Sul numero 39 di UN sotto il titolo
"Diserzione, passione, conflitto, sperimentazione"pubblicammo alcuni
testi dedicati al tema "Anarchici & politica". Gli articoli erano
del nostro collaboratore Salvo Vaccaro che ci aveva proposto di
iniziare un dibattito su questo tema, suddividendolo intorno a varie
aree tematiche. In quell'occasione auspicammo che il dibattito vedesse
una vasta partecipazione. In questo mese e mezzo sono arrivati due
contributi che pubblicheremo nelle prossime settimane. Nel frattempo,
per riannodare il filo del discorso, vi proponiamo una seconda tranche
di testi di Vaccaro.
Famiglia, scuola, caserma, prigione, ospedale, banca, borsa, fabbrica...
È arcinoto come gli anarchici organizzati si muovano in luoghi
non-istituzionali poiché in essi massima è l'espressione
del potere e dell'autorità politica per eccellenza (parlamenti,
partiti, assemblee legislative locali, enti locali, ecc.). Tuttavia,
esistono nella sfera sociale e non prettamente politica, altri spazi
ormai istituzionali quali la famiglia, la scuola, la caserma, la
prigione, l'ospedale, la banca, la borsa, la fabbrica. Si tratta di
luoghi istituzionali nel senso di stabili e permanenti, funzionali alla
riproduzione, non tanto del ceto politico che tradizionalmente occupa
con professionismo di carriera i luoghi della politica (separandosi
così nettamente dall'uomo comune, che può dedicarsi alla
passione politica ma senza abbandonare il posto di lavoro come fonte di
sostentamento e reperimento del reddito necessario alla propria
riproduzione in quanto individuo), quanto dell'intera società
nel suo complesso. Certamente, alcuni di questi spazi sono funzionali
all'esercizio del potere politico, quali la caserma e la prigione, che
in effetti ha visto la frequentazione da parte di anarchici e
anarchiche, ma non in qualità di attivi protagonisti del loro
funzionamento, caso mai come inquilini (temporanei...) talvolta attivi
per il loro stravolgimento.
Quanto alle altre istituzioni sociali, per l'appunto, non vale in tal
caso la scelta tutta politica (oltre che ideologica) della diserzione
da esse come altra forma di agire politico organizzato. Anzi, si
può sostenere come l'attraversamento da parte di ognuno di noi
di diverse di queste istituzioni sociali ci abbia sempre visto attivi
nel modificarne la cifra sostanziale e l'involucro formale con cui esse
si sono date nel tempo. Il taglio dell'agire politico, ma anche
esistenziale, al loro interno, è sempre stato teso in direzione
di una trasformazione qualitativa che ampliasse gli spazi e le
opportunità di libertà, restringendo al contempo le
opzioni di esercizio di potere e quindi di chiusura di tali spazi.
Anche quando l'esito del conflitto puntuale e interno ad ognuna di
queste istituzioni sociali ha dato luogo ad una parziale riforma che
certo non incontrava gli auspici delle lotte delle anarchiche e degli
anarchici (più o meno organizzati, secondo le circostanze), la
traccia di libertarismo innervata in esse rivive ogni momento in cui
rinasce una esigenza di affrancamento e di emancipazione dai ceppi
vincolanti che tali istituzioni portano con sé, del resto sono
forme di stabilizzazione restie ad una trasformazione in sintonia con
le istanze del tempo, bensì al limite disponibile a lente
evoluzioni che transitano da un apparato di stabilità ad un
altro omologo quanto a logica, seppure diverso quanto a forma esteriore.
La moltiplicazione di queste istituzioni sociali si è dipanata
altresì nella sua diffusione in ogni angolo della società
stessa, radicandosi tanto nell'immaginario che riproduce l'esigenza
necessaria di stabilità con cui esse integrano desideri e
bisogni collettivi, quanto sul territorio di vita in cui tracciamo la
nostra esistenza. Se da un lato l'integrazione di un immaginario
istituito blocca virtualmente la possibilità di trasformazione
di tali desideri e bisogni, qualora non coincidenti con le rispettive
istituzioni sociali, dall'altro la loro esposizione su ogni territorio
li rende vulnerabili all'agire individuale e collettivo teso alla loro
modifica in senso radicale. A questo punto le opportunità di
agire politico degli anarchici organizzati si fanno sempre più
ampie proprio perché l'esperienza di famiglie, scuole,
università, banche, fabbriche, ecc. (per non parlare delle nuove
istituzioni del consumo quali gli ipermercati o le nuove istituzioni
mediatiche quali le tv) diviene pane quotidiano nella e della nostra
vita, dalla quale un impegno politico non è corretto prendere
distanza, pena l'ingresso involontario in un reale simulato quale
è appunto la sfera politica.
