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Umanità Nova, numero 10 del 19 marzo 2006, Anno 86

Decreto flussi
Il "kit" della vergogna


Questi giorni di marzo sono importanti per molti uomini e donne extracomunitari che cercano di regolarizzare la loro presenza nel nostro paese. È stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il c.d. decreto flussi, quel provvedimento amministrativo che indica il numero massimo di lavoratori che da ogni paese fuori dall'unione europea può ottenere la regolarizzazione, per questo anno.

La domanda va inoltrata attraverso gli uffici postali e va compilata su appositi moduli cui va allegata altra documentazione. Lunghe code per procurarsi il kit di carte per fare la domanda, lunghe code per presentarla: e intorno un lucroso commercio per avere il kit o per ottenere tutti i documenti, ecc. Un vero business della regolarizzazione che la dice lunga sulla struttura profonda criminogena di questa nostra società.

Infatti, l'insieme asfissiante di norme, carte bollate, documenti, code e quant'altro è fatto solo per rendere arduo, stressante, deprimente tutto l'iter della presentazione delle domande: che non si sa certo se saranno accolte.

In più, è la stessa normativa generale sullo status degli uomini e delle donne provenienti da fuori la UE, la famigerata legge Turco-Napolitano-Bossi-Fini, che spinge tanti verso la clandestinità e il circuito prima dei piccoli lager chiamati CTP e poi della galera vera e propria.

La criminalizzazione del fenomeno immigrazione è palese: si crea una normativa amministrativa e penale che mal si attaglia alla realtà; si pretende che la realtà si attagli alla norma; si sanziona e reprime la realtà, letteralmente, la si ingabbia, se non sta dentro "le regole".
La centralità della questione dell'immigrazione sta proprio nel fatto che mette a nudo la vera natura repressiva di questa società: il doppio regime giuridico cui sono sottoposti gli immigrati. Le vessazioni, le umiliazioni, le galere e i CTP non sono l'eccezione, ma la regola di chi, per decreto, viene bollato come "altro" rispetto a noi "normali".

La perdita di identità di ampi strati della nostra società snervata e rimbecillita da consumismo e pseudo democrazia rappresentativa genera il vuoto in cui l'identità pensa di riaffermarsi, di ricuperarsi, alzando un muro verso l'altrodanoi. Finché si riesce a crear barriere verso un fuori, si ha la sensazione che ci sia un dentro.

Il problema che questo dentro è il vuoto pneumatico di teste padane e rasate, nonché di una politica balbettante verso il dominio che davvero si dispiega oggi nel mondo, quello del capitale che nel nome di un qualche diopadre teocon o jhadista ara il nostro tempo e sparge sangue e morte.

Lo straniero è tale finché resta fuori dalla porta. Ospitale è chi non ha bisogno di barriere per dirsi. E proprio qui lo stato vuol far valere ancora il suo diritto di pedaggio, nell'attraversare le frontiere se si è corpi in cerca di casa pane lavoro serenità pace. Senza stati né frontiere: perché non si ha bisogno di barriere per dire la propria identità.

Simone Bisacca

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