Umanità Nova, n.2 del 21 gennaio 2007, anno 87

Dibattito. Anarchici & Politica-2
Il politico e il sociale

 
Sul numero 39 di UN sotto il titolo "Diserzione, passione, conflitto, sperimentazione"pubblicammo alcuni testi dedicati al tema "Anarchici & politica". Gli articoli erano del nostro collaboratore Salvo Vaccaro che ci aveva proposto di iniziare un dibattito su questo tema, suddividendolo intorno a varie aree tematiche. In quell'occasione auspicammo che il dibattito vedesse una vasta partecipazione. In questo mese e mezzo sono arrivati due contributi che pubblicheremo nelle prossime settimane. Nel frattempo, per riannodare il filo del discorso, vi proponiamo una seconda tranche di testi di Vaccaro.

Famiglia, scuola, caserma, prigione, ospedale, banca, borsa, fabbrica...
È arcinoto come gli anarchici organizzati si muovano in luoghi non-istituzionali poiché in essi massima è l'espressione del potere e dell'autorità politica per eccellenza (parlamenti, partiti, assemblee legislative locali, enti locali, ecc.). Tuttavia, esistono nella sfera sociale e non prettamente politica, altri spazi ormai istituzionali quali la famiglia, la scuola, la caserma, la prigione, l'ospedale, la banca, la borsa, la fabbrica. Si tratta di luoghi istituzionali nel senso di stabili e permanenti, funzionali alla riproduzione, non tanto del ceto politico che tradizionalmente occupa con professionismo di carriera i luoghi della politica (separandosi così nettamente dall'uomo comune, che può dedicarsi alla passione politica ma senza abbandonare il posto di lavoro come fonte di sostentamento e reperimento del reddito necessario alla propria riproduzione in quanto individuo), quanto dell'intera società nel suo complesso. Certamente, alcuni di questi spazi sono funzionali all'esercizio del potere politico, quali la caserma e la prigione, che in effetti ha visto la frequentazione da parte di anarchici e anarchiche, ma non in qualità di attivi protagonisti del loro funzionamento, caso mai come inquilini (temporanei...) talvolta attivi per il loro stravolgimento.
Quanto alle altre istituzioni sociali, per l'appunto, non vale in tal caso la scelta tutta politica (oltre che ideologica) della diserzione da esse come altra forma di agire politico organizzato. Anzi, si può sostenere come l'attraversamento da parte di ognuno di noi di diverse di queste istituzioni sociali ci abbia sempre visto attivi nel modificarne la cifra sostanziale e l'involucro formale con cui esse si sono date nel tempo. Il taglio dell'agire politico, ma anche esistenziale, al loro interno, è sempre stato teso in direzione di una trasformazione qualitativa che ampliasse gli spazi e le opportunità di libertà, restringendo al contempo le opzioni di esercizio di potere e quindi di chiusura di tali spazi. Anche quando l'esito del conflitto puntuale e interno ad ognuna di queste istituzioni sociali ha dato luogo ad una parziale riforma che certo non incontrava gli auspici delle lotte delle anarchiche e degli anarchici (più o meno organizzati, secondo le circostanze), la traccia di libertarismo innervata in esse rivive ogni momento in cui rinasce una esigenza di affrancamento e di emancipazione dai ceppi vincolanti che tali istituzioni portano con sé, del resto sono forme di stabilizzazione restie ad una trasformazione in sintonia con le istanze del tempo, bensì al limite disponibile a lente evoluzioni che transitano da un apparato di stabilità ad un altro omologo quanto a logica, seppure diverso quanto a forma esteriore.
La moltiplicazione di queste istituzioni sociali si è dipanata altresì nella sua diffusione in ogni angolo della società stessa, radicandosi tanto nell'immaginario che riproduce l'esigenza necessaria di stabilità con cui esse integrano desideri e bisogni collettivi, quanto sul territorio di vita in cui tracciamo la nostra esistenza. Se da un lato l'integrazione di un immaginario istituito blocca virtualmente la possibilità di trasformazione di tali desideri e bisogni, qualora non coincidenti con le rispettive istituzioni sociali, dall'altro la loro esposizione su ogni territorio li rende vulnerabili all'agire individuale e collettivo teso alla loro modifica in senso radicale. A questo punto le opportunità di agire politico degli anarchici organizzati si fanno sempre più ampie proprio perché l'esperienza di famiglie, scuole, università, banche, fabbriche, ecc. (per non parlare delle nuove istituzioni del consumo quali gli ipermercati o le nuove istituzioni mediatiche quali le tv) diviene pane quotidiano nella e della nostra vita, dalla quale un impegno politico non è corretto prendere distanza, pena l'ingresso involontario in un reale simulato quale è appunto la sfera politica.
La dimensione locale si conferma quella più vicina alla nostra vita di ogni giorno, quella che accomuna gli individui facenti parte di una comunità, tanto concreta (paese, città, metropoli), quanto immateriale quale può rappresentare quella simulata sugli schermi di un monitor (computer, tv). Tale dimensione locale, sia pure surdeterminata spesso da istanze più sovrane e globali, resta comunque il collante che lega il fare società tra individui altrimenti parcellizzati in monadi senza aperture, identità solipsistiche e autoreferenziali, che si illudono di essere autosufficienti a se stessi, mentre solo il rischio di una contaminazione felice tra altri-da-sé può allargare l'orizzonte di vita vissuta e pensata, caratterizzandola sotto il segno di una aspirazione infinita alla libertà sempre più conquistata a quelle istituzioni deputate appunto a governarla, controllarla, disciplinarla, centellinarla in dosi innocue, come (cinicamente e lucidamente) diceva Hobbes, per il potere di turno.

