Umanità Nova, numero 41 del 18 dicembre 2005, Anno 85
Gli ultimi avvenimenti relativi alla lotta dell'intera popolazione della Valle di Susa contro il TAV consentono qualche breve riflessione a margine della cronaca.
Nell'ultimo mese, infatti, dagli studi e dai dibattiti, dagli scontri teorici tra favorevoli e contrari al TAV, si è passati allo confronto/scontro sul terreno, in quanto i fautori del TAV hanno deciso di iniziare i lavori entro il 31 dicembre a prescindere dal consenso dei cittadini della valle di Susa.
Puntualizziamo che l'opera di cui si discute oggi, cioè un traforo ferroviario di oltre 50 km. tra Francia e Italia, deve essere realizzata da aziende private cui è stata appaltata, mentre i finanziamenti saranno pubblici, di provenienza dell'Unione Europea e nazionali. Il valore dell'opera si aggira sui 15 miliardi di euro (30 mila miliardi di vecchie lire), suscettibili di aumentare e comunque non sufficienti a coprire altre parti essenziali del tracciato.
I tempi stimati per un'opera del genere parlano di 15-20 anni di lavoro con 500 camion in circolazione quotidianamente per la valle.
Oltre agli evidenti argomenti ambientalisti (la devastazione della valle), l'opposizione al TAV si basa su argomenti economici, fondamentalmente lo squilibrio tra costo e benefici proprio alla celerità dei traffici, oltre che alla concorrenza del quasi ultimato traforo del Gottardo o alla mancanza di norme promotrici del traffico su rotaia e di penalizzazione di quello su gomma che già ora potrebbero essere promulgate con maggior utilizzo dell'attuale linea ferroviaria (fermo ora al 38% della capacità): e così via.
I livelli politici provinciale regionale e nazionale, nonché il sindaco di Torino sono in stragrande maggioranza favorevoli al TAV, descritto come opera che inserirà l'Italia nella rete del trasporto europeo: come se fino ad oggi tale legame non fosse esistito. I fautori del TAV si dicono paladini dello sviluppo e dell'interesse nazionale, di contro all'egoismo localistico e retrivo delle popolazioni della Valsusa. I fautori del TAV propugnano la necessità di grandi opere per stare al passo con i tempi. La galleria di cui si parla tra Italia e Francia o il ponte sullo stretto di Messina sono considerate indispensabili per lo sviluppo.
L'atteggiamento positivo bipartisan nei confronti delle grandi opere
si coniuga alla diretta partecipazione alle fasi di progettazione e
realizzazione delle opere stesse di imprese legate vuoi alla destra che
alla sinistra. Nella vicenda TAV sono coinvolte società legate
alla famiglia del ministro Lunardi e uno dei principali appaltatori
è la CMC di Ravenna, sigla che raccoglie cooperative edili rosse
capaci di operazioni di questo tipo, gestite quindi come vere imprese e
di dimensioni adeguate, sia dal punto di vista dei dipendenti che dei
finanziamenti mobilizzabili. Il progetto del ponte sullo stretto di
Messina ha trovato nel governo berlusconiano uno sponsor convintissimo
e Fassino si è affrettato a dire che a certe condizioni il ponte
si può fare (quali condizioni? se l'Unione vince le
elezioni?...).
Il conflitto in corso ha quindi come posta in primo luogo la gestione
del territorio e di ingentissime risorse finanziarie pubbliche:
semplificando, la posta è costituita da ricchezza collettiva.
La decisione sull'uso della ricchezza collettiva ha a che fare con un aspetto fondamentale della sovranità. Il problema su chi decida della ricchezza collettiva dice anche a chi appartenga in realtà tale ricchezza.
Come detto, sono enormi gli interessi economici in gioco, equamente distribuiti attraverso tutto l'arco costituzionale. I metodi per far digerire ai valsusini il TAV variano dalla convinzione alla costrizione: convincerli o costringerli. Con varie sfumature intermedie.
La convinzione si dovrebbe basare su argomenti sanitari e ambientali, perché, si dice, la popolazione non è informata sulla reale mancanza di rischi significativi per salute e ambiente. La convinzione dice di paternalismo e tutela. Scarseggiano gli argomenti di carattere economico, perché, da un lato, gli argomenti dei NO TAV sono troppo stringenti; dall'altra, dicono molti politici, non tocca a loro prendere decisioni con ricadute di carattere economico nazionale e oltre.
E qui ci avviciniamo al cuore della vicenda. Non riuscendo a convincere (perché in realtà non si hanno argomenti) diverse decine di migliaia di persone di tutte le età professione ceto sociale appartenenza politica e credo religioso che il TAV sia buono, si sono spedite diverse migliaia di poliziotti carabinieri finanzieri ad occupare militarmente il territorio.
In effetti il problema è proprio quello di installare i
famosi cantieri con cui iniziare i lavori di cui si parlava all'inizio.
Il problema è effettivamente chi fa che cosa su certi pezzi di
territorio con che soldi.
Sappiamo che i soldi sono pubblici, così come il territorio; le
imprese sono private, con stretti legami con il mondo politico e dei
partiti nazionali; a consentire il saccheggio della ricchezza pubblica
vengono mandati, letteralmente, battaglioni di così definiti
tutori dell'ordine.
