Verità e giustizia per il figlio ammazzato dallo stato e
vilipeso dai suoi tutori. È questo che Giuseppe Adragna chiede
da anni sfidando il muro di omertà delle istituzioni politiche e
militari italiane. È tornato a farlo venerdì 19 gennaio
nella sua città, Trapani, incatenandosi a un palo, distribuendo
centinaia di volantini e raccogliendo la solidarietà dei
passanti, degli studenti, dei pacifisti che - avuta notizia di quella
protesta - sono andati a sostenerlo.
La storia che lo ha segnato per sempre è quella di suo figlio
Crispino, detto Rino, morto il 15 agosto del 2005 a causa del
famigerato linfoma di non Hodgkin, la patologia che colpisce coloro i
quali vengono a contatto con uranio impoverito e sostanze cancerogene
che sono in dotazione alle armi proibite di cui si serve l'esercito
italiano, e non solo. La vicenda di Rino Adragna ha dell'incredibile, e
si somma alle storie personali di decine e decine di militari italiani
colpiti dalla stessa patologia o da altri tumori che costituiscono un
comune denominatore per molti di quelli che hanno partecipato alle
missioni militari all'estero, specialmente la guerra in Kosovo. Nel
caso di Rino si tratta di una parabola particolarmente sventurata.
Il giovane trapanese viene chiamato a svolgere il normale servizio di
leva in Marina militare nel 1999, a Taranto. Successivamente
"nonostante non sapesse nuotare" dice il padre, viene imbarcato sulla
nave Perseo partecipando a una missione nei Balcani, ma gli apparati
militari hanno sempre smentito lo svolgimento di quella missione
sostenendo che la nave non ha mai lasciato il porto di Taranto. In
tutto quel periodo, il cellulare di Rino era sempre stato
irragiungibile.
Al suo rientro Rino accusa forti malori e comincia un pellegrinaggio in
vari ospedali militari: Taranto, Messina, Augusta. Gli diagnosticano al
massimo una esofagite e una gastrite. Nel settembre del '99 Rino viene
assegnato al Mariradar dell'isola di Pantelleria. "In quella base,
sotto i radar e i trasmettori - racconta Giuseppe Adragna –
succedevano cose strane: l'acqua per la pasta bolliva prestissimo, il
televisore a spina staccata si accendeva e in quella torretta Rino
faceva turni anche di 35 ore". A novembre Rino viene nuovamente
ricoverato ad Augusta a causa di altri disturbi e poi il 29 di quel
mese viene congedato senza visita medica finale ma con la surreale
diagnosi di "pregressa naupatia". Nel 2000, ad aprile, in seguito a una
fortuita botta alla gamba destra, Rino si sottopone ad analisi e si
insinua il sospetto di un linfoma non Hodgkin. La diagnosi viene
confermata a luglio dai medici degli ospedali riuniti di Bergamo dove
Rino si era trasferito. Si comincia con la chemioterapia, poi a Palermo
il trapianto di cellule staminali e quindi la radioterapia. A marzo del
2001 Rino viene riconosciuto "persona con handicap con situazione di
gravità al 100%" e gli viene concesso un magro vitalizio di 240
euro al mese. I genitori, che non lo abbandonano mai, inscenano una
clamorosa protesta davanti il municipio di Trapani, rivendicando il
diritto a un contributo economico. Il contributo viene
significativamente concesso subito, dopo che i signori Adragna erano
rimasti invischiati nelle maglie della burocrazia per nove mesi e con
le pesantissime spese sanitarie da sostenere.
Dal 2001 al 2003, la famiglia Adragna si reca più volte a Roma,
a Montecitorio, per rivendicare giustizia e il riconoscimento della
patologia contratta dal figlio a seguito dello svolgimento del normale
servizio di leva. Non sono soli, e prendono contatti con le famiglie di
altri militari malati. Nel frattempo le condizioni di Rino peggiorano.
