Il 21 dicembre 2006 Piergiorgio Welby è morto, anticipando, con scandalo di molti, una fine ineluttabile.
La malattia che lo aveva colpito lo avrebbe portato, prima o poi, al
soffocamento. Il respiratore artificiale, da cui dipendeva contro la
sua volontà, non avrebbe potuto evitarlo, ma permetteva comunque
la prosecuzione di un'esperienza che, giorno per giorno, diveniva
sempre più insopportabile. Le cure somministrate ai pazienti
dovrebbero avere la funzione o di guarire o di lenire il dolore. Cura
è anche permettere di proseguire ulteriormente la vita, ma nella
misura in cui il terapeuta è "colui che presta un servizio".
Quindi il servizio prestato implica che la prosecuzione della vita del
paziente sia dignitosa e che gli si possa garantire un reinserimento
nella sua normale condizione di vita. Nel caso in cui questo non sia
possibile, cioè quando la malattia risulta incurabile, le cure
mediche, non potendo garantire la guarigione, devono per lo meno lenire
il dolore. In questo sta il servizio che il terapeuta può e deve
prestare.
Nel caso di Welby, invece, non solo non poteva essere garantita la
guarigione, ma la "cura" somministrata serviva solo a rendere sempre
più lungo e tremendo il calvario di Piergiorgio.
I progressi delle tecnologie biomediche dovrebbero essere usati per il
bene degli uomini, ma sembra che nelle nostre evolute società
permanga immutato un istinto di morte, malcelato dietro i proclami
ossessivi e reiterati in favore della vita.
È qualcosa cui ci stiamo abituando: difesa della famiglia
tradizionale, della patria, della civiltà; i discorsi che
vorrebbero unire hanno come unico fine quello di segnare delle
differenze tra gli uomini, di definire un'ortodossia come punto dal
quale categorizzare le appartenenze.
Nel caso Welby, la bagarre mediatica scatenata dai cattolici (e dai
politici che usano l'appartenenza religiosa come passepartout) ha come
fine quello di imporre ancora, e contro la volontà di
tantissimi, una visione del mondo segnata dal dolore.
Ecco quello che scrive Maurizio Belpietro, direttore del Giornale: "Nel
caso Welby però ci sembra siano andati oltre il pugno nello
stomaco. Ciò che resta di quel partito (i radicali, cioè)
appare vittima, stavolta, di un riflesso condizionato che lo condanna
al ruolo di disobbedienza, senza rendersi conto che in gioco non c'era
il diritto alla 'canna' giornaliera o quello di non tenere in mano il
fucile, ma una vita umana".
Belpietro è a favore della vita umana, ma non dei diritti
individuali: "Si obietterà: Welby voleva morire, Welby non
voleva più vivere in quel modo. Lo so, e mi domando: chi
stabilirà qual è il modo giusto in cui si può
decidere che non si vuole più vivere e si lascia ad altri il
compito di staccare la spina? Solo in caso di sclerosi che ti paralizza
in un letto o anche in altri casi? Chi deciderà a che punto si
può ricevere aiuto per morire? Risposta: l'individuo stesso,
basterà un testamento biologico. Ognuno metterà per
iscritto quando e se staccare la spina. Semplicissimo".
Ho scelto di citare Belpietro perché la sua posizione
rappresenta bene la vulgata reazionaria in fatto di eutanasia: Welby
non è un individuo, è "vita umana", quindi non ha diritto
di scegliere perché, essendo un valore, la sua esistenza vale
oggettivamente più che soggettivamente. Tutti noi, insomma,
siamo scelti dal nostro ruolo e non scegliamo.
Gli individui non possono scegliere. Non possono perché
qualsiasi emancipazione è contagiosa e chiede nuovi progressi,
nuove conquiste, riducendo gli spazi di agibilità del potere. Lo
stato di minorità imposto è importante, allora,
perché permette di farci vedere dio lì dove è
più che mai assente, nelle corsie degli ospedali, dove il dolore
e la paura spingono gli uomini ad un'irrazionalità
(comprensibile, sicuramente) di cui il potere non può che
giovarsi.
La possibilità di lenire il dolore e di scegliere un modo meno
tragico per porre fine alle proprie sofferenze è già
un'emancipazione, un passo avanti per liberarsi dall'amorosa
sollecitudine di chi ostacola anche l'utilizzo della morfina per i
malati terminali.
Ci incatenano ad una scuola dogmatica e spesso inutile, ad un lavoro
salariato, ai mutui a vita per poter possedere una casa, ma non basta.
Dobbiamo essere controllati fino all'ultimo respiro, espropriati anche
delle decisioni ultime. Questo è il punto: che l'individuo non
scelga, che mai neppure un attimo possa essere padrone della propria
vita, del proprio destino. Se la condizione di tanti non è
più di estrema povertà (ma per otto milioni di italiani e
tanti miliardi di persone nel mondo lo è ancora) esiste comunque
una nuova povertà che è anche quella del non potere
assolutamente rimettere in discussione una vita fatta di quotidiani
condizionamenti. Per sostenere un tale sistema di cose i nostri padroni
sono totalmente impegnati nello sforzo di creare l'illusione della
libertà, cercando di nascondere la realtà con la pratica
politica dello spettacolo, con la creazione del carnevale virtuale
quotidiano. Quando però si esce dal ruolo di spettatori e si
denunciano le condizioni reali di oppressione cui siamo sottoposti,
allora il potere si manifesta per la bestia sanguinaria che è:
questo è successo a Genova nel 2001, ma succede ogniqualvolta le
leggi e le consuetudini di chi comanda vengono contestate. Ecco,
quindi, la chiesa dichiarare di non poter dare i funerali religiosi a
Welby, ecco che ci si trova di nuovo in fase preconciliare, come se il
tempo non fosse mai passato. Il potere è quello di sempre,
è solo la nostra incapacità di metterlo in discussione a
far sì che chi ci comanda possa passare da difensore della vita
e dei valori umani e sociali. Sono bastate le parole semplici e dirette
di Welby per far sì che si palesasse il vero volto dei difensori
della vita, incapaci del perdono che dicono essere l'essenza più
intima del proprio dio. Chiusa da tantissimo la breccia di Porta Pia,
la chiesa resta quella di sempre, perché il potere, laico o
clericale che sia, non muta la propria essenza e le proprie
finalità, adegua solo le strategie di dominio. Sono ancora
tante, allora, le brecce che dovremo aprire, tante quante i poteri che
ci dominano. La questione dei diritti individuali non è solo
quella dell'eutanasia, né va posta come mero carattere di una
democrazia più matura. Il punto focale della questione sta,
infatti, nella necessità di sovvertire le istituzioni dominanti
e di costruire una società fondata sulla partecipazione diretta
e l'autogestione. Solo nel coinvolgimento di tutti nelle cose pubbliche
risiede la possibilità di fare a meno delle narrazioni di
potere. I diritti individuali si affermano nella partecipazione, quando
le persone esperiscono come il prendere in mano le redini della propria
vita possa essere gratificante ed emancipante.
Al di fuori di un processo di coinvolgimento e di partecipazione non ci
resta che rassegnarci ad essere delle "vite umane", i cui progetti,
valori, gusti e priorità saranno spiegati dai padroni ai
pubblicitari di corte.
Paolo Iervese