Infatti, quel che i valsusini, avrebbero violato, sarebbe proprio la legalità. Le ditte appaltatrici avrebbero dei titoli legali ad occupare i terreni e chi lo impedisce si pone fuori dalla legalità: da qui l'intervento di chi sarebbe preposto istituzionalmente a ripristinare la legalità violata, cioè chi è autorizzato a calare il manganello.
Il ribaltamento dell'illegalità sulla popolazione da parte di un potere predatore della ricchezza pubblica e quindi illegale passa attraverso l'uso della violenza. Ai valsusini non basta avere ragione, non basta che il TAV sia chiaramente un'opera inutile e costosa, non basta aver dimostrato che con meno soldi si otterrebbe un miglioramento dell'efficienza della linea ferroviaria già esistente: il problema è che devono riuscire ad impedire che la rapina a loro danno e della ricchezza pubblica si compia.
Con ogni evidenza l'opposizione legale/illegale è artificiosa, se al fondo ci sta solo l'uso della violenza che nel suo essere esercitata delimita il campo del legale e dell'illegale. Legale ed illegale in sé non hanno alcun fondamento.
Nel giro di due giorni, il terreno di Venaus dove dovrebbe essere aperto il primo vero cantiere dell'opera è stato sgombrato a manganellate di notte da polizia e carabinieri e invaso da migliaia di manifestanti che se lo sono ripreso di giorno. Subito dopo è partita una trattativa a livello istituzionale che promette tavoli concertativi e valutazioni varie a tutela della salute, pur che l'opera comunque si faccia così come previsto. E, soprattutto, non sia turbata l'imminente Olimpiade della neve.
Su questo scenario in movimento, è intervenuta a gamba tesa la magistratura, sequestrando per esigenze probatorie (l'accertamento di reati asseritamente avvenuti quando la popolazione della Valsusa si è ripresa il terreno l'8 dicembre) il terreno e consegnandolo in custodia alla ditta che dovrebbe iniziare i lavori.
Con questo provvedimento si ha un ulteriore salto di qualità nella politica repressiva nei confronti del movimento NO TAV. La ditta incaricata dei lavori è posta sotto la diretta protezione della procura della repubblica di Torino che spudoratamente salda la sua azione a quella dei politici dell'Unione, in particolare DS, che, come ha dichiarato senza perifrasi il sindaco di Torino Chiamparino, sono ultras del TAV.
Infatti, le esigenze di indagine evidentemente non centrano nulla (bastano foto, rilievi e rapporti di servizio). Come è stato subito puntualizzato dai vertici della procura torinese (Maddalena e Laudi), il sequestro non ha alcuna influenza sullo svolgimento dei lavori. Anzi: li permette ancora di più, perché oggi chi entra nel terreno conteso commette un ulteriore reato, violando il provvedimento di sequestro; e la ditta appaltatrice LTF è nominata pure custode.
Ma non basta: è stata anche annunciata dalla procura della repubblica di Torino l'identificazione di trenta persone che avrebbero partecipato all'invasione del cantiere di Venaus l'8 dicembre; giacché la stessa procura ha annunciato di procedere per vari reati tra cui la fattispecie di devastazione e saccheggio già utilizzata per carcerare alcuni manifestanti torinesi del 18 giugno caricati dalla polizia in via Po, se ne deve dedurre che la stessa procura della repubblica di Torino abbia annunciato una trentina di arresti. E poiché già nella precedente occasione gli arresti sono stati effettuati pescando sapientemente nelle varie aree dell'antifascismo e antagonismo torinese, c'è da aspettarsi che avvenga lo stesso nei prossimi giorni, ad ulteriore riprova (se ve ne fosse ancora bisogno) della gestione tutta politica della repressione che la magistratura torinese sta effettuando. Gestione politica sia nei referenti (prima di tutto i DS) che negli obiettivi (le areee più politicizzate dell'antagonismo sociale).
La vicenda del TAV, più va a avanti, e più svela la sua vera natura, da sempre denunciata dai valsusini, di grossissimo business. È naturale che politici di ogni colore, imprese amiche e parenti, giudici appartenenti alle stesse aree politiche che maggiormente si stanno spendendo pro TAV, insomma, tutto un apparato politico-giudiziario-istituzionale si mobilitasse contro un popolo che non vuole essere depredato e che ha dimostrato con argomenti difficilmente scalfibili la pochezza della posizione avversaria.
A Berlusconi Bresso Chiamparino D'Alema Laudi Lunardi dei valsusini interessa un bel niente, come non interessa un bel niente delle risorse pubbliche che saranno sprecate (se l'opera non sarà fermata): quel che interessa loro a questo punto è che l'opera sia fatta, da un lato, perché ci sono troppi soldi in questa storia perché le buone ragioni siano ascoltate; dall'altro, perché è necessario ribadire chi comanda davvero.
La vicenda NO TAV ha infatti, tra gli altri, il merito di far cadere le tante ipocrisie di cui si ammanta la democrazia e di aver messo decine di migliaia di persone sulla strada, svegliate dal torpore rappresentativo e protagoniste del loro presente e del loro futuro. È una cosa che i politici e i giudici democratici non possono tollerare: il popolo che decide da solo?! Ma scherziamo... Che intervengano polizia e carabinieri a ristabilire la legalità democratica! Ma che si erano messi in testa quei montanari...
Simone Bisacca