testata di Umanità Nova

Umanità Nova, numero 4 del 5 febbraio 2006, Anno 86

Alitalia
Sulla pelle dei lavoratori


"Eppure in settembre, quando a scioperare furono i sindacati non confederali degli assistenti di volo, tutto il Centro-sinistra e i sindacati confederali parteciparono uniti al linciaggio verbale degli scioperanti. Dov'è la differenza? Oggi come allora un gruppo di privilegiati tiene in ostaggio una nazione intera, sono cambiate solo le forme di agitazione e le sigle confederali. C'è ormai un vasto consenso secondo cui Alitalia dovrebbe essere venduta o lasciata fallire. Ma nessun privato comprerà mai un'azienda con queste relazioni industriali. La soluzione migliore per il Paese è mandare tutti a casa e vendere gli asset, operazione sacrosanta, ma politicamente difficile"
Roberto Perotti, Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2006


L'Alitalia sta nuovamente attraversando una convulsa fase di crisi. Il 19 gennaio i sindacati confederali hanno indetto uno sciopero del personale di terra, che è stato considerato illegittimo dalla commissione di garanzia. La precettazione del Ministro dei Trasporti Lunardi è però caduta nel vuoto, lo sciopero è stato confermato sfidando le sanzioni ed è stato seguito da sei giorni di mobilitazione con assemblea permanente, presidi e picchetti, che hanno impedito il normale svolgimento del lavoro di manutenzione degli aeromobili negli hangar di Fiumicino. Per parecchi giorni consecutivi l'Alitalia ha dovuto cancellare centinaia di voli, un evento che ha portato alla perdita di circa 10 milioni di euro giornalieri per un'intera settimana. La ciliegina sulla torta per un'azienda che sta marciando sull'orlo del baratro. Cosa sta succedendo? Perché il clima si è così arroventato? C'è davvero il rischio di un fallimento?

Proveremo a rispondere a queste domande ricostruendo il recente passato ed individuando le cause scatenanti della rabbia dei lavoratori. Al momento in cui scriviamo, la situazione si è calmata, dopo un colloquio tra sindacati e governo, ma tutto è stato rinviato ad un incontro "risolutivo" con la presenza diretta dell'azienda, governata da un Cimoli sempre più traballante sulla sua poltrona. Questo incontro si terrà il 1° febbraio e porterà probabilmente alla scelta di prendere tempo, in attesa delle elezioni e delle decisioni del nuovo governo. In questa fase pre-elettorale tutti i politici, ed in particolare i candidati a sindaco per Roma (l'alleato nazionale Alemanno e l'Udc Baccini) sono particolarmente sensibili a quanto accade nel principale polo industriale dell'area. È interesse di tutti quindi rinviare le misure impopolari che si dovessero rendere necessarie per portare Alitalia ad un livello più "competitivo". Ma facciamo un passo indietro e rinfreschiamoci la memoria.

I problemi sul tappeto

I problemi di Alitalia sono noti: la concorrenza delle compagnie low-cost, il rincaro del carburante, la crisi del turismo e del trasporto aereo, la disastrosa mancanza di una strategia a lungo termine, la gestione clientelare hanno peggiorato nel tempo la debolezza strutturale della compagnia di bandiera. La continua immissione di capitali freschi da parte dello stato non è servita a correggere la rotta: si calcola che dalla quotazione ad oggi l'Alitalia sia costata al contribuente italiano qualcosa come 24 miliardi di euro, cioè circa 4 volte il dissesto del Banco di Napoli. In altre parole, in questi ultimi 10 anni, ogni dipendente Alitalia è costato all'erario circa 1.200.000 euro. Oggi l'azienda brucia 50.000 euro l'ora e ogni tentativo di risanarla si è sinora dimostrato vano. L'accordo che sembrava aver segnato un punto di svolta è stato quello siglato da sindacati e azienda il 23 settembre 2004, sottoscritto anche dal governo il 5-6 ottobre 2004. Il piano di rilancio si articolava in vari punti:

- riduzione d'organico di 3.679 persone nel triennio 2005/2007 (2490 personale di terra, 900 assistenti di volo, 289 piloti);
- scorporo dell'azienda in due tronconi: Az Fly per il personale di volo (11.900 dipendenti) e Az Service per il personale di terra (8.600 dipendenti); in Az Fly lo Stato sarebbe dovuto scendere dal 62% a meno del 50%, mentre in Az Service sarebbe dovuto scendere al 51%, cedendo il restante 49% a Fintecna per la gestione dell'attività di servizio vera e propria (manutenzione, handling aeroportuale, informatica, amministrazione);
- aumento di capitale da 2 miliardi di euro, dopo l'approvazione della Commissione UE (pericolo di impugnazione per aiuti statali a imprese pubbliche, in violazione della concorrenza).

