Umanità Nova, n.2 del 21 gennaio 2007, anno 87

Dopo Welby, perché se ne continui a parlare
Eutanasia e libertà

 
Il 21 dicembre 2006 Piergiorgio Welby è morto, anticipando, con scandalo di molti, una fine ineluttabile.
La malattia che lo aveva colpito lo avrebbe portato, prima o poi, al soffocamento. Il respiratore artificiale, da cui dipendeva contro la sua volontà, non avrebbe potuto evitarlo, ma permetteva comunque la prosecuzione di un'esperienza che, giorno per giorno, diveniva sempre più insopportabile. Le cure somministrate ai pazienti dovrebbero avere la funzione o di guarire o di lenire il dolore. Cura è anche permettere di proseguire ulteriormente la vita, ma nella misura in cui il terapeuta è "colui che presta un servizio". Quindi il servizio prestato implica che la prosecuzione della vita del paziente sia dignitosa e che gli si possa garantire un reinserimento nella sua normale condizione di vita. Nel caso in cui questo non sia possibile, cioè quando la malattia risulta incurabile, le cure mediche, non potendo garantire la guarigione, devono per lo meno lenire il dolore. In questo sta il servizio che il terapeuta può e deve prestare.
Nel caso di Welby, invece, non solo non poteva essere garantita la guarigione, ma la "cura" somministrata serviva solo a rendere sempre più lungo e tremendo il calvario di Piergiorgio.
I progressi delle tecnologie biomediche dovrebbero essere usati per il bene degli uomini, ma sembra che nelle nostre evolute società permanga immutato un istinto di morte, malcelato dietro i proclami ossessivi e reiterati in favore della vita.
È qualcosa cui ci stiamo abituando: difesa della famiglia tradizionale, della patria, della civiltà; i discorsi che vorrebbero unire hanno come unico fine quello di segnare delle differenze tra gli uomini, di definire un'ortodossia come punto dal quale categorizzare le appartenenze.
Nel caso Welby, la bagarre mediatica scatenata dai cattolici (e dai politici che usano l'appartenenza religiosa come passepartout) ha come fine quello di imporre ancora, e contro la volontà di tantissimi, una visione del mondo segnata dal dolore.
Ecco quello che scrive Maurizio Belpietro, direttore del Giornale: "Nel caso Welby però ci sembra siano andati oltre il pugno nello stomaco. Ciò che resta di quel partito (i radicali, cioè) appare vittima, stavolta, di un riflesso condizionato che lo condanna al ruolo di disobbedienza, senza rendersi conto che in gioco non c'era il diritto alla 'canna' giornaliera o quello di non tenere in mano il fucile, ma una vita umana".
Belpietro è a favore della vita umana, ma non dei diritti individuali: "Si obietterà: Welby voleva morire, Welby non voleva più vivere in quel modo. Lo so, e mi domando: chi stabilirà qual è il modo giusto in cui si può decidere che non si vuole più vivere e si lascia ad altri il compito di staccare la spina? Solo in caso di sclerosi che ti paralizza in un letto o anche in altri casi? Chi deciderà a che punto si può ricevere aiuto per morire? Risposta: l'individuo stesso, basterà un testamento biologico. Ognuno metterà per iscritto quando e se staccare la spina. Semplicissimo".
Ho scelto di citare Belpietro perché la sua posizione rappresenta bene la vulgata reazionaria in fatto di eutanasia: Welby non è un individuo, è "vita umana", quindi non ha diritto di scegliere perché, essendo un valore, la sua esistenza vale oggettivamente più che soggettivamente. Tutti noi, insomma, siamo scelti dal nostro ruolo e non scegliamo.
Gli individui non possono scegliere. Non possono perché qualsiasi emancipazione è contagiosa e chiede nuovi progressi, nuove conquiste, riducendo gli spazi di agibilità del potere. Lo stato di minorità imposto è importante, allora, perché permette di farci vedere dio lì dove è più che mai assente, nelle corsie degli ospedali, dove il dolore e la paura spingono gli uomini ad un'irrazionalità (comprensibile, sicuramente) di cui il potere non può che giovarsi.
La possibilità di lenire il dolore e di scegliere un modo meno tragico per porre fine alle proprie sofferenze è già un'emancipazione, un passo avanti per liberarsi dall'amorosa sollecitudine di chi ostacola anche l'utilizzo della morfina per i malati terminali.
Ci incatenano ad una scuola dogmatica e spesso inutile, ad un lavoro salariato, ai mutui a vita per poter possedere una casa, ma non basta. Dobbiamo essere controllati fino all'ultimo respiro, espropriati anche delle decisioni ultime. Questo è il punto: che l'individuo non scelga, che mai neppure un attimo possa essere padrone della propria vita, del proprio destino. Se la condizione di tanti non è più di estrema povertà (ma per otto milioni di italiani e tanti miliardi di persone nel mondo lo è ancora) esiste comunque una nuova povertà che è anche quella del non potere assolutamente rimettere in discussione una vita fatta di quotidiani condizionamenti. Per sostenere un tale sistema di cose i nostri padroni sono totalmente impegnati nello sforzo di creare l'illusione della libertà, cercando di nascondere la realtà con la pratica politica dello spettacolo, con la creazione del carnevale virtuale quotidiano. Quando però si esce dal ruolo di spettatori e si denunciano le condizioni reali di oppressione cui siamo sottoposti, allora il potere si manifesta per la bestia sanguinaria che è: questo è successo a Genova nel 2001, ma succede ogniqualvolta le leggi e le consuetudini di chi comanda vengono contestate. Ecco, quindi, la chiesa dichiarare di non poter dare i funerali religiosi a Welby, ecco che ci si trova di nuovo in fase preconciliare, come se il tempo non fosse mai passato. Il potere è quello di sempre, è solo la nostra incapacità di metterlo in discussione a far sì che chi ci comanda possa passare da difensore della vita e dei valori umani e sociali. Sono bastate le parole semplici e dirette di Welby per far sì che si palesasse il vero volto dei difensori della vita, incapaci del perdono che dicono essere l'essenza più intima del proprio dio. Chiusa da tantissimo la breccia di Porta Pia, la chiesa resta quella di sempre, perché il potere, laico o clericale che sia, non muta la propria essenza e le proprie finalità, adegua solo le strategie di dominio. Sono ancora tante, allora, le brecce che dovremo aprire, tante quante i poteri che ci dominano. La questione dei diritti individuali non è solo quella dell'eutanasia, né va posta come mero carattere di una democrazia più matura. Il punto focale della questione sta, infatti, nella necessità di sovvertire le istituzioni dominanti e di costruire una società fondata sulla partecipazione diretta e l'autogestione. Solo nel coinvolgimento di tutti nelle cose pubbliche risiede la possibilità di fare a meno delle narrazioni di potere. I diritti individuali si affermano nella partecipazione, quando le persone esperiscono come il prendere in mano le redini della propria vita possa essere gratificante ed emancipante.
Al di fuori di un processo di coinvolgimento e di partecipazione non ci resta che rassegnarci ad essere delle "vite umane", i cui progetti, valori, gusti e priorità saranno spiegati dai padroni ai pubblicitari di corte. 

Paolo Iervese

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