Come se tutto questo non bastasse, la sera del 18 gennaio 2003 il
giovane Rino viene fermato da agenti di polizia in borghese che gli
contestano alcune infrazioni. Nasce un diverbio, perché Rino
spiega la sua condizione di invalido, le difficoltà economiche
in cui versa la sua famiglia per via delle spese mediche e
l'impossibilità di pagare la multa. I poliziotti, forse
alterati, perdono la pazienza, chiamano i rinforzi e cominciano a
pestarlo. Verranno denunciati e verrà istruito un processo a
loro carico. Esattamente due anni dopo, nel gennaio 2005, il linfoma
non Hodgkin attacca il cervello di Rino. L'agonia, fra cure ormai
inutili, termina ad agosto quando Rino muore. Incredibilmente, il
processo per il pestaggio poliziesco viene chiuso con il suo decesso.
Nel giorno del secondo anniversario di questo episodio infame, il sig.
Adragna ha voluto risollevare l'attenzione su tutta la vicenda,
soprattutto per non far morire suo figlio nella dimenticanza. Una
dimenticanza strategicamente perseguita dallo Stato, con il quale la
famiglia Adragna conduce una lotta sul piano processuale per il
riconoscimento della causa di servizio riguardo la malattia del figlio,
contratta solo ed esclusivamente perché sulla nave militare
Perseo, Rino si occupava della manutenzione delle testate
missilistiche. Oggi, i signori Ad ragna continuano imperterriti la loro
lotta per avere giustizia e per fare luce sulle tante zone d'ombra in
cui vengono lasciati moltissimi episodi analoghi a quelli di loro
figlio. A loro va la nostra umana solidarietà.
Questa storia illustra senza mezzi termini il cinismo con cui le
istituzioni trattano gli individui, abusandone come vogliono. Bisogna
ricordare che le guerre hanno come primo obiettivo l'annientamento
delle popolazioni civili che pagano sempre un prezzo altissimo. Gli
effetti devastanti delle armi ipertecnologiche si ripercuotono per
generazioni sui territori colpiti. Basti ricordare la mortalità
infantile e il proliferare di malattie congenite o malformazioni
neonatali presso le popolazioni colpite dalla guerra nei Balcani, in
Afganistan, nel Golfo persico, ecc. dove l'uranio impoverito è
stato usato abbondantemente. Ma anche la semplice esistenza di basi
militari e poligoni di tiro prossimi a centri abitati ha degli effetti
mortali sulle persone che vivono gomito a gomito con i professionisti
della guerra.
Da anarchici, la nostra solidarietà alle vittime dello stato
è assolutamente naturale. Resta forte l'esigenza di invitare
tutti i giovani a disertare, obiettare, scegliere una strada diversa da
quella del militarismo. È chiaro che la carriera militare o
poliziesca viene offerta strategicamente come unico modo per ottenere
stabilità in un'epoca in cui il precariato viene imposto ai
giovani in cerca di lavoro. Siamo ben consapevoli di come la
militarizzazione della società sia funzionale agli interessi dei
poteri forti che alimentano, specialmente al Sud, un serbatoio di
disagio sociale per attirare carne da cannone sempre fresca da
impiegare nella guerra permanente. È per questo che bisogna
rifiutare questo ricatto rilanciando l'impegno antimilitarista,
dissociandosi dalle forze armate e dalla loro subcultura di potenza e
di dominio che produce solo morte e mutilazione nell'interesse di chi
si contende, a tutti i livelli, le leve del potere. L'antimilitarismo,
come scelta individuale e collettiva, va al di là del pacifismo
di maniera che rischia di non centrare il problema alla radice.
Rifiutare la guerra non significa contestare le scelte politiche di
questo o quel governo, perché il pericolo di restare inebetiti
di fronte a rappresentanti istituzionali considerati "amici" è
costantemente dietro l'angolo. Opporsi alla guerra significa rifiutare
l'esercito, la sua gerarchia e la sua ragion d'essere: lo stato. Se
l'opposizione alla guerra viene declinata in questo modo, le chance di
vittoria aumentano considerevolmente e si crea un problema reale a chi
vorrebbe arruolarci tutti in una esistenza di omicidi/suicidi fatta di
terrore, mutilazioni e morte.
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