Umanità Nova, n.7 del 25 febbraio 2007, anno 87

Servizi e segreti
Cambiano i nomi, resta l'impunità



Dal 5 febbraio scorso è in discussione alla Camera la proposta di riforma dei servizi segreti, un provvedimento con un lungo e travagliato iter [1], destinato ad apportare alcune modifiche in un apparato di vitale importanza per la struttura statale.
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una legge del genere non riguarda solo il lavoro degli spioni ma si allarga a diversi settori che toccano direttamente la vita quotidiana di tutti. Basti pensare alla sua influenza nel campo delle comunicazioni e dell’informazione, come si è visto nel corso del recente “pasticcio” Telecom [2] con tutte le sue ricadute sulla violazione della riservatezza e le schedature di massa della popolazione.
Il responsabile principale dei nuovi “servizi” sarà il Presidente del Consiglio, coadiuvato da un ministro con delega ma senza portafoglio, che riferirà direttamente al Presidente stesso, e dalla consulenza del “Cisr” (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica) quello che oggi si chiama “Ciis”. I direttori dei due rami dei “servizi” verranno nominati dal Capo del Governo e saranno aumentati i componenti del “Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” (oggi si chiama “Copaco”). Il “Sismi” si chiamerà “SIE” e il “Sisde” diventerà “SIN”. Cambierà nome anche il “Cesis” che diventerà “Dis” (Dipartimento per l’informazione e la sicurezza). Verrà infine costituito l’“UCSe” (Ufficio centrale per la segretezza) che si occuperà della gestione dei nulla osta per la sicurezza e del segreto di Stato.
Il testo proposto modifica, anche se non stravolgendola, la struttura ed il funzionamento dei servizi segreti andando oltre il mero cambiamento di tutte le denominazioni. Si conferma comunque l’impostazione di fondo presente nelle ultime proposte di riforma, quella dell’accentramento personale dei poteri nella figura del “premier” a scapito del controllo parlamentare, come rilevato pateticamente anche da esponenti del riformismo al governo.
Ma uno degli aspetti maggiormente inquietanti del testo proposto riguarda la “licenza a delinquere” concessa agli agenti segreti, richiesta sempre più pressantemente sia dai vertici militari che dalle forze parlamentari più reazionarie.
All’argomento vengono dedicati due articoli (17 e 18) della legge: nel primo si stabiliscono i limiti delle condotte “previste dalla legge come reato” (sic!), vale a dire i reati che nemmeno gli spioni potrebbero commettere. Questi riguardano i “delitti specificamente diretti a mettere in pericolo o a ledere la vita, l’integrità fisica, la salute o l’incolumità delle persone”, i “reati di attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali [...] agli attentati contro i diritti politici del cittadino [...] ai delitti contro l’amministrazione della giustizia”, anche se in quest’ultimo caso viene escluso il reato di “favoreggiamento personale o reale” [3].
Alcuni hanno fatto, ingenuamente, osservare che nell’elenco dei reati vietati non ci sono quelli riguardanti i diritti costituzionali all’informazione, e la recente scoperta di giornalisti sul libro paga dei servizi segreti, mostra quanto questo non sia certo un evento casuale.
Ma il peggio è racchiuso nell’ultimo comma dell’articolo 17, dove si legge: “Quando, per particolari condizioni di fatto e per eccezionali necessità, le attività indicate nel presente articolo sono state svolte da persone non addette ai servizi di sicurezza e risulta che il ricorso alla loro opera da parte dei servizi di sicurezza era indispensabile, ed era stato autorizzato secondo le procedure fissate dall’articolo 18, tali persone sono equiparate, ai fini della applicazione della speciale causa di giustificazione, al personale dei servizi di sicurezza.”
In altre parole, l’impunità viene estesa anche ai collaboratori occasionali dei servizi segreti, basta che le loro attività vengano ritenute “indispensabili”. Come è chiaro un provvedimento del genere allarga senza limiti l’area dell’intoccabilità, lasciandola completamente alla discrezionalità dei “servizi”. Il coinvolgimento delle strutture statali italiane nel caso del rapimento di Abu Omar e nei “voli della morte”, ormai chiaramente inconfutabili, troveranno in questo modo la loro naturale, e forse postuma, copertura “legale”.
L’articolo successivo dovrebbe regolamentare il meccanismo di autorizzazione di tali attività delinquenziali che vengono poste sotto la diretta responsabilità del Presidente del Consiglio, fatti salvi i “casi di assoluta urgenza” (toh!) nei quali le condotte illegali possono essere autorizzate direttamente dai capi dei servizi che però sono solo tenuti ad informare, bontà loro entro 24 ore, il Capo del Governo tramite il “Dis”.
Le vicende degli ultimi 40 anni hanno mostrato quanto i “servizi” abbiano inciso tragicamente sulla storia italiana: da Gladio al Sifar, da Piazza Fontana ad Ustica, non c’è stato episodio della criminalità statale che non abbia visto il coinvolgimento degli apparati riservati e, sempre, con lo stesso ruolo.
Non sappiamo se questa proposta di legge verrà approvata senza modifiche dal Parlamento anche se, visto l’ampio consenso raccolto tra tutte le forze politiche, c’è il rischio concreto che stavolta la tanto auspicata “riforma” arrivi in porto. Sappiamo invece che una legge del genere aumenterebbe, ancora di più, il potere e l’impunità di una struttura pericolose per la libertà di tutti.

Pepsy


Note
[1] Già nel recente passato una proposta di legge simile era quasi arrivata al traguardo, perdendosi poi nei meandri delle aule. Vedi “Servizi. Sempre più segreti, sempre più impuniti”, UN n.17 del 12/5/02 e “Servizi e segreti. Autorizzazione a delinquere”, UN n.18 del 18/5/03.
[2] Vedi “Favole d’estate. “Servizi” al telefono”, UN n.27 del 10/9/06 ed “Intercettazioni. Troppo rumore per nulla?”, UN n.30 dell’1/10/06.
[3] Il testo della proposta di legge è stato ripreso il 14/2/07 dal sito della Camera dei Deputati http://www.camera.it/ e potrebbe aver subito, nel corso del dibattito, qualche cambiamento.

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