Come è noto il 3 dicembre scorso Hugo Chavez è stato
rieletto alla presidenza del Venezuela, in un contesto elettorale
indolatinoamericano che ha visto, solo nell'anno 2006, l'affermazione
di forze o coalizioni di sinistra, più o meno moderate,
più o meno populiste. Brasile, Cile, Bolivia, Perù,
Ecuador, Nicaragua hanno infatti anch'esso eletto o riconfermato
presidenti che si richiamano genericamente all'area socialista, mentre
in Messico la destra ha vinto, e di poco, solo grazie ai brogli. In
anni vicini li avevano preceduti l'Uruguay e l'Argentina, sia pure
quest'ultima nella variante del peronismo di sinistra, figlio della
Gioventù peronista e dei Montoneros.
Parrebbe che il grande continente indolatinoamericano abbia deciso, sia
pure nella dimensione elettorale, di voltare pagina e che le masse si
siano finalmente scrollate di dosso decenni di subordinazione.
Particolarmente importante, in questo contesto, la ripresa di
protagonismo del mondo indigeno.
Ci sono però dei segnali sui quali occorre riflettere.
Fino a non molti anni fa, la vittoria elettorale della sinistra (se non
la semplice prospettiva di una sua vittoria) avrebbe provocato
interventi, politici e militari, da parte di chi – leggi USA
– ha sempre considerato il Centro ed il Sud America come il
proprio cortile di casa. Non solo, l'eventuale governo uscito vincente
dalle elezioni sarebbe rimasto in balia dell'aggressione dei potentati
economici che con la fuga dei capitali, la svalutazione, le serrate nei
settori strategici, ne avrebbe presto determinato la fine. L'elenco
è, purtroppo, notoriamente lungo.
La situazione odierna è completamente differente. Dal Brasile
all'Argentina, dalla Bolivia all'Ecuador, sembrerebbe che la crescita
economica in atto nell'area abbia reso indifferenti alle
multinazionali, alle borghesie nazionali, agli investitori esteri, il
colore politico di chi governa. La stessa pressione politica
statunitense si è ridimensionata dopo la caduta del muro di
Berlino ed i suoi prevalenti interessi strategici nel golfo Persico.
D'altronde le privatizzazioni neoliberiste degli anni Novanta, che
hanno scardinato le economie dei vari paesi, sono rimaste pienamente
operanti, tranne che nei casi in cui la ripresa di controllo statale
era indispensabile per lo sviluppo di una politica minimamente
efficace; sono i casi del Venezuela, della Bolivia, dell'Argentina per
quanto riguarda le risorse energetiche, l'acqua, le poste. Esemplare la
situazione uruguaiana.
In Uruguay la situazione politica è molto contraddittoria e
complessa, con un governo di centro sinistra e un pro segretario della
presidenza, fratello del presidente Vazquez, che è stato in
galera durante la dittatura per aver fatto parte della struttura di
difesa della FAU. I tupamaros sono la forza numericamente più
importante nel governo e portano avanti un discorso ambiguo tra mercato
globale e sviluppo della industria nazionale. Comunque tutta la
sinistra attraverso i suoi principali dirigenti è al governo nei
diversi ministeri.
Un governo che nella sua politica economica continua con le linee guida
dei governi precedenti, sviluppando di fatto le politiche neoliberali.
In quanto alle politiche sociali, cosi come ha fatto Lula in Brasile o
Kirchner in Argentina, si stanno sostenendo i settori marginali, ma, a
differenza dell'assistenzialismo clientelare di prima, ora si lavora
con operatori di sinistra che neutralizzano ogni sviluppo autonomo dei
movimenti degli emarginati a partire da una proposta di partecipazione
e di relativa autonomia nelle decisioni. Anche al movimento sindacale
il governo ha dato risposta con la creazione di commissioni tripartite
per negoziare salari e condizioni di lavoro, questo ha fatto crescere
il tesseramento al sindacato PIT-CNT che era molto basso. Ma comunque
queste nuove tessere sono legate a una immagine di sindacato che sembra
sempre di più un ufficio di servizi che un organismo di lotta.
Sul tema dei diritti umani sono in galera già 10 tra
responsabili e torturatori della dittatura, militari, poliziotti ed
anche l'ex presidente golpista Juan Maria Bordaberri e sembra che ne
seguiranno altri. Alcuni di questi sono in carcere per essere i
responsabili della scomparsa in Argentina di due anarchici uruguaiani
Soba e Mechoso, e questo è il risultato di anni di lotta dei
familiari degli scomparsi, del collettivo Hijos e altri organismi dei
diritti umani.
Il problema ambientale che questo governo ha ereditato è
diventato un problema internazionale con l'Argentina a causa della
costruzione di una grande fabbrica scandinava di cellulosa che
finirà per inquinare gravemente il Rio Uruguay. Sono state
persino schierate le truppe al confine. Il capitale, in buona sostanza,
continua a dettare le proprie leggi.
