La crisi del governo Prodi per modalità e apparenti e occulte
cause sta tutta dentro la logica autoreferenziale della politica
istituzionale e, ci pare, segna il fallimento della strategia di
"condizionamento da sinistra e dall'interno" del governo stesso. Le
formazioni politiche a sinistra dei DS escono con le ossa rotte da
questo passaggio politico, messe sotto scacco ed accusate di voler
"riconsegnare il paese a Berlusconi". Non è chi non veda che
invece i giochi sono ben diversi. Più soggetti, per motivi
diversi, hanno operato verso uno scopo comune, pronti domani a
dimenticare la del tutto occasionale e strumentale alleanza. Di fatto,
lo spostamento verso il centro del baricentro del governo che si
presenta come l'esito della crisi è la fotografia dei rapporti
numerici già esistenti tra DS, Margherita, ecc. da una parte e
la cosiddetta sinistra radicale. Vero è che questa sinistra
radicale non aveva ottenuto alcuno dei provvedimenti richiesti
(modifica della legge 30, ad esempio) ed aveva piuttosto supportato il
governo in tutte le sue scelte, compresa quella di una finanziaria
decisamente liberista con un sostanzioso aumento delle spese militari a
fronte di tagli pressoché generalizzati. Gli appuntamenti
all'orizzonte sono però ardui e comprendono l'escalation della
guerra in Afganistan, l'avvio di grandi opere osteggiate dalla
popolazione, ulteriori tagli al sistema pensionistico, privatizzazioni
dei servizi pubblici esenziali, in primo luogo acqua e gas. Questi, tra
gli altri, i punti nell'agenda di governo. La fase due del governo
Prodi comporterà una politica moderata fatta per spostare ancor
più al centro l'asse del governo stesso, in una logica
dell'alternanza tra lobby politiche e non tra politiche tout court. Non
solo. Il richiamo del presidente della repubblica, dopo la grande
manifestazione di Vicenza, al primato politico delle istituzioni sulle
"manifestazioni di piazza", è l'ulteriore conferma
dell'illusorietà di ogni politica che cerchi di condizionare "da
dentro" l'istituzione stessa. L'autonomia della politica istituzionale
rispetto alla società e la sua radicale indifferenza alla
seconda sono oggi davanti agli occhi di tutti. Il meccanismo della
delega e della rappresentanza offre tutto il suo spettacolo osceno: la
lobby politico-sindacale dell'Unione serra i ranghi in vista di un
deciso attacco ai beni comuni, alle pensioni, ad un crescente impegno
bellico accodata ai deliri di un'America sempre più preda delle
sue paranoie. Risibile il richiamo che in questi giorni si è
fatto alla triade America, Confindustria, Vaticano come mandanti di
questa crisi che avrebbe visto come esecutori i senatori a vita
Andreotti e Pininfarina. Non è sui Dico che il governo è
caduto, né sul decreto Gentiloni sul sistema radiotelevisivo e
sull'ampliamento della base di Vicenza. Il governo è caduto per
una "crisi preventiva", per una sorta di "notte dei lunghi coltelli"
tutta interna alle formazioni politiche che compongono il governo
stesso. Del resto, a suonare la carica prima del voto sulla politica
estera ("Se il governo va sotto, tutti a casa") era stato proprio il
ministro D'Alema: forse per autolesionismo? Il governo era già
stato battuto in precedenza e nessuno aveva sentito il bisogno di
esternare nello stesso senso. Né proprio di dimettersi come ha
fatto tempestivamente Prodi. Evidente la strategia, lucida
l'esecuzione, utilizzando comprimari interessati e comparse cui
assegnare il momentaneo e mistificatorio ruolo di protagonisti (come i
due senatori "dissidenti"). Come dicevamo, l'osceno spettacolo della
politica rappresentativa, delle sue istituzioni, dei suoi attori.
W.B.