Umanità Nova, n.2 del 21 gennaio 2007, anno 87

Appunti sudamericani. Sinistri Caudillos

 
Come è noto il 3 dicembre scorso Hugo Chavez è stato rieletto alla presidenza del Venezuela, in un contesto elettorale indolatinoamericano che ha visto, solo nell'anno 2006, l'affermazione di forze o coalizioni di sinistra, più o meno moderate, più o meno populiste. Brasile, Cile, Bolivia, Perù, Ecuador, Nicaragua hanno infatti anch'esso eletto o riconfermato presidenti che si richiamano genericamente all'area socialista, mentre in Messico la destra ha vinto, e di poco, solo grazie ai brogli. In anni vicini li avevano preceduti l'Uruguay e l'Argentina, sia pure quest'ultima nella variante del peronismo di sinistra, figlio della Gioventù peronista e dei Montoneros.
Parrebbe che il grande continente indolatinoamericano abbia deciso, sia pure nella dimensione elettorale, di voltare pagina e che le masse si siano finalmente scrollate di dosso decenni di subordinazione. Particolarmente importante, in questo contesto, la ripresa di protagonismo del mondo indigeno.
Ci sono però dei segnali sui quali occorre riflettere.
Fino a non molti anni fa, la vittoria elettorale della sinistra (se non la semplice prospettiva di una sua vittoria) avrebbe provocato interventi, politici e militari, da parte di chi – leggi USA – ha sempre considerato il Centro ed il Sud America come il proprio cortile di casa. Non solo, l'eventuale governo uscito vincente dalle elezioni sarebbe rimasto in balia dell'aggressione dei potentati economici che con la fuga dei capitali, la svalutazione, le serrate nei settori strategici, ne avrebbe presto determinato la fine. L'elenco è, purtroppo, notoriamente lungo.
La situazione odierna è completamente differente. Dal Brasile all'Argentina, dalla Bolivia all'Ecuador, sembrerebbe che la crescita economica in atto nell'area abbia reso indifferenti alle multinazionali, alle borghesie nazionali, agli investitori esteri, il colore politico di chi governa. La stessa pressione politica statunitense si è ridimensionata dopo la caduta del muro di Berlino ed i suoi prevalenti interessi strategici nel golfo Persico.
D'altronde le privatizzazioni neoliberiste degli anni Novanta, che hanno scardinato le economie dei vari paesi, sono rimaste pienamente operanti, tranne che nei casi in cui la ripresa di controllo statale era indispensabile per lo sviluppo di una politica minimamente efficace; sono i casi del Venezuela, della Bolivia, dell'Argentina per quanto riguarda le risorse energetiche, l'acqua, le poste. Esemplare la situazione uruguaiana.
In Uruguay la situazione politica è molto contraddittoria e complessa, con un governo di centro sinistra e un pro segretario della presidenza, fratello del presidente Vazquez, che è stato in galera durante la dittatura per aver fatto parte della struttura di difesa della FAU. I tupamaros sono la forza numericamente più importante nel governo e portano avanti un discorso ambiguo tra mercato globale e sviluppo della industria nazionale. Comunque tutta la sinistra attraverso i suoi principali dirigenti è al governo nei diversi ministeri.
Un governo che nella sua politica economica continua con le linee guida dei governi precedenti, sviluppando di fatto le politiche neoliberali. In quanto alle politiche sociali, cosi come ha fatto Lula in Brasile o Kirchner in Argentina, si stanno sostenendo i settori marginali, ma, a differenza dell'assistenzialismo clientelare di prima, ora si lavora con operatori di sinistra che neutralizzano ogni sviluppo autonomo dei movimenti degli emarginati a partire da una proposta di partecipazione e di relativa autonomia nelle decisioni. Anche al movimento sindacale il governo ha dato risposta con la creazione di commissioni tripartite per negoziare salari e condizioni di lavoro, questo ha fatto crescere il tesseramento al sindacato PIT-CNT che era molto basso. Ma comunque queste nuove tessere sono legate a una immagine di sindacato che sembra sempre di più un ufficio di servizi che un organismo di lotta. Sul tema dei diritti umani sono in galera già 10 tra responsabili e torturatori della dittatura, militari, poliziotti ed anche l'ex presidente golpista Juan Maria Bordaberri e sembra che ne seguiranno altri. Alcuni di questi sono in carcere per essere i responsabili della scomparsa in Argentina di due anarchici uruguaiani Soba e Mechoso, e questo è il risultato di anni di lotta dei familiari degli scomparsi, del collettivo Hijos e altri organismi dei diritti umani.
Il problema ambientale che questo governo ha ereditato è diventato un problema internazionale con l'Argentina a causa della costruzione di una grande fabbrica scandinava di cellulosa che finirà per inquinare gravemente il Rio Uruguay. Sono state persino schierate le truppe al confine. Il capitale, in buona sostanza, continua a dettare le proprie leggi.
