La prima reazione, naturalmente, è stata di sconcerto e
incredulità. La seconda, altrettanto naturalmente, di sarcasmo.
Un altro San Luigi! E protettore di che? Delle finestre, dei calzolai
(ricordate le tre scarpe?), delle cinture nere di karaté? La
terza reazione, però, non poteva essere che di indignazione e,
se permettete il termine, di incazzatura.
La notizia è questa: un prete romano, tale Ennio Innocenti,
confessore a suo tempo del commissario "finestra" Luigi Calabresi, non
pago di aver dovuto fare chissà quali e quanti straordinari per
"mondare dalle colpe" il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli,
ha deciso di avviare una pratica di beatificazione del suddetto,
lodandone le radicate e incontestabili virtù cristiane che lo
avevano reso famoso fra i compagni milanesi già prima di aver
fallito il miracolo, una tragica sera del dicembre 1969, di far volare
dal quarto piano della Questura quel nostro compagno ferroviere.
La Chiesa ufficiale, che non a caso ha alle spalle un patrimonio
bimillenario di ipocrisie e doppiezze, e che conosce bene come vanno le
cose mondane, non ha né smentito né confermato. Il
cardinale Ruini, per bocca del suo portavoce, è entrato nel
merito delle indiscrezioni del giornale dei vescovi "L'Avvenire", che
per primo aveva dato la notizia, limitandosi a dire che la cosa non
è di sua competenza territoriale (certo che il loro mestiere i
preti lo sanno fare!) perché Calabresi stava a Milano e non a
Roma, ma che però, in linea di principio non aveva assolutamente
nulla in contrario.
Tutto lascia dunque credere che la cosa andrà avanti e che
quello che per il momento è solo il demenziale culto
semiclandestino di una congrega di fanatici baciapile (la Sacra
Fraternitas Aurigarum da tempo ha messo sul mercato una immaginetta di
Calabresi con relativa preghierina di intercessione) non tarderà
a diventare una nuova icona di quel processo di rimozione e revisione
che da tempo, complici tutti ma proprio tutti i poteri costituiti, sta
riscrivendo la storia sociale del secolo scorso, stravolgendone i
contenuti.
Già da tempo, ormai, il "caso Calabresi" riaffiora
periodicamente sulle pagine dei giornali, e non si può certo
pensare che sia dovuto al caso. Per chi non ricorda, o per chi era
allora troppo giovane o ancora non nato, giova richiamare alla memoria
che l'assassinio di Pinelli e le responsabilità dirette di
Calabresi e dei suoi uomini, non furono semplicemente un caso, anche se
grave, di natura giudiziaria, ma rappresentarono un punto di svolta
nella formazione della coscienza civile del paese e nella percezione
che questo veniva ad avere del potere e dei suoi maneggi. Grazie anche
al lavoro di famosi giornalisti che si affiancarono coraggiosamente al
fondamentale lavoro di denuncia e controinformazione degli anarchici e
della sinistra extraparlamentare di allora, la verità venne
incontestabilmente a galla e nacque una consapevolezza "di massa" non
più limitata a pochi individui superpoliticizzati.
Consapevolezza che non si limitava alla constatazione che Calabresi era
il responsabile della morte di Pinelli ma che andava ben oltre: il
potere, pur di difendere i propri interessi, è pronto a
qualsiasi nefandezza, è pronto a stravolgere le proprie regole,
è pronto a trasformare la menzogna nella verità
"ufficiale". Il trucco solitamente riesce, ma quella volta, come si
diceva, la verità "ufficiale" non resse alla straordinaria
controinformazione messasi in moto e la criminalità dello Stato
apparve in tutta la sua tragicità.
E in tutta la sua nudità.
Insomma, fu per loro una sconfitta, che segnò un'epoca e che non
mancò di incrinare quel necessario rapporto di fiducia di cui
deve godere il potere per continuare a fare i suoi giochi. Quindi,
anche se tardivamente (ma i tempi, è chiaro, sono da tempo
più che maturi), si mise in moto un processo in direzione
contraria, teso a coprire quell'oscena nudità, smontando la
verità diffusa di quegli anni (e il processo Sofri
rappresentò la feroce vendetta tardiva contro tutto un
movimento) e riaffermando finalmente quella verità "ufficiale"
allora ignominiosamente smascherata e la cui mancata affermazione
impedì per troppo tempo che il buon cittadino potesse
riconoscersi nelle caste e cristiane virtù delle sue istituzioni.
La storia ha tempi lunghi, non dovremmo mai dimenticarlo. E in effetti
c'è chi si preoccupa, periodicamente, di ricordarcelo. E molto
duramente! È chiaro che non può interessarci più
di tanto se la chiesa ha un santo in più o in meno. Sono sue
competenze e non sarà certo Calabresi il peggiore fra quanti
sono assurti alla gloria degli altari. La nostra competenza, al
contrario, è di non dimenticare, ricordando agli smemorati di
comodo che "quella sera a Milano era caldo, ma che caldo, che caldo
faceva, brigadiere apra un po' la finestra, una spinta... e Pinelli
cascò".
Massimo Ortalli