Tauromachia, ancestrale proiezione del mito dell'uomo che sfida il
proprio destino, in un confronto di incisioni di Picasso e Goya. L'ex
convento Santa Maria dei Raccomandati dell'Aquila ospita l'interessante
mostra (dall'8 dicembre 2006 al 28 gennaio 2007) organizzata
dall'assessorato alla cultura del comune.
Per l'occasione, dalle pagine dei giornali locali del 15 dicembre, si
legge che, essendo "arrivato il momento di storicizzare gli eventi e
procedere nel solco della vera pacificazione nazionale", gli ex
partigiani e gli ex repubblichini potranno entrare gratis al museo.
Nessuna differenza. "La giunta di centrosinistra delle Marche" –
si legge – "ha stabilito di far viaggiare gratis sui mezzi
pubblici gli ex partigiani. Mi sono detto: perché non i
repubblichini?". I fascisti ex appartenenti alla repubblica di
Salò "hanno una associazione, l'Unione nazionale combattenti RSI
(Uncrsi), e una tessera. Dovranno mostrare quella" per entrare e non
pagare il biglietto. (Cfr. Repubblichini gratis al museo, in «Il
Centro», Quotidiano dell'Abruzzo, a. XXI, n. 339, L'Aquila, 15
dicembre 2006).
Le parole sono dell'assessore comunale alla cultura Maurizio Dionisi,
avvocato cassazionista, già Vice Presidente del Centro turistico
Gran Sasso, Presidente del Consorzio per i Beni culturali della
Provincia dell'Aquila, Presidente dell'Agenzia Regionale per la Tutela
dell'Ambiente (ARTA), Consigliere della Circoscrizione di San Sisto.
È stato nominato assessore alla cultura al comune dell'Aquila
nel marzo 2006 dal Sindaco Biagio Tempesta (ex MSI, ora in FI),
ricevendo contemporaneamente anche le deleghe alle Politiche Giovanili,
Informagiovani, Avvocatura comunale e contenzioso, Turismo e promozione
turistica e Rapporti con le Istituzioni culturali pubbliche e private.
La stessa giunta comunale che intitolava anni prima la piscina comunale
al gerarca fascista aquilano Adelchi Serena, firmatario delle leggi
razziali del 1938 e per un breve periodo anche segretario del PNF.
L'assessore Dionisi attualmente è anche vice segretario
nazionale del Movimento Idea Sociale con Rauti ed è stato
coordinatore nazionale per la manifestazione del 2 dicembre 2006 a
Roma. Sarà un caso che qualche giorno prima, l'11 dicembre 2007,
il segretario nazionale di Movimento Sociale-Fiamma Tricolore Luca
Romagnoli, rilasciava a Matrix dichiarazioni "poco conformi" in merito
al fascismo e alla repubblica sociale italiana, spiegando a Mentana che
forse non era stata totalmente quella "la parte giusta"?
Nella città dell'Aquila infatti non c'è nessun ex-repubblichino né tanto meno una sezione dell'Uncrsi.
Risposte implicite locali alla politica nazionale?
A voi la risposta.
Quello che di cui possiamo star certi è che, come se nulla
fosse, nel 2006, la giunta comunale della città dell'Aquila
è composta da più di un fascista dichiarato:
D. «Ma se qualcuno le dice che lei è fascista, si offende e querela?»
R. «Beh, no, perché mi dovrei offendere. La mia storia politica non l'ho mai nascosta»
D. «Dunque lei è un assessore fascista?»
R. «Non mi offendo».
Per la cronaca, il pomeriggio del 15 dicembre stesso abbiamo tenuto un
presidio antifascista non autorizzato davanti al museo, spiegando ai
passanti che, grazie ai nostri politicanti, i fascisti non pagheranno 7
euro per visitare la mostra ma, anzi, riceveranno gratuitamente il
biglietto.
edo
Il famigerato Cpt di corso Brunelleschi a Torino è gestito
dalla Croce Rossa militare secondo le regole di una galera anche se una
galera ufficialmente non è. Venerdì 15 dicembre alcuni
antirazzisti hanno occupato per qualche ora un locale della sede di via
Bologna della CRI. La polizia, intervenuta in forze, ha tratto in
arresto tre occupanti, che, dopo tre giorni di reclusione, sono stati
rilasciati con obbligo di firma. L'accusa nei loro confronti è
di occupazione e violenza privata. Di seguito il comunicato di
solidarietà emesso dalla Commissione Antirazzista della FAI:
"Esprimiamo la nostra solidarietà agli anarchici torinesi
arrestati e denunciati per aver occupato per alcune ore gli uffici
della Croce Rossa della loro città con l'intento di denunciare
pubblicamente il ruolo di questa come di altre organizzazioni che
gestiscono i Centri di permanenza temporanea per immigrati e spacciano
per assistenza umanitaria lo squallido business della segregazione.
