Umanità Nova, n.3 del 28 gennaio 2007, anno 87

Trapani: figlio ucciso dall'uranio, padre si incatena
Esercito assassino

 
Verità e giustizia per il figlio ammazzato dallo stato e vilipeso dai suoi tutori. È questo che Giuseppe Adragna chiede da anni sfidando il muro di omertà delle istituzioni politiche e militari italiane. È tornato a farlo venerdì 19 gennaio nella sua città, Trapani, incatenandosi a un palo, distribuendo centinaia di volantini e raccogliendo la solidarietà dei passanti, degli studenti, dei pacifisti che - avuta notizia di quella protesta - sono andati a sostenerlo.
La storia che lo ha segnato per sempre è quella di suo figlio Crispino, detto Rino, morto il 15 agosto del 2005 a causa del famigerato linfoma di non Hodgkin, la patologia che colpisce coloro i quali vengono a contatto con uranio impoverito e sostanze cancerogene che sono in dotazione alle armi proibite di cui si serve l'esercito italiano, e non solo. La vicenda di Rino Adragna ha dell'incredibile, e si somma alle storie personali di decine e decine di militari italiani colpiti dalla stessa patologia o da altri tumori che costituiscono un comune denominatore per molti di quelli che hanno partecipato alle missioni militari all'estero, specialmente la guerra in Kosovo. Nel caso di Rino si tratta di una parabola particolarmente sventurata.
Il giovane trapanese viene chiamato a svolgere il normale servizio di leva in Marina militare nel 1999, a Taranto. Successivamente "nonostante non sapesse nuotare" dice il padre, viene imbarcato sulla nave Perseo partecipando a una missione nei Balcani, ma gli apparati militari hanno sempre smentito lo svolgimento di quella missione sostenendo che la nave non ha mai lasciato il porto di Taranto. In tutto quel periodo, il cellulare di Rino era sempre stato irragiungibile.
Al suo rientro Rino accusa forti malori e comincia un pellegrinaggio in vari ospedali militari: Taranto, Messina, Augusta. Gli diagnosticano al massimo una esofagite e una gastrite. Nel settembre del '99 Rino viene assegnato al Mariradar dell'isola di Pantelleria. "In quella base, sotto i radar e i trasmettori - racconta Giuseppe Adragna – succedevano cose strane: l'acqua per la pasta bolliva prestissimo, il televisore a spina staccata si accendeva e in quella torretta Rino faceva turni anche di 35 ore". A novembre Rino viene nuovamente ricoverato ad Augusta a causa di altri disturbi e poi il 29 di quel mese viene congedato senza visita medica finale ma con la surreale diagnosi di "pregressa naupatia". Nel 2000, ad aprile, in seguito a una fortuita botta alla gamba destra, Rino si sottopone ad analisi e si insinua il sospetto di un linfoma non Hodgkin. La diagnosi viene confermata a luglio dai medici degli ospedali riuniti di Bergamo dove Rino si era trasferito. Si comincia con la chemioterapia, poi a Palermo il trapianto di cellule staminali e quindi la radioterapia. A marzo del 2001 Rino viene riconosciuto "persona con handicap con situazione di gravità al 100%" e gli viene concesso un magro vitalizio di 240 euro al mese. I genitori, che non lo abbandonano mai, inscenano una clamorosa protesta davanti il municipio di Trapani, rivendicando il diritto a un contributo economico. Il contributo viene significativamente concesso subito, dopo che i signori Adragna erano rimasti invischiati nelle maglie della burocrazia per nove mesi e con le pesantissime spese sanitarie da sostenere.
Dal 2001 al 2003, la famiglia Adragna si reca più volte a Roma, a Montecitorio, per rivendicare giustizia e il riconoscimento della patologia contratta dal figlio a seguito dello svolgimento del normale servizio di leva. Non sono soli, e prendono contatti con le famiglie di altri militari malati. Nel frattempo le condizioni di Rino peggiorano. Come se tutto questo non bastasse, la sera del 18 gennaio 2003 il giovane Rino viene fermato da agenti di polizia in borghese che gli contestano alcune infrazioni. Nasce un diverbio, perché Rino spiega la sua condizione di invalido, le difficoltà economiche in cui versa la sua famiglia per via delle spese mediche e l'impossibilità di pagare la multa. I poliziotti, forse alterati, perdono la pazienza, chiamano i rinforzi e cominciano a pestarlo. Verranno denunciati e verrà istruito un processo a loro carico. Esattamente due anni dopo, nel gennaio 2005, il linfoma non Hodgkin attacca il cervello di Rino. L'agonia, fra cure ormai inutili, termina ad agosto quando Rino muore. Incredibilmente, il processo per il pestaggio poliziesco viene chiuso con il suo decesso. Nel giorno del secondo anniversario di questo episodio infame, il sig. Adragna ha voluto risollevare l'attenzione su tutta la vicenda, soprattutto per non far morire suo figlio nella dimenticanza. Una dimenticanza strategicamente perseguita dallo Stato, con il quale la famiglia Adragna conduce una lotta sul piano processuale per il riconoscimento della causa di servizio riguardo la malattia del figlio, contratta solo ed esclusivamente perché sulla nave militare Perseo, Rino si occupava della manutenzione delle testate missilistiche. Oggi, i signori Ad ragna continuano imperterriti la loro lotta per avere giustizia e per fare luce sulle tante zone d'ombra in cui vengono lasciati moltissimi episodi analoghi a quelli di loro figlio. A loro va la nostra umana solidarietà.
Questa storia illustra senza mezzi termini il cinismo con cui le istituzioni trattano gli individui, abusandone come vogliono. Bisogna ricordare che le guerre hanno come primo obiettivo l'annientamento delle popolazioni civili che pagano sempre un prezzo altissimo. Gli effetti devastanti delle armi ipertecnologiche si ripercuotono per generazioni sui territori colpiti. Basti ricordare la mortalità infantile e il proliferare di malattie congenite o malformazioni neonatali presso le popolazioni colpite dalla guerra nei Balcani, in Afganistan, nel Golfo persico, ecc. dove l'uranio impoverito è stato usato abbondantemente. Ma anche la semplice esistenza di basi militari e poligoni di tiro prossimi a centri abitati ha degli effetti mortali sulle persone che vivono gomito a gomito con i professionisti della guerra.
Da anarchici, la nostra solidarietà alle vittime dello stato è assolutamente naturale. Resta forte l'esigenza di invitare tutti i giovani a disertare, obiettare, scegliere una strada diversa da quella del militarismo. È chiaro che la carriera militare o poliziesca viene offerta strategicamente come unico modo per ottenere stabilità in un'epoca in cui il precariato viene imposto ai giovani in cerca di lavoro. Siamo ben consapevoli di come la militarizzazione della società sia funzionale agli interessi dei poteri forti che alimentano, specialmente al Sud, un serbatoio di disagio sociale per attirare carne da cannone sempre fresca da impiegare nella guerra permanente. È per questo che bisogna rifiutare questo ricatto rilanciando l'impegno antimilitarista, dissociandosi dalle forze armate e dalla loro subcultura di potenza e di dominio che produce solo morte e mutilazione nell'interesse di chi si contende, a tutti i livelli, le leve del potere. L'antimilitarismo, come scelta individuale e collettiva, va al di là del pacifismo di maniera che rischia di non centrare il problema alla radice. Rifiutare la guerra non significa contestare le scelte politiche di questo o quel governo, perché il pericolo di restare inebetiti di fronte a rappresentanti istituzionali considerati "amici" è costantemente dietro l'angolo. Opporsi alla guerra significa rifiutare l'esercito, la sua gerarchia e la sua ragion d'essere: lo stato. Se l'opposizione alla guerra viene declinata in questo modo, le chance di vittoria aumentano considerevolmente e si crea un problema reale a chi vorrebbe arruolarci tutti in una esistenza di omicidi/suicidi fatta di terrore, mutilazioni e morte.

TAZ laboratorio di comunicazione libertaria

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