In Venezuela a distanza di otto anni dall'inizio della cosiddetta rivoluzione bolivariana, al di là delle dichiarazioni altisonanti sul "socialismo del XXI secolo" e le minacce di nazionalizzazione di due compagnie delle telecomunicazioni e dell'elettricità, le scelte di Chavez continuano a muoversi per il momento all'interno delle dinamiche del capitalismo globalizzato: pagamento puntuale del debito esterno, distruzione dell'apparato industriale a beneficio dell'economia portuale, egemonia e crescita del segmento commerciale, speculativo e finanziario, devastazioni ambientali, flessibilizzazione del lavoro ed esclusione sociale, con la logica conseguenza di un progressivo distacco dalle proprie promesse iniziali di emancipazione sociale.
Il consolidamento dell'apparato statale e la distruzione/marginalizzazione dei collettivi sociali, accompagnato dal rafforzarsi delle clientele, ha di fatto prodotto l'annichilimento delle coscienze critiche imponendo un pensiero unico di tipo totalitario, alimentato dal culto della personalità. Inoltre poiché gli alti quadri del settore pubblico sono di competenza delle forze armate, il militarismo tende a diffondersi nell'immaginario popolare con le sue logiche gerarchiche ed arbitrarie.
Lo stesso sistema bipolare, con il quale si è imposto all'elettorato di scegliere tra un candidato espressione di una borghesia rapace ed assassina ed un "caudillo" populista come Chavez, ha rappresentato per il Venezuela la tenaglia che ha di fatto stritolato il protagonismo sociale che dalla seconda metà degli anni '80 ha attraversato il paese. È di quegli anni la scesa in campo di una società civile (movimento degli studenti e degli abitanti di quartiere, delle donne, ecologico e controculturale, per i diritti umani, ecc.) che, rifuggendo dagli schemi obsoleti del guevarismo-leninismo, e dal clientelismo di Stato, non si riconosceva nelle proposte dei partiti della sinistra e, con un'infinità di iniziative sociopolitiche, avanzava le sue rivendicazioni sempre più in chiave di rottura rivoluzionaria. È su questa società civile che Chavez ha costruito, strumentalizzandola, la propria fortuna per poi disgregarla, in parte cooptandola (i movimenti indigeni, femminili e controculturali), in parte neutralizzandola (i diritti umani) ed in parte frammentandola (i movimenti di quartiere, gli studenti, gli ecologisti).
Così oggi parrebbe che non vi sia possibilità di azione di base al di fuori dell'agenda politica decisa da Chavez e dai suoi; la solidarietà di classe è sostituita dalla solidarietà "verticale" a carattere nazionale; l'identità è tale solo se si riconosce nel culto del capo, portatore della rivoluzione bolivariana.
Non a caso la frustrazione generata dalla insoddisfazione delle aspettative sociali, ha fatto sì che siano aumentate esponenzialmente nel 2006 le proteste di settori popolari; proteste che Chavez tenta di rintuzzare con i soliti refrain "danno armi alla destra", "sono manipolate dall'imperialismo", ma che sono destinate a crescere in quanto né lo Stato si è realmente trasformato, né la nuova burocrazia civico-militare intende sviluppare politiche differenti dal solito assistenzialismo populista.
Dal primo di luglio al 30 di novembre ventisei manifestazioni sono state represse, impedite od ostacolate; 71 sono stati i feriti; 130 le detenzioni arbitrarie. Nel 55% dei casi la repressione viene operata dalle polizie regionali mentre il restante è opera della Guardia Nazionale. Da notare che sono solo sei le manifestazioni represse nella capitale, Caracas. Casa, servizi e lavoro sono le motivazioni comuni. E per il 2007, passata la scadenza elettorale e nonostante il segnale forte lanciato ai settori sociali che lo sostengono di una "svolta cubana", si prevede un incremento di conflittualità sociale dovuto principalmente all'incapacità di affrontare in modo realmente rivoluzionario le esigenze quotidiane della gente, aggravata dai conflitti interni al bolivarismo e alle sue organizzazioni di base sui criteri di ripartizione dell'enorme rendita petrolifera. Un possibile scenario potrebbe essere quello di un conflitto di "poveri contro poveri", il che vorrebbe dire un'ulteriore disfatta per il processo di liberazione sociale. Per sventare questa tragica eventualità i compagni venezuelani stanno operando per dare corpo ad un'opposizione sociale che rompa gli schemi vigenti e che riapra la strada ad una iniziativa autonoma dei movimenti sociali, unica garanzia per un effettivo processo rivoluzionario. Non lasciamoli soli.

Max. Var.

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti