Umanità Nova, n.2 del 21 gennaio 2007, anno 87

Pinochet, un pio assassino
Il macellaio e il prete

 
Non sta certo a noi anarchici metterci a sindacare sulle scelte liturgiche della Chiesa cattolica, su chi debba essere benedetto in punto di morte e chi abbia diritto o meno a un funerale religioso. Sono cose loro e non ci compete certo dare giudizi di opportunità. Mi sembra, però, che in questi ultimi tempi siano diventate più che opportune alcune considerazioni.
Da poco ha lasciato questa valle di lacrime uno dei più efferati boia di Stato dell'intero Novecento. Il generale cileno Pinochet, infatti, ha pensato bene di togliere il disturbo (la sua sopravvivenza a se stesso era ormai ingombrante anche per i famigliari che hanno tirato un respiro di sollievo) lasciando così, dopo aver reso orfani veri migliaia di bambini, massacrando i loro genitori, orfani virtuali, a quanto si è visto, non pochi bravi cittadini e patrioti cileni. Tra questi inconsolabili nostalgici di un regime nel quale bastava essere considerati di sinistra per venire brutalmente eliminati o torturati (però forse i treni funzionavano in orario!), non mancano, come era prevedibile, alcuni dei più potenti rappresentanti della Chiesa cilena. Perché i debiti vanno pagati, soprattutto quando lo si fa volentieri. E volentieri, molto volentieri, vescovi, cardinali e cappellani militari hanno fatto il loro dovere, celebrando e benedicendo con tutti gli onori che meritava il macellaio che li aveva "salvati dal comunismo". Del resto si sa che i cani si annusano fra loro, e di annusarsi oscenamente Chiesa ufficiale e regime cileno, non hanno mai smesso. Come dimostrò, con la forza evocativa di un'immagine che valse più di mille discorsi, l'indimenticabile abbraccio sul balcone della Moneda fra un carnicero raggiante e un Giovanni Paolo II per nulla imbarazzato. Alla faccia di quei pochi cattolici e di quei pochi preti, vittime anch'essi, che trovarono il coraggio e la dignità di opporsi alle infamie seguite al golpe dell'11 settembre 1973.
E perché non ci siano dubbi su come la pensino, ecco arrivare le dichiarazioni ufficiali dei rappresentanti del compassionevole clero del Cile. Semplicemente agghiaccianti, se si pensa quanto inumano e miserevole sia stato il regime dei generali cileni. "La sua caratteristica principale è rimasta l'amor di patria, sommato a quello per Dio. Non ho mai visto un uomo con più fede. Era molto devoto alla Vergine Maria, amava la famiglia, apprezzava amicizia e lealtà". Così si esprime il capintesta dei cappellani militari, che ne ha raccolto la confessione in punto di morte, ma che evidentemente non è stato turbato nel sentirsi enumerare le efferatezze che Pinochet avrebbe dovuto elencargli in punto di morte. Anzi, maramaldeggia il buon curato: "Oggi il Generale sta vedendo il volto di Dio". Il quale Dio, se esistesse, aggiungiamo noi, non deve vivere certamente una delle sue giornate migliori.
Bella forza, dirà qualcuno. Si sa che i cappellani militari sono il peggio del peggio, non solo preti ma anche, fortemente, profondamente fascisti, quindi tali dichiarazioni potrebbero lasciare il tempo che trovano. Certamente, ma allora, proprio perché non ci siano dubbi su come la pensi la Chiesa, ecco farsi avanti il signor arcivescovo di Santiago che cappellano militare non è mai stato, ma che con bella presenza di spirito dichiara: "Che Dio lo perdoni" (e questa è una formula di rito che non si nega a nessuno), "ma tenga conto anche del bene che ha fatto" (e questa mi sembra un po' meno una formula di rito).
Va detto comunque che se la Chiesa ufficiale cilena non ha mostrato alcun imbarazzo nel celebrare da vivo e da morto quel bel campione di umanità, un poco, invece, lo ha dovuto abbozzare quel cardinale Pio Laghi che, negli anni delle feroci dittature argentina e cilena, fu il potente nunzio apostolico in quei paesi. Se non altro, non solo in conseguenza di una generalizzata consapevolezza sociale, ma anche perché alcuni tribunali internazionali si sono messi a indagare oltre che sulle efferatezze di quei regimi, anche sulle pesantissime corresponsabilità sue e della Chiesa. Ecco quindi l'opportuna intervista sulla «Stampa» che, con un bel gioco di sponda, permette loro di scaricarne un po', titolando, molto significativamente: "La Chiesa salvò in silenzio molte vite". E deve essere stata davvero molto silenziosa, perché non se ne è accorto proprio nessuno!
Nell'intervista più volte il povero Laghi si trova costretto ad ammettere il proprio imbarazzo e anche un certo "rammarico" per quanto successe sotto i suoi impassibili occhi, ma nelle sue parole si ritrova, ancora oggi, quella sostanziale complicità offerta dal Vaticano, che fu uno dei due puntelli fondamentali (l'altro furono gli Stati Uniti) per la sopravvivenza delle criminali dittature sudamericane. Il Vaticano che "non poteva certamente decidere di non andare in Cile, essendo il Cile un paese così cattolico" e che non poteva "interrompere un rapporto con un governo riconosciuto da settanta, ottanta altri stati, e poi c'erano i vescovi" – evidentemente tutti pro Pinochet – "e il compito dei nunzi è soprattutto lavorare con i vescovi"! Insomma, per farla breve, se si ripresentasse l'occasione, tornerebbe a fare quello che ha fatto. E bravo Laghi!
Dicevamo all'inizio che di questi tempi non si possono non fare certe considerazioni. Se non altro per capire un po' meglio con chi si ha veramente a che fare, al di là delle belle parole "d'amore" che vengono costantemente rivolte. È di questi giorni la decisa presa di posizione di Ratzinger contro la pena di morte, giustamente ribadita in occasione della barbara esecuzione di Saddam Hussein. Presa di posizione che non viene inficiata nemmeno dalla assoluta assenza contestuale di condanna delle infinite pene di morte comminate dal dittatore iracheno contro i suoi oppositori. E delle quali fu complice volenteroso il cristiano Tarek Aziz. Avremmo voluto che questa opposizione alle esecuzioni di stato si fosse espressa altrettanto decisamente anche nei giorni successivi all'11 settembre 1973. Al macellaio cileno, responsabile di migliaia di omicidi, sono stati concessi solenni funerali religiosi con tutti i crismi e i controcrismi del caso. Al povero Pier Giorgio Welby, e soprattutto ai suoi famigliari che li avevano drammaticamente richiesti, tali funerali sono stati pervicacemente negati, rendendo ancora più tragica la loro vicenda. Decisioni della Chiesa, si dirà, sulla cui logica e legittimità non sta certamente a noi anarchici sindacare. Senza dubbio, ma una domanda vogliamo comunque permettercela. Ma tutto questo compassionevole amore, dov'è?

MOM

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