La dimensione locale si conferma quella più vicina alla nostra
vita di ogni giorno, quella che accomuna gli individui facenti parte di
una comunità, tanto concreta (paese, città, metropoli),
quanto immateriale quale può rappresentare quella simulata sugli
schermi di un monitor (computer, tv). Tale dimensione locale, sia pure
surdeterminata spesso da istanze più sovrane e globali, resta
comunque il collante che lega il fare società tra individui
altrimenti parcellizzati in monadi senza aperture, identità
solipsistiche e autoreferenziali, che si illudono di essere
autosufficienti a se stessi, mentre solo il rischio di una
contaminazione felice tra altri-da-sé può allargare
l'orizzonte di vita vissuta e pensata, caratterizzandola sotto il segno
di una aspirazione infinita alla libertà sempre più
conquistata a quelle istituzioni deputate appunto a governarla,
controllarla, disciplinarla, centellinarla in dosi innocue, come
(cinicamente e lucidamente) diceva Hobbes, per il potere di turno.
Fuori dalle istituzioni, dentro la società
Uno degli errori concettuali e politici che gli anarchici non devono
mai commettere sarebbe quello di confondere una struttura autoritaria
che governa una data società, e la società autoritaria
che ne è effetto (ma forse al tempo stesso anche fonte di
alimentazione). Se la sfera politica incarna la prima, il totale
dispiegamento delle relazioni sociali individua la società in
senso generale. Pertanto, se nei confronti della politica quale
struttura di governo della società, attraverso la sua sfera
separata occupata da un ceto politico che si rinnova tramite la
sostituzione elettorale (nei regimi democratici, ovviamente),
l'attitudine delle anarchiche e degli anarchici oscilla da una feroce
ostilità ad una irriducibile estraneità al sistema
stesso, passando per variegate forme di antagonismo tattico con cui
misurare sempre gli specifici rapporti di forza in occasione di
conflitti puntuali relativi ad aspetti particolari della vita
organizzata, tale attitudine si rivela controproducente se e qualora
venisse replicata nei confronti dell'insieme della società.
Proprio perché talvolta l'apparenza ci mostra come la struttura
autoritaria della politica si appiattisce e si erge da una spinta
paradossalmente dal basso che la alimenta, quando cioè gli umori
profondi della società scavalcano "a destra", per così
dire, il ceto politico che è deputato a moderarli al fine di
meglio governarla nell'unità integrale, diviene opportuno non
fare di tutte le erbe un fascio e insinuarsi nelle crepe di distanza
tra società autoritaria e struttura politica autoritaria. Solo
la possibilità di esistenza di tali crepe ci consente di operare
per l'allargamento degli spazi di libertà al suo interno, visto
che ci precludiamo per corretta e strategica scelta politica di
muoverci all'interno delle sedi istituzionali della politica.
Del resto, se la società meritasse la nostra irriducibile
ostilità e estraneità ad essa, finiremo non solo con
l'auto-emarginarci, facendo un favore ai nostri avversari tanto sul
campo delle forze dominanti, quanto su quello della concorrenza
emancipatrice che opera sul doppio piano della conflittualità
sociale e della cosiddetta mediazione politica in sedi istituzionali
centrali e periferiche; ma anche con l'isolarci volontariamente da ogni
prospettiva di trasformazione sociale della qualità della vita
che possa esser inerente ad una società intera, e non solo ad
una minoranza ascetica per quanto attiva, lungimirante ed eticamente
ben disposta ad una felice relazionarsi tra individui. L'eccesso di
individualismo smarrisce il legame che radica saldamente
l'umanità alla sua com-unità non separabile
artificialmente in atomi isolati e reciprocamente in comunicanti.
Il che ovviamente non vuol dire mostrare un duplice volto secondo che
si abbia a che fare con la sfera della politica o con la dimensione
sociale, giusto per economizzare lo spazio di scrittura. Significa
invece orientare gli strali della nostra ostilità nella giusta
direzione, cercando al contempo di nuotare come pesci a loro agio in un
mare che deve saper accoglierli anche se non ne condivide interamente e
fino in fondo il pensiero, la pratica e la prospettiva. In altri
termini, un sostegno impalpabile che ci riconosca come facenti parte
della comunità, sia pure in un ruolo non neutralizzato
(folcloristico, criminalizzabile, stereotipato, astrattamente
letterario) bensì attivo ed estremamente radicale nel connettere
critica e proposta in senso tanto distruttivo, quanto ricostruttivo di
un tessuto sociale di cui occorre denunciare il logorio da parte della
struttura politica.
I tempi di tale critica aliena da ogni compromesso, ma flessibile in
ragione dell'increspatura del mare che ci accoglie secondo i climi del
momento, costituiscono la percezione della nostra sapienza politica,
ossia una capacità critico-riflessiva che deve essere in grado
di tenere insieme sia la critica, sia l'auto-critica intorno alla
nostra posizione in quel dato spazio del conflitto e in quel dato
momento storico. Irriducibilità e flessibilità non
rappresentano una contraddizione come pure potrebbe sembrare, in quanto
si dispongono in maniera asimmetrica rispetto ai contenuti libertari
veicolati dalle anarchiche e dagli anarchici coerenti con se stessi e
rispetto alla gradualità di affermazione di tali contenuti
sgranati nel tempo storico secondo le opportunità di
comprensione sempre più allargata che infine conduce
all'allargamento di consensi e simpatie nell'ambito della sfera della
società.
Questa sapienza, che nasce all'insegna dell'esperienza e della memoria
storica filtrata dalla riflessione disincantata e non agiografica, non
coincide affatto con l'ideologia, come pure potrebbe apparire. Ma di
ciò alla prossima puntata...
Salvo Vaccaro