I licenziamenti

Come spesso accade in questi casi, l'unica misura davvero "implementata" da parte dell'azienda è stata la riduzione del personale. Infatti nel corso del 2005 sono stati allontanati dall'azienda 1450 persone e si sono realizzati costi sul personale, equivalenti ad altri 650 addetti: in tutto fanno 2.100 posti di lavoro in meno (il 10%). Per gli altri capitoli le cose sono andate diversamente. L'aumento di capitale è stato molto sudato e si è concluso soltanto a dicembre 2005, per un ammontare pari alla metà della previsione (un miliardo di euro anziché due), forniti dallo Stato per la parte di sua competenza (500 milioni) e dal "mercato" per il resto (100 milioni a testa le banche incaricate, cioè Intesa e Deutsche Bank, 300 milioni gli altri azionisti, piccoli e grandi). Inoltre le banche hanno preteso che il prezzo per le nuove azioni fosse particolarmente basso (0,80 centesimi) ed il rapporto particolarmente conveniente (17 azioni ogni 9 possedute) con la conseguenza che è diventato clamorosamente evidente il deterioramento del valore reale della compagnia. In quella sede sarebbe stato possibile anche entrare a prezzi molto convenienti e si sperava che Air France/Klm (da tempo promessa sposa ad Alitalia) aderisse entusiasticamente all'aumento di capitale, salendo di peso. I francesi hanno invece preferito fare solo la propria parte, sottoscrivendo per il 2% posseduto, manifestando ulteriormente la propria diffidenza per un investimento ritenuto ben poco soddisfacente e, soprattutto, rischioso sotto ogni profilo. La cosa più grave dell'aumento di capitale, la vera scintilla deflagrante, è stata però un'altra. Per ottenere l'autorizzazione della Commissione UE e la fiducia del mercato, Cimoli ha preso un impegno che era una palese violazione degli accordi dell'autunno 2004: l'impegno di cedere la maggioranza di Az Service alla Fintecna, consegnando cioè fuori dal perimetro aziendale la quota di controllo della azienda di servizi. Gli accordi erano precisi: Az Fly avrebbe dovuto mantenere il 51% del capitale ordinario, mentre poteva cedere il 100% del capitale privilegiato (quello che consente di deliberare in assemblea straordinaria). Cimoli viola i patti con un sotterfugio: conserva il 51% dell'azienda, ma ne cede in usufrutto a Fintecna il 2%. In questo modo Fintecna sale al 51% del controllo effettivo e può giustamente pretendere il potere assoluto nella gestione operativa: l'outsourcing si completa e Az Service viene sganciata dall'azienda principale. In questo modo restano in Az Fly, dopo gli esuberi, circa 10.000 lavoratori, con un peso accresciuto dei sindacati dei piloti e degli assistenti di volo (tra cui il Sult), ed una forte diluizione di peso dei confederali. I confederali sono invece più forti nella manutenzione ed usano questo radicamento per bloccare il traffico aereo, in contrasto con le organizzazioni del personale di volo. Da qui il conflitto durissimo della seconda metà di gennaio.

