Umanità Nova, n.7 del 25 febbraio 2007, anno 87

Vicenza: No Dal Molin e mass media
Giornalismo ubriaco



A Vicenza doveva succedere qualcosa. La propaganda politico-mediatica l'aveva "predetto", cioè aveva lanciato l'allarme o, meglio, aveva inventato l'allarme, poi l'aveva lanciato ed infine diffuso per settimane. Quella del 17 febbraio era una manifestazione a rischio, lo dicevano esponenti del governo, della maggioranza e dell'opposizione. Bisognava isolare i "facinorosi" e i "violenti". E poi? Il 12 febbraio, maxi operazione di polizia nel Nord Italia, decine di perquisizioni, 15 arresti. Si tratterebbe delle "nuove Brigate Rosse" (?), "terroristi" (?) pronti a colpire. Ripartiva il delirio massmediatico sul pericolo terrorismo - ancora jihad, rossa però questa volta. Che c'entra con Vicenza? Nulla. Anzi c'entra: basta affiancare gli articoli, i servizi e le immagini nei giornali, nei tg, rilasciare dichiarazioni e fare interventi in parlamento disquisendo di entrambe le questioni, una in fila all'altra. Criminalizzare i movimenti di lotta, soprattutto se autorganizzati e autonomi da partiti e istituzioni, e seminare il sospetto nel pubblico. Un copione ben conosciuto, che nella sostanza si ripete nei momenti opportuni.
Alla fine arriva sabato 17 febbraio: 80 mila/100 mila/200 mila persone in piazza. La notizia? Non c'è stata l'apocalisse, neanche un po' di guerriglia urbana, neppure qualche mazzata, insomma: non è successo nulla. Chiaro no? Se non ci si mena, non succede nulla. Vi avevamo detto che sarebbe successo un casino, quella era la notizia, anzi la profezia-scoop; ora lo scoop è che la profezia non si è avverata. Hai detto niente. Tutto merito della polizia, bravi i nostri, se non ci fossero stati loro... il questore di Vicenza però, su Repubblica del giorno successivo, smentisce: merito "in primo luogo degli organizzatori della manifestazione".
Il quotidiano "Libero" il sabato titolava "Centomila matti in piazza", mentre la domenica "Quattro magnagatti", cioè: sono riusciti a sbagliare i conti il giorno dopo, pur essendoci andati vicino il giorno prima. Lasciamo immaginare il resto.
Un giornalista de "il mattino di Padova", la domenica, supera se stesso: "questa manifestazione rafforza i movimenti violenti in Italia? La mia risposta è: sì. I supposti terroristi [le persone arrestate lunedì 12 febbraio] che in questo momento sono in carcere, se fossero liberi sarebbero tutti qui". Ovvero: "se mia nonna avesse le ruote...". Le vie del Signore sono infinite.
Sempre domenica 18, Eugenio Scalfari, nel suo editoriale su "Repubblica", diceva che "la manifestazione di ieri sarebbe stata assai più significativa se a farla fossero stati i soli vicentini", perché "la trasferta pacifista ha in qualche modo manipolato Vicenza e messo in seconda fila il dissenso civico sulla questione della base". Che film hai visto Eugenio? Tutto ciò sarebbe colpa dei pacifisti "senza se e senza ma, per i quali anche la bandiera dell'Onu non conta un fico secco come giustificazione e motivazione delle missioni militari" - il che in effetti è proprio vero. Insomma, colpa dei sostenitori di un pacifismo "piuttosto utopico e generico", che si contrappone al pacifismo "saggio con una meta realistica e concreta". Viva il pacifismo scientifico! Quale? Quello che fu contro "la guerra preventiva di Bush in Iraq", proprio quella guerra realistica e concreta che dura da quattro anni. Ma Scalfari lo sa, e infatti dice che "si è rivelata una catastrofe". E allora? Scalfari l'antiutopista conclude l'editoriale auspicando che si possa "fissare un limite sia pur piccolo all'attivismo illimitato del Vaticano nei confronti di uno Stato definito sovrano" - se vi siete persi e vi state chiedendo cosa c'entri questo con la manifestazione di Vicenza, niente paura, è normale.
Tornando a noi, restando al giorno dopo ma spostandoci sul "Corriere della sera", Sergio Romano ci insegna che "il raddoppio della base militare era soltanto un pretesto" e che "in Italia [...] manifestazioni e scioperi perdono spesso di vista il problema specifico per cui sono stati organizzati, e diventano battaglie ideologiche". Ciò sarebbe dimostrato dal fatto che "buona parte dei manifestanti riesce a trasformare l'evento in una battaglia contro il capitalismo, la globalizzazione dell'economia, la distruzione dell'ambiente, il militarismo 'yankee'". Eh, in questo rozzo elenco manca la guerra ma, in effetti, come biasimare quei manifestanti? Ma nulla da fare, se esci dal "problema urbanistico" entri dritto dritto nell'ideologia. E poi, "gli organizzatori sapevano che la decisione è stata già presa". Del resto, è noto a tutti che si può manifestare solo prima e non dopo. In questo caso, poi, bisognava addirittura fare manifestazioni preventive, prima di venire a sapere della faccenda.
Concludiamo il breve viaggio, consapevoli di dover tralasciare moltissimo materiale. E ce ne dispiace assai.
In un'intervista a Felice Casson, "magistrato e senatore Ds", su "il manifesto" di domenica, l'intervistatore, per non essere da meno rispetto a innumerevoli suoi colleghi di altre testate, cerca la Brigate rosse connection e sostiene che "alla manifestazione è apparso il previsto striscione di solidarietà con le Br", lo striscione "ignobile" (ministro Amato). Casson, invece di chiedere "Quale striscione? Quali Br?", risponde: "Io ero con la Cgil dietro uno striscione con scritto 'Contro la violenza e contro il terrorismo'". Ecco, Sergio Romano un po' di ragione l'aveva: abbiamo trovato qualcosa di ideologico che nulla aveva a che fare con le ragioni della manifestazione; almeno non nelle intenzioni della Cgil, dato che con le parole "violenza" e "terrorismo" certo non si riferiva alle basi militari e ai militari che le occupano.
Che dire? Il piacere di essere informati.

Silvestro

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