In Venezuela a distanza di otto anni dall'inizio della cosiddetta
rivoluzione bolivariana, al di là delle dichiarazioni
altisonanti sul "socialismo del XXI secolo" e le minacce di
nazionalizzazione di due compagnie delle telecomunicazioni e
dell'elettricità, le scelte di Chavez continuano a muoversi per
il momento all'interno delle dinamiche del capitalismo globalizzato:
pagamento puntuale del debito esterno, distruzione dell'apparato
industriale a beneficio dell'economia portuale, egemonia e crescita del
segmento commerciale, speculativo e finanziario, devastazioni
ambientali, flessibilizzazione del lavoro ed esclusione sociale, con la
logica conseguenza di un progressivo distacco dalle proprie promesse
iniziali di emancipazione sociale.
Il consolidamento dell'apparato statale e la
distruzione/marginalizzazione dei collettivi sociali, accompagnato dal
rafforzarsi delle clientele, ha di fatto prodotto l'annichilimento
delle coscienze critiche imponendo un pensiero unico di tipo
totalitario, alimentato dal culto della personalità. Inoltre
poiché gli alti quadri del settore pubblico sono di competenza
delle forze armate, il militarismo tende a diffondersi nell'immaginario
popolare con le sue logiche gerarchiche ed arbitrarie.
Lo stesso sistema bipolare, con il quale si è imposto
all'elettorato di scegliere tra un candidato espressione di una
borghesia rapace ed assassina ed un "caudillo" populista come Chavez,
ha rappresentato per il Venezuela la tenaglia che ha di fatto
stritolato il protagonismo sociale che dalla seconda metà degli
anni '80 ha attraversato il paese. È di quegli anni la scesa in
campo di una società civile (movimento degli studenti e degli
abitanti di quartiere, delle donne, ecologico e controculturale, per i
diritti umani, ecc.) che, rifuggendo dagli schemi obsoleti del
guevarismo-leninismo, e dal clientelismo di Stato, non si riconosceva
nelle proposte dei partiti della sinistra e, con un'infinità di
iniziative sociopolitiche, avanzava le sue rivendicazioni sempre
più in chiave di rottura rivoluzionaria. È su questa
società civile che Chavez ha costruito, strumentalizzandola, la
propria fortuna per poi disgregarla, in parte cooptandola (i movimenti
indigeni, femminili e controculturali), in parte neutralizzandola (i
diritti umani) ed in parte frammentandola (i movimenti di quartiere,
gli studenti, gli ecologisti).
Così oggi parrebbe che non vi sia possibilità di azione
di base al di fuori dell'agenda politica decisa da Chavez e dai suoi;
la solidarietà di classe è sostituita dalla
solidarietà "verticale" a carattere nazionale; l'identità
è tale solo se si riconosce nel culto del capo, portatore della
rivoluzione bolivariana.
Non a caso la frustrazione generata dalla insoddisfazione delle
aspettative sociali, ha fatto sì che siano aumentate
esponenzialmente nel 2006 le proteste di settori popolari; proteste che
Chavez tenta di rintuzzare con i soliti refrain "danno armi alla
destra", "sono manipolate dall'imperialismo", ma che sono destinate a
crescere in quanto né lo Stato si è realmente
trasformato, né la nuova burocrazia civico-militare intende
sviluppare politiche differenti dal solito assistenzialismo populista.
Dal primo di luglio al 30 di novembre ventisei manifestazioni sono
state represse, impedite od ostacolate; 71 sono stati i feriti; 130 le
detenzioni arbitrarie. Nel 55% dei casi la repressione viene operata
dalle polizie regionali mentre il restante è opera della Guardia
Nazionale. Da notare che sono solo sei le manifestazioni represse nella
capitale, Caracas. Casa, servizi e lavoro sono le motivazioni comuni. E
per il 2007, passata la scadenza elettorale e nonostante il segnale
forte lanciato ai settori sociali che lo sostengono di una "svolta
cubana", si prevede un incremento di conflittualità sociale
dovuto principalmente all'incapacità di affrontare in modo
realmente rivoluzionario le esigenze quotidiane della gente, aggravata
dai conflitti interni al bolivarismo e alle sue organizzazioni di base
sui criteri di ripartizione dell'enorme rendita petrolifera. Un
possibile scenario potrebbe essere quello di un conflitto di "poveri
contro poveri", il che vorrebbe dire un'ulteriore disfatta per il
processo di liberazione sociale. Per sventare questa tragica
eventualità i compagni venezuelani stanno operando per dare
corpo ad un'opposizione sociale che rompa gli schemi vigenti e che
riapra la strada ad una iniziativa autonoma dei movimenti sociali,
unica garanzia per un effettivo processo rivoluzionario. Non lasciamoli
soli.
Max. Var.