente meno distruttivo, una volta all'anno le città occidentali o i luoghi turistici frequentati dai flussi vacanzieri vengono colpiti da attentati che variano per la modalità ma che invariabilmente hanno come obiettivo la popolazione civile occidentale. Il gioco è fin troppo scoperto: colpire la popolazione è il mezzo principale per far comprendere agli abitanti dell'occidente che non sono al sicuro all'interno delle loro strade, delle loro case, dei loro uffici e dei loro mezzi pubblici. 

Come i bombardamenti in Iraq e Afganistan e le spedizioni punitive israeliane nei territori occupati hanno lo scopo di piegarne la popolazione e diffondere il terrore per la morte che arriva dall'alto all'improvviso, così gli attentati di Londra, Madrid, Bali e quelli che seguiranno servono a terrorizzare la popolazione delle nostre città e a diffondere una sempre maggiore insicurezza nei nostri apatici concittadini. La scommessa del fondamentalismo in questo è chiara: costringere le popolazioni dell'occidente a prendere atto di essere nel mirino vuole dire costringerle a prendere atto che permettere ai propri governanti di continuare l'aggressione al mondo arabo e islamico può voler dire lasciarci la pelle. L'esempio della Spagna dove le bombe di Madrid favorirono il disimpegno del governo Zapatero dall'Iraq è chiaramente un precedente al quale chi ha collocato le bombe a Londra si ispira.

D'altra parte far scoppiare le bombe a Londra nel mezzo del G8 che avrebbe dovuto assicurare il definitivo lancio di Blair quale uomo di governo di statura mondiale, inventore della "nuova sinistra" e "risolutore dei problemi africani", ha ottenuto il risultato di sminuire la figura del premier inglese nel suo ruolo di "volto umano" della globalizzazione anglo-americana. Oltretutto sembra che i servizi segreti di sua Maestà, celebrati in tutto il mondo quale esempio di efficienza e capacità di previsione, siano gli autori di una magra seconda solo a quella americana dell'11 settembre sulla quale, però, gravano fin da allora non pochi interrogativi sul reale svolgimento dei fatti.

Il primo ministro inglese sta provando in questi giorni a risalire la corrente negativa nella quale si è trovato immerso di colpo con discorsi centrati sulla fermezza democratica e sull'unità nazionale allargata a i milioni di islamici residenti sul suolo inglese. Questi ultimi, ovviamente, non si sono fatti pregare e stanno partecipando da protagonisti alla costruzione della "sacra unione di tutta la nazione", ottenendo spazi e visibilità negate loro da decenni. La costruzione di un immaginario nazionale e occidentale che integri al proprio interno le stesse popolazioni immigrate provenienti da culture islamiche è, d'altronde, l'unica mossa ragionevole che il premier inglese (o di qualsiasi altro paese europeo che venisse colpito da attentati simili) può tentare per evitare che il suo paese si trasformi in un campo di battaglia.

Due tendenze al fine di mantenere il dominio sull'economia mondiale

Su questo punto si deve essere chiari: esistono all'interno delle classi dominanti occidentali due tendenze di fondo finalizzate al raggiungimento dell'obiettivo del mantenimento del dominio sull'economia mondiale, e il loro intrecciarsi da' vita alle attuali politiche nei confronti del sud del mondo fatte di neocolonialismo mescolato ad apertura nei confronti delle élite ben disposte verso l'occidente e di razzismo istituzionale mescolato a forme di accoglienza selettiva nei confronti dei migranti. La prima tendenza punta al mantenimento dello status quo, consapevole che la democrazia ridotta a tecnica elettorale, il flusso incessante di merci, capitali e persone e l'indifferenzialismo culturale e religioso sono l'ambiente più favorevole al dispiegarsi della valorizzazione capitalistica e alla sua penetrazione in tutto il mondo, la seconda, davanti alla sfida posta all'occidente dalla costituzione di centri di potere che tentano di contrastare il dominio occidentale all'interno del sud del mondo e in particolare nell'area araba e islamica, punta a introdurre elementi di forte autoritarismo nelle tecniche di governo occidentali, a compattarne la popolazione rivitalizzando le esangui bandiere del cristianesimo da crociata e disciplinare in modo restrittivo l'afflusso di merci a basso costo e di lavoratori dal resto del mondo. Naturalmente non si tratta di uno scontro tra schieramenti politici ma all'interno degli stessi. Gli interessi che le due tendenze difendono sono sempre quelli del mantenimento dell'ordine capitalistico occidentale a guida americana e i sostenitori dell'una e dell'altra linea si trovano mescolati vertiginosamente all'interno della "Destra" e della "Sinistra" dei nostri paesi.

Alta finanza, terrore ed exit strategy

Questo accade perché i nodi della globalizzazione in salsa aamericana sono giunti al pettine: gli USA non riescono più a governare il mondo con il consenso silenzioso delle classi dominanti dei paesi del sud del mondo e della classe media globale, i paesi asiatici e latinoamericani trovano sempre più difficoltà a crescere economicamente davanti alla progressiva chiusura dei mercati del nord del mondo, le classi medie occidentali non legate ai circuiti finanziari sono entrate in crisi mentre la delocalizzazione produttiva ha costruito in Europa una vera e propria classe di non cittadini. Il tutto mentre nel mondo arabo e in quello islamico la cui ricchezza energetica è stata da sempre motivo del fallimento di tutti i tentativi di emancipazione dal dominio occidentale, è nata una rete che mescola alta finanza e terrore per raggiungere l'obiettivo della piena sovranità sui propri territori. 

In sintesi il mondo della globalizzazione liberale ha iniziato a d essere seriamente ingovernabile per i dominanti mondiali con gli strumenti classici usati fino ad adesso. L'invasione dell'Iraq e il Patriot Act americano sono stati i primi strumenti per avviare un nuovo ciclo aggressivo di dominio mondiale mirato ad integrare le proprie popolazioni in forma identitaria utilizzando lo stato di guerra a questi fini. Le ricadute negative di questa offensiva, sia per la difficoltà a gestire un nuovo ciclo coloniale con il controllo diretto del territorio, sia per quelle portate dal rafforzamento dei controlli polizieschi alla valorizzazione capitalistica, sia infine per l'impossibilità di gestire le migrazioni in forme esclusivamente repressive, hanno fatto sì che la tendenza più esplicitamente coloniale ed autoritaria non si sia imposta in modo esclusivo all'interno del dibattito delle classi dominanti dell'occidente e, anzi, oggi perda terreno davanti ai sostenitori di un rinnovato coinvolgimento di una parte delle élite del sud del mondo nella gestione dell'economia globale. 

In questo quadro vanno collocati sia l'annuncio di un primo ritiro di alcuni soldati italiani dall'Iraq fatto dal nostro premier e le ben più serie notizie dell'avvio di un processo di "exit strategy" da parte del governo inglese. L'occupazione dell'Iraq ha per le sue modalità e per l'esplicita intenzione di segnare un precedente di neo colonizzazione effettuata senza accordo internazionale e senza mediazione, un valore simbolico importantissimo. Allo stesso tempo è un buco nero per le finanze angloamericane ed un territorio del quale non si intuisce ancora l'avvio di una normalizzazione a due anni dall'avvio dell'occupazione. Il progressivo abbandono del territorio da parte dei governi europei come quello spagnolo, polacco ed ucraino è stato salutato positivamente dall'opinione pubblica interna e ha segnato un innalzamento della popolarità dei governanti che l'hanno realizzato e ha permesso a questi ultimi di togliere le proprie città dal mirino del braccio armato delle élite fondamentaliste islamiche. Allo stesso tempo il mantenimento se non il rafforzamento della presenza europea su di un altro teatro di crisi, l'Afganistan, ha permesso agli europei di mantenere buoni rapporti con gli USA che, non riuscendo a venire a capo dell'opposizione congiunta tra resistenti Talebani e signori della guerra scontenti della parte del bottino ricevuta da Washington, si dimostrano ben contenti di avviare un passaggio di consegne nel paese centroasiatico. Da questo punto di vista non è casuale che Berlusconi abbia annunciato l'avvio della propria Exit strategy proprio quando l'Italia si avvia ad assumere il comando della missione in Afganistan. L'Afganistan, d'altronde, non ha lo stesso valore simbolico dell'Iraq, la sua occupazione è benedetta internazionalmente e il fondamentalismo islamico sta mostrando di ritenere la guerra afgana ben meno importante di quella irachena. I problemi per i paesi europei impegnati a mantenere il controllo del paese per conto terzi dovrebbero essere assolutamente minori di quelli incontrati nell'occupazione dell'Iraq.

Verso un cambiamento di strategia degli USA?

Resta ovviamente da capire quello che sarà l'atteggiamento degli USA in Iraq nel prossimo futuro. Di fronte a una guerra destinata necessariamente alla lunga durata e al logoramento delle truppe di occupazione Washington potrebbe decidere di mutare la propria strategia nel paese. Segnali di cambiamento già si colgono nelle notizie che danno per avviati i colloqui tra esponenti della guerriglia nazionalista irachena e i vertici militari dell'occupazione. Lo scopo sarebbe evidente: integrare la componente sunnita all'interno del governo provvisorio e isolare la guerriglia islamista, costituendo allo stesso tempo un governo abbastanza saldo in tutte le zone del paese tale da permettere agli americani di abbandonare il campo, terminare la costruzione delle basi militari previste e chiudere al loro interno i propri militari delegando così agli iracheni il controllo del territorio. A questa conclusione gli USA potrebbero essere indotti non solo dai costi umani e finanziari di una guerra sempre più impopolare anche in patria, ma anche dall'esito delle elezioni iraniane che contrariamente a quanto previsto da Washington hanno premiato un deciso oppositore degli USA e non il pragmatico Rafsanjani con il quale l'amministrazione Bush pensava di poter raggiungere un accordo sulla gestione dell'Iraq. Al contrario adesso la componente sciita irachena è diventata infida e poco sicura agli occhi di Washington e questo dato comporta conseguentemente la necessità di trovare all'interno del paese un contraltare allo strapotere degli sciiti a Baghdad. D'altra parte l'indipendenza del Kurdistan iracheno è ormai nei fatti e, in questo modo, si è venuto a creare una sorta di "seconda Israele" nell'area, non araba e costituita da un popolo da sempre perseguitato dai vicini e scarsamente disponibile a trovare accordi con gli aguzzini di ieri. La naturale alleanza tra Israele e il Kurdistan e la dipendenza di entrambi dall'America per la sopravvivenza in un ambiente ostile fa anche di questo secondo paese un naturale avamposto per gli USA nell'area. In un contesto di tale genere probabilmente anche gli USA potrebbero tentare una "exit strategy" che avrebbe la conseguenza di far continuare la guerra in Iraq ma limitando le perdite ai soli iracheni che a quel punto dovrebbero prendere in mano direttamente la gestione della guerra contro il fondamentalismo islamista. L'Iraq resterebbe in fiamme ma senza fastidiosi morti americani ed occidentali, e con la continuazione del caos nel paese gli USA otterrebbero anche l'obiettivo di subordinare il comportamento di stati come Siria ed Iran ai loro interessi per evitare di essere travolti dal caos del paese vicino. Grandi manovre sono in corso ed è probabile che il prossimo futuro ci riservi se non delle sorprese delle importanti novità.

Giacomo Catrame






































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