Il crollo repentino del giovane governo islamista somalo definito delle
"Corti islamiche", ossia composto da componenti dei tribunali islamici
che, in assenza ormai quindicennale di ogni amministrazione pubblica
hanno sostituito i tribunali statali nell'esercizio della cosiddetta
giustizia, è un fenomeno che ha lasciato a dir poco sbalorditi i
cronisti e gli esperti di fatti africani. Le corti islamiche avevano
imposto il loro controllo su Mogadiscio e su quelli che grosso modo
erano i territori un tempo colonia italiana (la Migiurtinia,
l'Oltregiuba e il Puntland) attorno alla fine dell'Estate scorsa con
una dinamica simile a quella messa in opera da parte dei Talebani in
Afganistan nel corso degli anni 1996 e 1997. Muniti di finanziamenti
generosi concessi dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi in cerca di
allargamento della propria zona di influenza nell'Africa islamica e
rinforzati da istruttori ed armi inviate dall'Eritrea musulmana ed
antietiopica di Isaias Afeworki, le corti erano avanzate nel territorio
somalo devastato dal caos e dalla guerra permanente inventata dai
signori dei clan locali al fine di avvantaggiarsene nello svolgimento
dei loro traffici.
Per quindici anni la Somalia era stata ostaggio dei traffici, dei posti
di blocco improvvisati, dei taglieggiamenti e delle continue sparatorie
dei miliziani appartenenti a questo o a quell'altro clan; era del tutto
normale che la popolazione decidesse di appoggiare in modo
incondizionato quella fazione che promettesse di instaurare un ordine
non tribale e sufficientemente condiviso tale da permettere a chiunque
di sopravvivere in un paese dove la vita umana aveva perso qualsiasi
importanza. Così l'avanzata dei miliziani legati alle corti
islamiche era stata repentina e aveva aggregato fiducia e speranza da
parte della popolazione. Lo scotto da pagare nei termini di
accettazione di un governo islamico sembrava poca cosa di fronte alla
concreta realtà di assoluta invivibilità che la
popolazione non armata della Somalia aveva dovuto sperimentare dal 1991
ad oggi. Le corti avevano vinto contro un governo provvisorio
costituito in un albergo di Nairobi in Kenia, popolato esclusivamente
di signori tribali in aperto conflitto tra di loro e forte solo
dell'appoggio degli Stati Uniti, dell'Italia e soprattutto
dell'Etiopia. Quando l'attuale capo di governo, Mohamed Gedi,
provò alla fine di giugno del 2006 ad installarsi a Mogadiscio
venne cacciato dalle truppe del suo ministro della Difesa, esponente di
un clan avversario all'interno della stessa tribù (gli Abir
Gebir), e dovette rifugiarsi a Baidoa sotto la protezione del governo
etiopico. Nessuno dovrebbe stupirsi, quindi, se le corti islamiche,
cacciando le milizie avverse dalla capitale e dagli altri territori
avessero ottenuto immediatamente l'appoggio di una popolazione che
pensava venuto infine il momento di poter circolare da una parte
all'altra della città senza paura di venir presi a fucilate da
un miliziano in cerca di quattrini, telefoni cellulari o semplicemente
ubriaco.
Naturalmente il sedicente governo provvisorio non è restato con
le mani in mano di fronte al rischio che a Mogadiscio si installasse un
potere legittimato dal consenso e dai petroldollari degli arabi e ha
cercato di ricostruire un minimo di unità tra le varie
tribù e ha invocato a gran voce l'intervento dei propri
protettori.