Fuori dalle istituzioni, dentro la società
Uno degli errori concettuali e politici che gli anarchici non devono mai commettere sarebbe quello di confondere una struttura autoritaria che governa una data società, e la società autoritaria che ne è effetto (ma forse al tempo stesso anche fonte di alimentazione). Se la sfera politica incarna la prima, il totale dispiegamento delle relazioni sociali individua la società in senso generale. Pertanto, se nei confronti della politica quale struttura di governo della società, attraverso la sua sfera separata occupata da un ceto politico che si rinnova tramite la sostituzione elettorale (nei regimi democratici, ovviamente), l'attitudine delle anarchiche e degli anarchici oscilla da una feroce ostilità ad una irriducibile estraneità al sistema stesso, passando per variegate forme di antagonismo tattico con cui misurare sempre gli specifici rapporti di forza in occasione di conflitti puntuali relativi ad aspetti particolari della vita organizzata, tale attitudine si rivela controproducente se e qualora venisse replicata nei confronti dell'insieme della società.
Proprio perché talvolta l'apparenza ci mostra come la struttura autoritaria della politica si appiattisce e si erge da una spinta paradossalmente dal basso che la alimenta, quando cioè gli umori profondi della società scavalcano "a destra", per così dire, il ceto politico che è deputato a moderarli al fine di meglio governarla nell'unità integrale, diviene opportuno non fare di tutte le erbe un fascio e insinuarsi nelle crepe di distanza tra società autoritaria e struttura politica autoritaria. Solo la possibilità di esistenza di tali crepe ci consente di operare per l'allargamento degli spazi di libertà al suo interno, visto che ci precludiamo per corretta e strategica scelta politica di muoverci all'interno delle sedi istituzionali della politica.
Del resto, se la società meritasse la nostra irriducibile ostilità e estraneità ad essa, finiremo non solo con l'auto-emarginarci, facendo un favore ai nostri avversari tanto sul campo delle forze dominanti, quanto su quello della concorrenza emancipatrice che opera sul doppio piano della conflittualità sociale e della cosiddetta mediazione politica in sedi istituzionali centrali e periferiche; ma anche con l'isolarci volontariamente da ogni prospettiva di trasformazione sociale della qualità della vita che possa esser inerente ad una società intera, e non solo ad una minoranza ascetica per quanto attiva, lungimirante ed eticamente ben disposta ad una felice relazionarsi tra individui. L'eccesso di individualismo smarrisce il legame che radica saldamente l'umanità alla sua com-unità non separabile artificialmente in atomi isolati e reciprocamente in comunicanti.
Il che ovviamente non vuol dire mostrare un duplice volto secondo che si abbia a che fare con la sfera della politica o con la dimensione sociale, giusto per economizzare lo spazio di scrittura. Significa invece orientare gli strali della nostra ostilità nella giusta direzione, cercando al contempo di nuotare come pesci a loro agio in un mare che deve saper accoglierli anche se non ne condivide interamente e fino in fondo il pensiero, la pratica e la prospettiva. In altri termini, un sostegno impalpabile che ci riconosca come facenti parte della comunità, sia pure in un ruolo non neutralizzato (folcloristico, criminalizzabile, stereotipato, astrattamente letterario) bensì attivo ed estremamente radicale nel connettere critica e proposta in senso tanto distruttivo, quanto ricostruttivo di un tessuto sociale di cui occorre denunciare il logorio da parte della struttura politica.
I tempi di tale critica aliena da ogni compromesso, ma flessibile in ragione dell'increspatura del mare che ci accoglie secondo i climi del momento, costituiscono la percezione della nostra sapienza politica, ossia una capacità critico-riflessiva che deve essere in grado di tenere insieme sia la critica, sia l'auto-critica intorno alla nostra posizione in quel dato spazio del conflitto e in quel dato momento storico. Irriducibilità e flessibilità non rappresentano una contraddizione come pure potrebbe sembrare, in quanto si dispongono in maniera asimmetrica rispetto ai contenuti libertari veicolati dalle anarchiche e dagli anarchici coerenti con se stessi e rispetto alla gradualità di affermazione di tali contenuti sgranati nel tempo storico secondo le opportunità di comprensione sempre più allargata che infine conduce all'allargamento di consensi e simpatie nell'ambito della sfera della società.
Questa sapienza, che nasce all'insegna dell'esperienza e della memoria storica filtrata dalla riflessione disincantata e non agiografica, non coincide affatto con l'ideologia, come pure potrebbe apparire. Ma di ciò alla prossima puntata...

Salvo Vaccaro

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