Umanità Nova, n.8 del 4 marzo 2007, anno 87

Mattarelli e non mimose



Sono stati recentemente resi noti i dati di una ricerca Istat sulla violenza sessuale in Italia. Una ricerca approfondita che ha intervistato migliaia di donne tra i 16 e i 70 anni rilevando che, in Italia, il 31,9% delle donne hanno subito violenza (circa 14 milioni le vittime, sommando i 6.743 000 stupri ad altri tipi di violenza sia fisica sia psicologica).
La quasi totalità delle aggressioni (96%) non viene denunciata.
L'autore delle violenze è nel 70% il partner.
Il 34,5% delle donne intervistate ha raccontato di aver subito violenze molto gravi da parte del partner, il 29,7% una violenza abbastanza grave.
Un quadro che dovrebbe farci capire come il sopruso è ancora parte della nostra vita e la condiziona pesantemente.
Constatare cha la violenza contro le donne non solo esiste ancora ma è un fenomeno che non accenna a diminuire, è difficile da accettare, sia da parte delle donne sia degli uomini perché evidenzia come le relazioni siano malate, come tra uomini e donne continui a persistere una contraddizione inconciliabile.
Perciò qualcuno ancora oggi si meraviglia e chiude gli occhi: pensa che il problema riguardi altri, non se stesso o i suoi vicini.
È una rimozione molto diffusa: si preferisce pensare che il violento sia il diverso, il pazzo, lo straniero, il borderline…
Perciò si mette l'accento e si dà visibilità all'evento eclatante cercando i avvalorare la tesi mediatica che gli autori e le vittime appartengono solo a particolari tipi di persone, cercando di occultare le storie di violenza e sopraffazione che ogni giorno si consumano tra le mura domestiche, tra gli amici di famiglia.
Ci si dimentica che non è violenza è basta, ma violenza sessuata. È un insieme di cose nuove e vecchie. Da un lato ci sono uomini che continuano a vedere realizzati se stessi solo nel possesso violento di qualcuno, dall'altro ce ne sono altri che non riconoscono ed accettano i cambiamenti avvenuti: le donne che li circondano non corrispondono più al loro immaginario e questo produce nuova aggressività.
La libertà delle donne è per molti uomini una provocazione insopportabile.
Quello su cui però bisogna anche mettere l'accento è che talvolta anche le donne non riconoscono il problema della violenza e lo tacciono, diventando complici.
Quando l'aggressore non ha il volto cattivo dello sconosciuto ma è la stessa persona con cui si sono condivisi giorni ed anche gioie, l'offesa sembra perdere i suoi confini, produce resistenza ed adattamento, talvolta anche comprensione.
La famiglia crea spesso dei legami malati che mostra l'altro come indispensabile e perciò rende violenti contro chi cercherà di strapparli. E le vittime non sono solo le donne, ma spesso anche i bambini e le bambine.
Molto spesso la donna crede (perché altri glielo fanno credere) di aver "scelto" o quanto meno "provocato" quello che le è capitato, innescando un senso di colpa che non permette di rompere i rapporti di sopraffazione.
La violenza sulle donne è stata definita in un recente incontro di donne a Milano "l'archetipo di ogni tipo di violenza sul diverso". Ed è proprio questa guerra non dichiarata che porta spesso nelle case un velenoso misto di desideri e paure, timori e passioni, unione e conflitto.
La violenza è vicino e forse anche dentro di noi e dobbiamo farci i conti. Così come dobbiamo fare i conti tutti i giorni con uomini fragili e violenti e con una società che ripropone il corpo della donna, ed anche la violenza sessuale stessa, come mezzo per vendere un prodotto (la vergognosa campagna pubblicitaria di Dolce e Gabbana ne è solo un esempio), di fronte a donne che o sono madri o sono veline.
Davanti a ciò il pericolo maggiore, per le donne ma anche per gli uomini, è rimanere neutrali, non prendere posizione, non cercare di cambiare il modo di pensare.
Come sosteneva un testo di circa 100 anni fa "si può ben prevedere l'equiparazione giuridica dell'uomo e della donna, senza perciò credere nella loro eguaglianza morale e intellettuale".
Noi sosteniamo invece la differenza e la possibilità di rapporti diversi. Ma occorre interrogarci e parlarne.
Tutti gli anni, il 25 novembre, vengono diffusi i dati Onu, della Commissione Europea, dei centri antiviolenza che riportano percentuali altissime di vittime in tutto il mondo.
Ma nessuna indagine statistica riesce a smuovere i cuori e le coscienze: è davvero un problema che non ci riguarda?
E se noi donne abbiamo smesso di considerarci vittime dobbiamo ora smettere di comportarci da "sagge ed inascoltate Cassandre" per far sì che la nostra voce sia sempre più sentita da tutti e generi un mondo migliore.

r. p.

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