Questi ultimi tra l'altro sono sostanzialmente divisi al loro interno
tra chi come la Gran Bretagna e una parte consistente del governo
etiopico ritiene inutile continuare a foraggiare i voraci capoclan
della Migiurtinia e punta a favorire l'indipendenza del nord del paese,
ex colonia inglese, strategicamente piazzata davanti allo stretto di
Aden e di fatto indipendente e in pace fin del 1996 (il Somaliland) e
chi come l'Italia e la maggioranza dei governanti etiopici e lo stesso
Dipartimento americano per gli Affari Esteri, punta a ricostruire una
Somalia unificata retta dai capoclan e, di fatto, sottoposta
all'egemonia di Addis Abeba. Quest'ultima, infatti, viene ritenuta la
capitale africana (insieme a Kampala, la capitale ugandese) più
affidabile per l'occidente, sia perché guidata da
un'élite minoritaria nella stessa Etiopia (i Tigrini), sia
perché a guida cristiana all'interno di territori a maggioranza
musulmana. In altre parole americani ed italiani punterebbero a far
giocare agli etiopici lo stesso ruolo svolto dall'Iran dello Shah in
mezzo al mondo arabo: il cane da guardia fedele all'occidente proprio
perché circondato da regimi e popolazioni ostili.
L'Etiopia ha già svolto questo ruolo nel confronto del Sudan,
arginato nella sua espansione africana alla fine del secolo e
n'è stata compensata con l'appoggio occidentale durante la
guerra sanguinosa con l'Eritrea nel 1998-2000. Oggi l'intervento in
Somalia, oltre a ridarle la possibilità dello sbocco al mare
negatole dall'indipendenza eritrea del 1993, le riconsegna un ruolo di
egemonia nel Corno d'Africa che Addis Abeba ha sempre cercato di avere
sia sotto il Negus sia sotto il regime militare filosovietico del Derg
tra il 1974 e il 1991.
L'intervento decisivo che ha riportato al potere un governo da operetta
diviso su tutto al proprio interno salvo sul fatto di dover evitare la
costituzione di un altro governo al proprio posto, quindi, è
stato quello dell'esercito etiopico che, in meno di dieci giorni a
cavallo delle feste di fine anno, ha spazzato via le milizie islamiche
dimostrandone l'assoluta inconsistenza nel momento in cui hanno dovuto
affrontare un esercito vero e proprio e non delle milizie di
rubagalline come quelle messe in campo dai signori tribali.
Il successo delle forze etiopiche nei confronti di coloro che avevano
fatto scappare a gambe levate quello stesso governo che ora viene
impiantato a Mogadiscio, è però la misura del limite di
tutta l'operazione. È del tutto chiaro che la Somalia non ha un
governo senza l'appoggio delle truppe etiopiche, ma queste non sono ben
viste in un paese che con l'Etiopia ha guerreggiato almeno tre volte
negli ultimi trent'anni. Le prime proteste svoltesi contro gli
occupanti in questi giorni danno la misura di un clima che sta
già iniziando a farsi rovente per gli etiopici e per i loro
protetti del governo provvisorio. D'altra parte è chiaro a tutti
che le scusanti invocate in queste settimane per giustificare
l'invasione, ossia il pericolo della nascita di un governo favorevole
al terrorismo islamico in Africa, sono per l'appunto scuse pure banali
utilizzate per coprire la cruda realtà di una guerra per
l'egemonia locale alla quale Stati Uniti ed Italia sono interessati
soprattutto per il ruolo strategico del Corno d'Africa in tutte le
rotte commerciali e di esportazione degli idrocarburi tra l'Europa e
l'Asia. Inoltre la dilagante presenza cinese (ed indiana) in Africa sta
rischiando di mandare in fumo il decennio di guerre mediorientali della
banda Bush, permettendo a Pechino un comodo ricambio per
l'approvvigionamento energetico, Per questo motivo da tre anni a questa
parte America ed Europa hanno aperto il fronte africano di cui la
Somalia è uno dei pezzi più pregiati.
L'appoggio occidentale all'Etiopia e l'aiuto di quest'ultima al governo
di Gedi, però, potrebbe non bastare a un paese stanco ma
tutt'altro che disposto ad accettare un governo formato dagli stessi
predoni che l'hanno taglieggiata dal 1991 ed oggi per di più
supportati dai nemici di sempre. Se la situazione evolverà verso
un modello iracheno, è oggi troppo presto per dirlo ma gli
ingredienti sembrano esserci tutti.
Giacomo Catrame