Segnaliamo inoltre il particolare accanimento con il quale si è
manifestata la repressione poliziesca che non ha esitato ad arrestare e
denunciare gli anarchici agitando accuse pesantissime per
criminalizzare la libertà di espressione e l'antirazzismo
militante che non conosce né padroni né governi amici."
Euf.
Una brutta faccenda quella capitata a Catania il 18 dicembre scorso.
Un giovane anarchico di ventisette anni, Peppe (conosciuto da molti col
nomignolo di "sucamorvo"), è stato sequestrato per alcune ore
dalla polizia e pestato a sangue nel commissariato di San Cristoforo.
Non solo botte, ma anche vessazioni e torture psico-fisiche: minacce di
morte, pistola puntata nel retto con il solito corollario machista dei
poliziotti fascisti che danno del "frocio" per offendere, colpi
assestati per bene in modo da non lasciare tracce.
Una volta portato in ospedale da amici e compagni che per ore lo
avevano cercato facendo la spola tra la questura e altri commissariati,
gli sono state riscontratate contusioni sul fondoschiena e sul costato,
lividi, tensione muscolare proprio in corrispondenza dei punti dove
sarebbe stato pressato per tenere la schiena dritta. E ora piscia pure
sangue. Il referto del pronto soccorso chiarisce inequivocabilmente le
violenze subite. Non ci sarebbe bisogno neppure della denuncia, viene
spiegato, perché il reato è di quelli perseguibili
d'ufficio. Non è la prima volta che Peppe si trova nel mirino
della polizia catanese. Gli hanno cucito addosso una montatura pesante
riguardo a un attentato incendiario a una caserma di carabinieri di
Catania ma, ovviamente, senza uno straccio di prova. In tutti questi
mesi è stato fermato spesso dalla polizia che ha creato attorno
a lui un'atmosfera pesantissima, una vera e propria persecuzione. Un
obiettivo facile facile per gli infami in divisa, forti con i deboli e
debolissimi con i forti: Peppe è un proletario, di origini
proletarie, refrattario alla brutalità di questa società
e non ha mai nascosto di essere anarchico. L'intento persecutorio che
si è scatenato contro di lui e che si è concretizzato in
una violenza così brutale dimostra come le forze dell'ordine
siano tra i principali protagonisti degli scenari di ferocia e violenza
metropolitana nel nostro paese. Antifascisti, militanti di sinistra,
immigrati, soggetti non inquadrabili: tutti nel mirino di chi esercita
il monopolio legittimo della violenza statuale. Gli stessi oscuri
personaggi che, ogni tanto, compaiono sulle pagine dei giornali nelle
vesti di assassini che sparano tra le mura domestiche a moglie
fidanzate, schiacciati essi stessi nella loro intimità dalla
loro natura di miserabili professionisti del terrore.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria
Giovedì 28 dicembre si sono svolte a Trapani le iniziative
antirazziste promosse e organizzate dal Coordinamento per la Pace in
occasione del settimo anniversario della strage del Centro di
permanenza temporanea "Serraino Vulpitta" (sei migranti morirono in
seguito a un incendio divampato durante un tentativo di fuga). Per
tutta la mattina, alcune decine di persone si sono ritrovate davanti il
CPT per esprimere la propria solidarietà agli immigrati reclusi
i quali hanno manifestato grande apprezzamento per l'iniziativa
denunciando le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere:
scarsa qualità e varietà dei pasti somministrati,
impianto di riscaldamento mal funzionante, docce gelate o bollenti,
mancato rispetto delle ore d'aria. E dire che, negli scorsi mesi, il
sottosegretario all'Interno Marcella Lucidi e il presidente della
Commissione ministeriale sui CPT De Mistura avevano apertamente lodato
le caratteristiche di funzionalità e operatività del
"Serraino Vulpitta". Le ultime proteste dei migranti e le fughe che
sono avvenute poco tempo fa sono state la risposta migliore a questi
goffi tentativi governativi di occultare la realtà dei fatti.
Nel pomeriggio del 28 circa cento persone hanno partecipato al corteo
antirazzista. Volantinaggio, megafonaggio e interventi agli
altoparlanti hanno scandito per tutta la sua durata il ritmo della
manifestazione. Gli antirazzisti, provenienti in massima parte da
Trapani e provincia ma anche dal resto della Sicilia, hanno poi fatto
una sosta davanti il Centro di permanenza temporanea rilanciando le
parole d'ordine della manifestazione: ricordo di tutte le vittime
dell'immigrazione e delle frontiere, chiusura di tutti i CPT,
abolizione delle leggi razziste, valorizzazione dell'autonomia del
movimento. Il corteo si è poi sciolto in una piazza centrale
della città. Quella stessa sera, gli immigrati reclusi nel CPT
hanno iniziato uno sciopero della fame per rivendicare innanzitutto la
libertà, per protestare contro la loro insensata carcerazione e
per ottenere migliori condizioni di vita. Il Coordinamento per la Pace
ha indetto la mattina del 31 un altro presidio davanti il CPT
inoltrando a tutti gli organi di stampa i contenuti della protesta dei
migranti che hanno avuto adeguata copertura soprattutto sui giornali
locali. Dopo alcuni giorni lo sciopero della fame dei migranti è
rientrato, ma gli antirazzisti trapanesi sono venuti a conoscenza di un
ulteriore restringimento delle possibilità di ingresso al CPT
che somiglia tanto a una ritorsione di matrice istituzionale: le visite
saranno consentite solo ai familiari degli immigrati e saranno
sottoposte a un rigido controllo da parte delle prefettura. In ogni
caso, come in tutti i CPT, resta il divieto assoluto di ingresso alla
stampa e ad associazioni o soggetti indipendenti.
