Umanità Nova, n.7 del 25 febbraio 2007, anno 87

Amnesty sulle violazioni dei diritti umani a Cuba
Una galera a cielo aperto



La scorsa settimana Amnesty International ha pubblicato l'ennesimo rapporto sulla violazione dei diritti umani a Cuba nell'assordante silenzio dei media italiani che, nonostante il fatto che Cuba ultimamente sia tornata di gran moda (con Fidel morente...), hanno pensato bene di non dedicare il minimo spazio alle denunce dell'organizzazione umanitaria.
Sin dalle prime righe del rapporto, Amnesty ricorda le sistematiche "violazioni dei diritti umani commesse dal governo di Cuba tra cui, in particolare, l'imprigionamento di dissidenti politici e giornalisti", ma ribadisce di giudicare negativamente l'embargo USA.
La libertà d'espressione e d'associazione è una pura utopia nell'isola governata da Castro, dove "tutti i mezzi d'informazione stampati e radiofonici sono sotto il controllo statale" ed anche "l'accesso a Internet è fortemente limitato al di fuori degli uffici governativi e delle istituzioni educative ufficiali". Coloro che esprimono critiche nei confronti del regime vengono frequentemente arrestati e imprigionati, in alcuni casi con l'accusa (che agli italiani di buona memoria non può non ricordare gli "arresti preventivi" del periodo fascista) di "pericolosità pre-criminale". In particolare, "nel corso del 2006, A.I. ha registrato un aumento delle minacce e delle intimidazioni nei confronti di giornalisti indipendenti e bibliotecari".
Tra i casi citati nel rapporto, il più emblematico è quello di Armando Betancourt Reina, giornalista freelance, arrestato il 23 maggio 2006 a Camarguey, mentre prendeva appunti e scattava fotografie sul luogo in cui veniva eseguito uno sfratto. È stato accusato di "disordine pubblico" e tenuto per una settimana in isolamento in una stazione di polizia prima di essere trasferito, il 6 giugno, nella prigione Ceramica Roja, sempre a Camarguey, dove si trova tuttora.
In totale, secondo Amnesty, vi sarebbero "almeno 67 prigionieri di coscienza – sindacalisti, insegnanti, giornalisti e difensori dei diritti umani detenuti per attività del tutto pacifiche – attualmente in carcere". A questi detenuti andrebbero però aggiunte altre quattordici persone (13 uomini e una donna) che stanno scontando la pena fuori dal carcere per ragioni di salute. Inoltre l'organizzazione umanitaria rivela di stare valutando i casi di decine di altri detenuti che potrebbero essere considerati prigionieri di coscienza e di "ricevere quasi quotidianamente notizie di arresti nei confronti di dissidenti politici, giornalisti indipendenti e persone critiche nei confronti del regime, il cui unico "reato" è quello di documentare la situazione dei diritti umani a Cuba. Gli arrestati vengono lasciati in carcere, in attesa di processo, per mesi o persino anni. In altri casi, i processi e le condanne avvengono entro pochi giorni dall'arresto".
Mentre decine di persone sono detenute senza accusa, e in alcuni casi senza processo, per il sospetto di svolgere attività controrivoluzionarie o per imputazioni poco chiare, dissidenti e critici del regime vengono spesso condannati per un reato conosciuto come "pericolosità sociale". Si tratta di una misura preventiva, definita come "tendenza a commettere un reato", e volta a colpire qualsiasi atteggiamento contrario alla "morale socialista" come l'alcoolismo, la tossicodipendenza e il "comportamento anti-sociale". In realtà, viene usata contro dissidenti politici, giornalisti indipendenti e oppositori. Persone processate per "pericolosità sociale" sono state condannate persino a quattro anni di carcere, anche se la legge prevede un "trattamento terapeutico", la "rieducazione" o la "sorveglianza da parte della Polizia rivoluzionaria nazionale".
Accanto alla polizia politica e ai tribunale, ci sono anche le squadracce del PCC che agiscono alla luce del sole contro coloro che manifestano le proprie critiche al Leader Maximo e alla sua cricca. Uno dei metodi più usati è il cosiddetto "atto di ripudio" (manifestazioni che si svolgono davanti alle abitazioni delle loro vittime, con minacce contro i dissidenti e i loro familiari, rumori notturni, lanci di escrementi contro le finestre etc.). A questo proposito, "nel corso del 2006, A.I. ha registrato un incremento delle intimidazioni e delle minacce nei confronti di oppositori e dissidenti politici, ad opera di gruppi semi-ufficiali cui è affidato il compito di svolgere i cosiddetti atti di ripudio" che sarebbero da considerarsi "una forma di tortura psicologica, a causa della tensione nervosa che producono nella vittima e nei suoi familiari".
Accanto alla denuncia delle vessazione del regime castrista, Amnesty è anche puntuale nel mettere in rilievo gli effetti disastrosi dell'embargo USA di cui "chiede l'abolizione ritenendo che esso pregiudichi il pieno godimento, da parte della popolazione e soprattutto delle sue fasce più deboli e vulnerabili, di tutta una serie di diritti economici, sociali e culturali, come quelli all'alimentazione, alla salute e all'igiene. Secondo l'Unicef, la disponibilità di medicinali e di materiale medico di base è diminuita proprio a causa dell'embargo Usa".
Il rapporto di Amnesty è invece molto lacunoso sulle situazione dei detenuti comuni a Cuba che, secondo altre fonti come Human Rights Watch, vivono in condizioni igieniche molto precarie e sono sottoposti ad ogni genere di abuso e vessazione da parte delle guardie carcerarie (in particolare le prostitute e i tossicodipendenti) in un paese che ha uno dei tassi di popolazione carceraria più alti del mondo (487 detenuti ogni 100mila abitanti, in Italia tanto per intenderci prima dell'indulto ce ne erano 98). Da parte sua, Amnesty ricorda che "Cuba mantiene la pena di morte per reati gravi (.) sebbene negli anni scorsi sia stata applicata raramente. Le ultime esecuzioni note hanno avuto luogo nell'aprile 2003, quando tre uomini sono stati condannati a morte per aver dirottato una nave con l'obiettivo di abbandonare l'isola". Attualmente sarebbero "circa 40 i prigionieri in attesa dell'esecuzione. Il loro esatto numero, tuttavia, è difficile da determinare a causa del limitato accesso ai tribunali e agli atti ufficiali".
Di fronte a questi dati stupisce l'ingenuità di continua a considerare Cuba qualcosa di diverso da una spietata dittatura e che magari sono così fessi a credere alle promesse di miglioramenti dei diritti umani che i gerarchi castristi promettono ad ogni occasione. Nel corso del 2006, ricorda Amnesty, è stato rilasciato un solo "prigioniero di coscienza". Alla faccia dei miglioramenti e delle aperture!

robertino

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