Dal 5 febbraio scorso è in discussione alla Camera la proposta
di riforma dei servizi segreti, un provvedimento con un lungo e
travagliato iter [1], destinato ad apportare alcune modifiche in un
apparato di vitale importanza per la struttura statale.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una legge del genere
non riguarda solo il lavoro degli spioni ma si allarga a diversi
settori che toccano direttamente la vita quotidiana di tutti. Basti
pensare alla sua influenza nel campo delle comunicazioni e
dell’informazione, come si è visto nel corso del recente
“pasticcio” Telecom [2] con tutte le sue ricadute sulla
violazione della riservatezza e le schedature di massa della
popolazione.
Il responsabile principale dei nuovi “servizi” sarà
il Presidente del Consiglio, coadiuvato da un ministro con delega ma
senza portafoglio, che riferirà direttamente al Presidente
stesso, e dalla consulenza del “Cisr” (Comitato
interministeriale per la sicurezza della Repubblica) quello che oggi si
chiama “Ciis”. I direttori dei due rami dei
“servizi” verranno nominati dal Capo del Governo e saranno
aumentati i componenti del “Comitato parlamentare per la
sicurezza della Repubblica” (oggi si chiama
“Copaco”). Il “Sismi” si chiamerà
“SIE” e il “Sisde” diventerà
“SIN”. Cambierà nome anche il “Cesis”
che diventerà “Dis” (Dipartimento per
l’informazione e la sicurezza). Verrà infine costituito
l’“UCSe” (Ufficio centrale per la segretezza) che si
occuperà della gestione dei nulla osta per la sicurezza e del
segreto di Stato.
Il testo proposto modifica, anche se non stravolgendola, la struttura
ed il funzionamento dei servizi segreti andando oltre il mero
cambiamento di tutte le denominazioni. Si conferma comunque
l’impostazione di fondo presente nelle ultime proposte di
riforma, quella dell’accentramento personale dei poteri nella
figura del “premier” a scapito del controllo parlamentare,
come rilevato pateticamente anche da esponenti del riformismo al
governo.
Ma uno degli aspetti maggiormente inquietanti del testo proposto
riguarda la “licenza a delinquere” concessa agli agenti
segreti, richiesta sempre più pressantemente sia dai vertici
militari che dalle forze parlamentari più reazionarie.
All’argomento vengono dedicati due articoli (17 e 18) della
legge: nel primo si stabiliscono i limiti delle condotte
“previste dalla legge come reato” (sic!), vale a dire i
reati che nemmeno gli spioni potrebbero commettere. Questi riguardano i
“delitti specificamente diretti a mettere in pericolo o a ledere
la vita, l’integrità fisica, la salute o
l’incolumità delle persone”, i “reati di
attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali
[...] agli attentati contro i diritti politici del cittadino [...] ai
delitti contro l’amministrazione della giustizia”, anche se
in quest’ultimo caso viene escluso il reato di
“favoreggiamento personale o reale” [3].
Alcuni hanno fatto, ingenuamente, osservare che nell’elenco dei
reati vietati non ci sono quelli riguardanti i diritti costituzionali
all’informazione, e la recente scoperta di giornalisti sul libro
paga dei servizi segreti, mostra quanto questo non sia certo un evento
casuale.
Ma il peggio è racchiuso nell’ultimo comma
dell’articolo 17, dove si legge: “Quando, per particolari
condizioni di fatto e per eccezionali necessità, le
attività indicate nel presente articolo sono state svolte da
persone non addette ai servizi di sicurezza e risulta che il ricorso
alla loro opera da parte dei servizi di sicurezza era indispensabile,
ed era stato autorizzato secondo le procedure fissate
dall’articolo 18, tali persone sono equiparate, ai fini della
applicazione della speciale causa di giustificazione, al personale dei
servizi di sicurezza.”
In altre parole, l’impunità viene estesa anche ai
collaboratori occasionali dei servizi segreti, basta che le loro
attività vengano ritenute “indispensabili”. Come
è chiaro un provvedimento del genere allarga senza limiti
l’area dell’intoccabilità, lasciandola completamente
alla discrezionalità dei “servizi”. Il
coinvolgimento delle strutture statali italiane nel caso del rapimento
di Abu Omar e nei “voli della morte”, ormai chiaramente
inconfutabili, troveranno in questo modo la loro naturale, e forse
postuma, copertura “legale”.
L’articolo successivo dovrebbe regolamentare il meccanismo di
autorizzazione di tali attività delinquenziali che vengono poste
sotto la diretta responsabilità del Presidente del Consiglio,
fatti salvi i “casi di assoluta urgenza” (toh!) nei quali
le condotte illegali possono essere autorizzate direttamente dai capi
dei servizi che però sono solo tenuti ad informare, bontà
loro entro 24 ore, il Capo del Governo tramite il “Dis”.
Le vicende degli ultimi 40 anni hanno mostrato quanto i
“servizi” abbiano inciso tragicamente sulla storia
italiana: da Gladio al Sifar, da Piazza Fontana ad Ustica, non
c’è stato episodio della criminalità statale che
non abbia visto il coinvolgimento degli apparati riservati e, sempre,
con lo stesso ruolo.
Non sappiamo se questa proposta di legge verrà approvata senza
modifiche dal Parlamento anche se, visto l’ampio consenso
raccolto tra tutte le forze politiche, c’è il rischio
concreto che stavolta la tanto auspicata “riforma” arrivi
in porto. Sappiamo invece che una legge del genere aumenterebbe, ancora
di più, il potere e l’impunità di una struttura
pericolose per la libertà di tutti.
Pepsy
Note
[1] Già nel recente passato una proposta di legge simile era
quasi arrivata al traguardo, perdendosi poi nei meandri delle aule.
Vedi “Servizi. Sempre più segreti, sempre più
impuniti”, UN n.17 del 12/5/02 e “Servizi e segreti.
Autorizzazione a delinquere”, UN n.18 del 18/5/03.
[2] Vedi “Favole d’estate. “Servizi” al
telefono”, UN n.27 del 10/9/06 ed “Intercettazioni. Troppo
rumore per nulla?”, UN n.30 dell’1/10/06.
[3] Il testo della proposta di legge è stato ripreso il 14/2/07
dal sito della Camera dei Deputati http://www.camera.it/ e potrebbe
aver subito, nel corso del dibattito, qualche cambiamento.