Cimoli: un coerente piano di smantellamento delle garanzie sindacali

La strategia di Cimoli è coerente con un piano di smantellamento progressivo delle garanzie sindacali: la violazione degli accordi e la politica del fatto compiuto sono normali passaggi tattici nella graduale erosione del potere di controllo sindacale su organizzazione del lavoro, ritmi, turni, mansioni, e così via. Le forzature sono però dettate anche dall'emergenza e dalla disperazione. Nei primi nove mesi del 2005 la situazione contabile di Alitalia sembrava essere ritornata sostenibile, con un forte riassorbimento delle perdite del 2003 e 2004 (500 milioni di euro). Ma nell'ultimo trimestre la situazione precipita: emerge uno scostamento di circa 220 milioni di euro tra il budget ed il fatturato effettivo. In conto economico vengono a mancare 160 milioni di euro. La quota derivante dal traffico nazionale resta coerente con le previsioni, ma precipitano le quote del trasporto merci e del traffico internazionale. Per il 2006 le previsioni sono di nuovo preoccupanti: si parla di almeno 200 milioni di euro di deficit, a fronte dell'impegno di portare l'azienda in pareggio. Riparte la caccia ai risparmi, il completamento della riduzione d'organico, la necessità di coprire l'operativo voli con costi inferiori. Gli elementi straordinari che hanno sorretto la compagnia nel 2005 (un rimborso di 300 milioni di euro per il "caro carburante") non potranno essere ripetuti. Maroni e la Lega non ne vogliono più sapere di aiuti di stato alla compagnia di bandiera, né è possibile aggirare i divieti di Bruxelles. Con l'aumento di capitale, il Tesoro è sceso al 49% del capitale di Alitalia e ne ha affidato le sorti al mercato: l'azienda si deve salvare da sola, con i propri mezzi e, se necessario, sacrificando qualche pezzo.

Verso il taglio dei servizi a terra

Per una serie di motivi, questo pezzo da sacrificare è stato al momento individuato nei servizi a terra. Il principale problema nella struttura dei costi dell'azienda non è infatti il costo del lavoro, come comunemente si crede. Il rapporto tra costo del lavoro e ricavi si aggira sul 27%, inferiore al 31% di Air France e al 29,8% di Iberia. Gli handicap di Alitalia si chiamano costi di leasing, manutenzione, catering, provvigioni di vendita. Le spese di vendita contano per oltre il 13% del fatturato, mentre Ryainair spende circa l'1,5% accettando solo prenotazioni via internet. Le spese di scalo per Alitalia pesano per il 18% dei ricavi, quando Air France spende meno del 6% ed Iberia meno del 9%. È lì che l'azienda intende intervenire per ottimizzare e risparmiare, peggiorando se necessario la qualità e la sicurezza del servizio. La scelta di esternalizzare la manutenzione è in controtendenza rispetto a quello che fanno le altre grandi compagnie, che cercano di vendere i propri servizi anche alle altre aziende presenti sul mercato. La Lufthansa ha 90.000 dipendenti e 23.000 lavorano nella Lufthansa Technik, con oltre 100 clienti nel mondo. Air France ha nella sua azienda di manutenzione 10.000 dipendenti, che vendono servizi anche all'esterno. Per gli operatori con adeguata massa critica, la divisione manutenzione è fonte di profitti, anziché un peso. Alitalia invece ha altri piani: sopravvivere con una struttura leggera e mandare fuori tutto il resto. Questo è il parto della McKinsey. Dopo una impressionante serie di società di consulenza, la McKinsey guida dal 2004 il progetto Cimoli, con uno staff di 15 persone che costano 25 milioni di euro l'anno. La ricetta è chiara: tenere in azienda il nucleo duro ed espellere il resto dei servizi e delle professionalità, talvolta assai rilevanti, presenti nelle strutture di supporto. Il tutto dopo un inevitabile scontro sindacale, in cui sia possibile sconfiggere ogni ipotesi di resistenza interna, riprendere un comando dispotico sull'organizzazione del lavoro e vendere a caro prezzo i servizi esternalizzati. Per vincere questo scontro, come alla Fiat nell'80, occorre creare un clima da emergenza e da ultima spiaggia: dopo di me, il diluvio.

La solidarietà necessaria

Per opporsi a questo progetto, occorre molta fermezza e determinazione. In primo luogo, da parte dei lavoratori, che rischiano di dividersi per linee interne, in base ad appartenenze professionali e sindacali diverse. In secondo luogo, da parte del pubblico e dell'utenza, spesso esasperata dai blocchi del traffico ed incline e cedere ad atteggiamenti giustizialisti nei confronti dei "cobas", alimentati da campagne d'informazione superficiali e forcaiole. In terzo luogo, da parte delle forze sindacali e politiche, a partire dal sindacalismo di base e dalla sua capacità di costruire una solidarietà reale attorno ad una lotta spesso percepita come puramente corporativa. 

Verificheremo nei prossimi mesi se questo ennesimo banco di prova produrrà un blocco alla precarizzazione nei settori forti della geografia produttiva, o se proseguirà l'attacco vincente del capitale alle sacche di resistenza residue. 

Renato Strumia

una storiasommarioarchiviocontatticomunicaticollegamenti