Umanità Nova, n.1 del 14 gennaio 2007, anno 87

Somalia
La guerra infinita sbarca in Africa

 
Il crollo repentino del giovane governo islamista somalo definito delle "Corti islamiche", ossia composto da componenti dei tribunali islamici che, in assenza ormai quindicennale di ogni amministrazione pubblica hanno sostituito i tribunali statali nell'esercizio della cosiddetta giustizia, è un fenomeno che ha lasciato a dir poco sbalorditi i cronisti e gli esperti di fatti africani. Le corti islamiche avevano imposto il loro controllo su Mogadiscio e su quelli che grosso modo erano i territori un tempo colonia italiana (la Migiurtinia, l'Oltregiuba e il Puntland) attorno alla fine dell'Estate scorsa con una dinamica simile a quella messa in opera da parte dei Talebani in Afganistan nel corso degli anni 1996 e 1997. Muniti di finanziamenti generosi concessi dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi in cerca di allargamento della propria zona di influenza nell'Africa islamica e rinforzati da istruttori ed armi inviate dall'Eritrea musulmana ed antietiopica di Isaias Afeworki, le corti erano avanzate nel territorio somalo devastato dal caos e dalla guerra permanente inventata dai signori dei clan locali al fine di avvantaggiarsene nello svolgimento dei loro traffici.
Per quindici anni la Somalia era stata ostaggio dei traffici, dei posti di blocco improvvisati, dei taglieggiamenti e delle continue sparatorie dei miliziani appartenenti a questo o a quell'altro clan; era del tutto normale che la popolazione decidesse di appoggiare in modo incondizionato quella fazione che promettesse di instaurare un ordine non tribale e sufficientemente condiviso tale da permettere a chiunque di sopravvivere in un paese dove la vita umana aveva perso qualsiasi importanza. Così l'avanzata dei miliziani legati alle corti islamiche era stata repentina e aveva aggregato fiducia e speranza da parte della popolazione. Lo scotto da pagare nei termini di accettazione di un governo islamico sembrava poca cosa di fronte alla concreta realtà di assoluta invivibilità che la popolazione non armata della Somalia aveva dovuto sperimentare dal 1991 ad oggi. Le corti avevano vinto contro un governo provvisorio costituito in un albergo di Nairobi in Kenia, popolato esclusivamente di signori tribali in aperto conflitto tra di loro e forte solo dell'appoggio degli Stati Uniti, dell'Italia e soprattutto dell'Etiopia. Quando l'attuale capo di governo, Mohamed Gedi, provò alla fine di giugno del 2006 ad installarsi a Mogadiscio venne cacciato dalle truppe del suo ministro della Difesa, esponente di un clan avversario all'interno della stessa tribù (gli Abir Gebir), e dovette rifugiarsi a Baidoa sotto la protezione del governo etiopico. Nessuno dovrebbe stupirsi, quindi, se le corti islamiche, cacciando le milizie avverse dalla capitale e dagli altri territori avessero ottenuto immediatamente l'appoggio di una popolazione che pensava venuto infine il momento di poter circolare da una parte all'altra della città senza paura di venir presi a fucilate da un miliziano in cerca di quattrini, telefoni cellulari o semplicemente ubriaco.
Naturalmente il sedicente governo provvisorio non è restato con le mani in mano di fronte al rischio che a Mogadiscio si installasse un potere legittimato dal consenso e dai petroldollari degli arabi e ha cercato di ricostruire un minimo di unità tra le varie tribù e ha invocato a gran voce l'intervento dei propri protettori.