La manifestazione di Trapani ha conseguito alcuni risultati molto
importanti: innanzitutto ha sollevato ancora una volta l'attenzione sul
CPT di Trapani e sulla sua natura repressiva; in secondo luogo è
servita a dare forza e coraggio agli immigrati reclusi che si sono
mobilitati partecipando direttamente e rivendicando con forza i loro
diritti; infine è stato confermato e rilanciato un percorso di
autonomia e indipendenza nella lotta antirazzista che costituisce una
boccata d'ossigeno in una fase di generale asfissia del movimento,
sempre più soffocato da chi vorrebbe ridurre l'antirazzismo a un
serbatoio di voti per il governo di centrosinistra.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria
"Quanti sono?" chiede il primo "Un po' tanti" risponde il secondo.
Ecco, in questa breve botta e risposta fra due vigili urbani riferitaci
da un compagno, sta gran parte del senso della manifestazione del 16
dicembre. Eravamo tanti, almeno 3.000 (2.300 per la polizia), alla
manifestazione organizzata dal Comitato cittadino contro il progetto di
rigassificatore offshore di Livorno. Una manifestazione cresciuta
mentre il lungo serpentone punteggiato di striscioni ("No al
rigassificatore né qui né altrove", "10,100,1000
rigassificatori ma sotto le poltrone degli amministratori", "Giù
le mani dal nostro mare", fra gli altri), cartelli, bandiere si snodava
nelle vie centrali della città. Numerosi cittadini si sono
infatti uniti solidarizzando con la lotta che da almeno un anno il
Comitato, ad adesione individuale e indipendente da ogni partito e
associazione, sta conducendo contro l'arroganza di una classe politica
locale e nazionale che cerca di imporre una scelta pericolosa,
perché quello di Livorno sarebbe il primo rigassificatore
offshore al mondo con tutti i rischi di incidente catastrofico che
questo comporta, dannosa per l'ambiente marino e gli interessi
economici del territorio, inutile perché il gas arriverà
in Italia in grande quantità grazie al rafforzamento dei
gasdotti esistenti e alla realizzazione di quelli nuovi (dalla Grecia e
dall'Algeria via Sardegna e Piombino). L'amministrazione di
centro-sinistra (fuori Verdi e Rifondazione) sta arrogantemente
cercando di imporre alla città il progetto perché questo
è apparso il modo più semplice per salvare l'ASA, ex
municipalizzata del gas ridotta ad uno stato comatoso dalla cattiva
gestione di politicanti da strapazzo riciclati manager. Per salvare
l'ASA, acquistata dai genovesi di AMGA solo perché inserita nel
progetto offshore, la classe politica cittadina mette a repentaglio un
territorio e sacrifica gli interessi del suo sviluppo turistico ma
anche quelli della sicurezza portuale (a Livorno è ancora vivo
il ricordo del disastro del Moby Prince, il traghetto schiantatosi per
cause rimaste senza spiegazione, contro una petroliera nella rada del
porto, 140 morti). La manifestazione è stata un grande successo
del combattivo comitato contro il rigassificatore che l'ha saputa
realizzare in modo assolutamente autogestito. Gli unici partiti che
hanno partecipato sono stati Rifondazione e Verdi, oltre alla lista
civica locale "Città diversa". Presenti con la loro bandiera i
compagni della Federazione Anarchica Livornese ma si sono notate le
bandiere rosse e nere degli anarchici anche nel folto spezzone degli
studenti. Presenti e combattivi anche i centri sociali Gozzilla e
Rifugio e i sindacati UNICOBAS e COBAS.
Fra gli interventi finali, caratterizzati anche dalla partecipazione di
rappresentanti dei Comitati di Taranto, Rovigo, Pisa e Rosignano
Solvay, il più apprezzato è stato quello della compagna
Maria Matteo, intervenuta a nome dei Comitati No TAV. La manifestazione
si è conclusa fra la soddisfazione unanime dei partecipanti.
Nei giorni successivi la risposta del "palazzo" è stata come
sempre insolente: "Il progetto è già stato autorizzato
non vedo perché dovremmo confrontarci con chi vi si oppone" ha
dichiarato il capogruppo Ds in Comune, mostrando una solida cultura
stalinista. Complimenti.
Da parte mia concludo questo breve resoconto ribadendo lo slogan con
cui si è chiusa la manifestazione: "Sarà dura, ma per
loro!"
Uno che c'era