testata di Umanità Nova

Umanità Nova, numero 13 del 9 aprile 2006, Anno 86

Scegli la libertà: rifiuta la scelta
Disertiamo le urne!


"La differenza tra una democrazia e una dittatura è che in una democrazia prima voti e poi prendi ordini, in una dittatura non devi perdere tempo a votare".
Charles Bukowsky


Non ci sono molti margini di discussione. Gli anarchici non votano e invitano a non votare.

Molto si è scritto e si è discusso sulle ragioni di questa scelta, e forse questo dibattito non avrà mai fine almeno finché esisteranno le istituzioni della democrazia rappresentativa che sul diritto-dovere del voto fondano la loro legittimità.

È sempre stato difficile spiegare la nostra opzione astensionista. In fondo, è difficile come spiegare l'Anarchia. Non perché non si abbiano le idee chiare sull'argomento, ma per il fatto che proporre un'alternativa radicale alla gestione della società e dell'esistente significa mettere in discussione dei blocchi culturali incredibilmente compatti e profondamente radicati nell'immaginario collettivo.

Scegliere la strada della libertà, dell'uguaglianza, della distruzione della gerarchia e dei rapporti autoritari tra le persone, significa rinunciare a tutte le certezze che da sempre sono state servite come rimedi ai mali del mondo, come se il potere, la sopraffazione e l'ingiustizia fossero cose che esistono da sempre e per sempre. E invece, sono prodotti umani, e come tali possono essere discussi, criticati, annientati. Ma anche solo per pensare alla possibilità di una società liberata occorre un elemento essenziale: la volontà.

Volere il cambiamento costituisce il primo passo per un'assunzione di responsabilità inedita, quella responsabilità che il potere nelle sue molteplici forme ha sempre negato alle donne e agli uomini. Concepire il potere come qualcosa di ineluttabile significa condannare gli esseri umani a un perenne stato di minorità. Nel linguaggio del potere e di chi lo detiene, nessuno è in grado di gestire la propria vita. A questo ci pensa qualcun altro, più in alto, più bravo, più preparato. Questa presunzione resta identica a se stessa anche in democrazia, quel "governo del popolo" presentato come il migliore dei governi possibili: il popolo vota i suoi rappresentanti, chi ottiene la maggioranza dei consensi governa. Dopo un certo tempo, scade il mandato e si va ad altre consultazioni. E così via.

La democrazia rappresentativa si fonda su una prevaricazione: la maggioranza ha diritto di decidere per tutti. Di per sé questo è un elemento odioso, ma ciò che più infastidisce è la pretesa di rappresentatività da parte di una ristretta cerchia di persone (la classe politica) nei confronti degli interessi collettivi. Più concretamente, i professionisti della politica si candidano alla gestione della cosa pubblica per nome e per conto degli altri. Il fatto che questo mandato sia sancito dal voto non cambia la sostanza dell'inganno: le decisioni di pochi hanno effetti sulle vite di tutti. Né si può tralasciare il fatto che i governi (democratici o non democratici), si reggono su burocrazie e apparati il cui accesso è riservato esclusivamente a un segmento minimo della società. La discriminazione tra governanti e governati si fonda su tutte le discriminazioni possibili, e la disuguaglianza è necessaria affinché ci sia qualcuno che governi per gli altri.

Negli ultimi anni, il volto autoritario della democrazia si è svelato in tutto il suo orrore. La maschera della presentabilità istituzionale è caduta di fronte a necessità impellenti: strategia della tensione globalizzata, terrorismo internazionale, guerre e conflitti per la spartizione delle risorse energetiche.

Tutte le garanzie democratiche sono state distrutte proprio dalle stesse democrazie a dimostrazione del fatto che gli ordinamenti istituzionali sono in grado di rimodellarsi a seconda delle superiori esigenze di dominio politico o economico.

Libertà di espressione, diritti civili, stato sociale non sono più delle prerogative intrinseche alle democrazie, e dopo essere state messe più volte in discussione, si avviano verso un'inquietante cancellazione. D'altronde, tutte le grandi "conquiste democratiche" furono il risultato delle lotte e dell'azione diretta dei movimenti sociali e dei lavoratori la cui strategia era improntata a cambiamenti ben più profondi e radicali di quelli consentiti dal riformismo parlamentare.

L'attualità offre spunti preziosi: la campagna elettorale per le politiche 2006 si è distinta per il suo veleno e la sua rissosità ma – a ben guardare – non emergono differenze significative nell'impostazione generale dei programmi dell'Unione e della Casa delle libertà. Non potrebbe essere altrimenti, visto che la barbarie legislativa praticata dal Centrodestra negli ultimi cinque anni in tutti i settori della vita pubblica e sociale del paese si è modellata su un canovaccio introdotto precedentemente dai governi di Centrosinistra. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: esiste una legge Biagi perché c'è stato un Pacchetto Treu; esiste una Bossi-Fini perché c'è stata una Turco-Napolitano; esiste una riforma Moratti perché c'è stata la riforma Berlinguer, e così via. Vanno inoltre ricordate le privatizzazioni nella sanità e nei trasporti, il dilagante revisionismo storico, il progressivo sdoganamento dei fascisti, la mancata legge sul conflitto di interessi, la guerra in Kosovo e altro ancora.

Sull'impresentabilità del Centrodestra, impregnato di una cultura reazionaria e autoritaria sconcertante, è inutile soffermarsi. Sono razzisti, fascisti, clericali.

Ma costoro hanno accanito strumenti e politiche già delineate dai loro predecessori.

E se a tutto questo si aggiunge la riflessione sul quadro di generale avvelenamento del dibattito pubblico costruito sulla perenne delegittimazione reciproca dei contendenti, non c'è da stare allegri. Come si può dar credito a questi loschi figuri che si candidano alla gestione delle nostre vite?

Cosa vogliono gli anarchici, allora? Vogliono darci un taglio, smetterla con tutto questo.

L'astensionismo anarchico è rivoluzionario nel presente e in prospettiva: è il primo passo per quell'assunzione di responsabilità che nasce dalla volontà di cambiare le cose realmente, senza infingimenti.
Astenersi dal voto significa rifiutare la logica della delega, del "tanto peggio, tanto meglio", della rassegnazione a un mondo fatto di padroni, padrini e amici degli amici. Disertare le urne è un atto di partecipazione reale a patto che sin dal giorno dopo ci si rimbocchi le maniche per dare una spallata ai muri fisici e culturali che ci circondano. Astenersi dal voto significa saltare il recinto nel quale ci rinchiudono ogni giorno non certo per nascondere la testa sotto la sabbia, ma per guardare in faccia la cruda realtà fatta di promesse mai mantenute, di privilegi destinati a pochi e di ingiustizie quotidiane.
Se si vuole la libertà vera, la giustizia vera, la possibilità di scegliere e sperimentare opportunità sempre nuove con gli altri e non contro gli altri, è necessario delegittimare il voto, le istituzioni e i loro rappresentanti.

Se invece ci si accontenta di vivacchiare o, peggio, morire lentamente sotto i colpi dello Stato, del capitalismo e della gerarchia il problema non si pone. Ma perché negarsi una possibilità?

Bisogna volerla e sceglierla la libertà, ed è per questo che gli anarchici non rinchiuderanno mai i loro desideri in una scheda colorata mettendoci una croce sopra.

TAZ laboratorio di comunicazione libertaria

una storiasommarioarchiviocontatticomunicaticollegamenti