Questi ultimi tra l'altro sono sostanzialmente divisi al loro interno tra chi come la Gran Bretagna e una parte consistente del governo etiopico ritiene inutile continuare a foraggiare i voraci capoclan della Migiurtinia e punta a favorire l'indipendenza del nord del paese, ex colonia inglese, strategicamente piazzata davanti allo stretto di Aden e di fatto indipendente e in pace fin del 1996 (il Somaliland) e chi come l'Italia e la maggioranza dei governanti etiopici e lo stesso Dipartimento americano per gli Affari Esteri, punta a ricostruire una Somalia unificata retta dai capoclan e, di fatto, sottoposta all'egemonia di Addis Abeba. Quest'ultima, infatti, viene ritenuta la capitale africana (insieme a Kampala, la capitale ugandese) più affidabile per l'occidente, sia perché guidata da un'élite minoritaria nella stessa Etiopia (i Tigrini), sia perché a guida cristiana all'interno di territori a maggioranza musulmana. In altre parole americani ed italiani punterebbero a far giocare agli etiopici lo stesso ruolo svolto dall'Iran dello Shah in mezzo al mondo arabo: il cane da guardia fedele all'occidente proprio perché circondato da regimi e popolazioni ostili.
L'Etiopia ha già svolto questo ruolo nel confronto del Sudan, arginato nella sua espansione africana alla fine del secolo e n'è stata compensata con l'appoggio occidentale durante la guerra sanguinosa con l'Eritrea nel 1998-2000. Oggi l'intervento in Somalia, oltre a ridarle la possibilità dello sbocco al mare negatole dall'indipendenza eritrea del 1993, le riconsegna un ruolo di egemonia nel Corno d'Africa che Addis Abeba ha sempre cercato di avere sia sotto il Negus sia sotto il regime militare filosovietico del Derg tra il 1974 e il 1991.
L'intervento decisivo che ha riportato al potere un governo da operetta diviso su tutto al proprio interno salvo sul fatto di dover evitare la costituzione di un altro governo al proprio posto, quindi, è stato quello dell'esercito etiopico che, in meno di dieci giorni a cavallo delle feste di fine anno, ha spazzato via le milizie islamiche dimostrandone l'assoluta inconsistenza nel momento in cui hanno dovuto affrontare un esercito vero e proprio e non delle milizie di rubagalline come quelle messe in campo dai signori tribali.
Il successo delle forze etiopiche nei confronti di coloro che avevano fatto scappare a gambe levate quello stesso governo che ora viene impiantato a Mogadiscio, è però la misura del limite di tutta l'operazione. È del tutto chiaro che la Somalia non ha un governo senza l'appoggio delle truppe etiopiche, ma queste non sono ben viste in un paese che con l'Etiopia ha guerreggiato almeno tre volte negli ultimi trent'anni. Le prime proteste svoltesi contro gli occupanti in questi giorni danno la misura di un clima che sta già iniziando a farsi rovente per gli etiopici e per i loro protetti del governo provvisorio. D'altra parte è chiaro a tutti che le scusanti invocate in queste settimane per giustificare l'invasione, ossia il pericolo della nascita di un governo favorevole al terrorismo islamico in Africa, sono per l'appunto scuse pure banali utilizzate per coprire la cruda realtà di una guerra per l'egemonia locale alla quale Stati Uniti ed Italia sono interessati soprattutto per il ruolo strategico del Corno d'Africa in tutte le rotte commerciali e di esportazione degli idrocarburi tra l'Europa e l'Asia. Inoltre la dilagante presenza cinese (ed indiana) in Africa sta rischiando di mandare in fumo il decennio di guerre mediorientali della banda Bush, permettendo a Pechino un comodo ricambio per l'approvvigionamento energetico, Per questo motivo da tre anni a questa parte America ed Europa hanno aperto il fronte africano di cui la Somalia è uno dei pezzi più pregiati.
L'appoggio occidentale all'Etiopia e l'aiuto di quest'ultima al governo di Gedi, però, potrebbe non bastare a un paese stanco ma tutt'altro che disposto ad accettare un governo formato dagli stessi predoni che l'hanno taglieggiata dal 1991 ed oggi per di più supportati dai nemici di sempre. Se la situazione evolverà verso un modello iracheno, è oggi troppo presto per dirlo ma gli ingredienti sembrano esserci tutti.

Giacomo Catrame

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