L'ultimo mese ha permesso di chiarire alcune linee di sviluppo lungo le
quali la politica e il conflitto sociale si stanno incanalando in
questa fase nel nostro paese. In sintesi, la sfera
politico-istituzionale rompe ogni indugio e marca la propria
indifferenza alla rappresentanza della società, mentre, con
movimento uguale e contrario, pezzi di società realizzano la
propria capacità di muoversi e affermarsi senza tutele
partitiche. Icone di queste antitesi sono il movimento No Tav e il
movimento No Dal Molin, movimenti popolari e trasversali incentrati su
lotte partite dal locale che si proiettano sul piano della politica
nazionale ponendo radicali questioni in tema di ambiente, trasporti,
modello di sviluppo, servitù militari, guerra.
Con ogni evidenza, non solo in Italia, i meccanismi della
rappresentanza sono stati logorati a favore di quelli della c.d.
governabilità, sulla spinta da un lato della complessità
data dall'attuale quadro globale nonché dall'altro
dell'instabilità determinata dalla "guerra permanente" in corso.
La pretesa che solo degli esperti, dei tecnici, possano garantire
un'efficace governo della collettività, compie la parabola
dell'autonomia del politico, che si trasforma in amministrazione. Da
questo quadro il conflitto è bandito in quanto preteso relitto
di inattuali forme di relazione sociale: oggi la forma dei rapporti di
produzione non è in discussione e non essendoci quindi
(apparentemente) reali interessi contrapposti, ciò che rileva
è amministrare bene lo spazio comune, la cosa pubblica, che a
sua volta è una ricchezza da sfruttare con modalità
imprenditoriali, permettendo ad un ceto partitico-sindacale di
acquisire anche una dimensione manageriale ed imprenditoriale da cui
trarre identità, potere, ricchezza. In questo quadro, il partito
"leggero" e "democratico" è depositario della gestione
politico-istituzionale che, di per sé "affare di
professionisti", ha nel momento elettorale il momento di massimo
tecnicismo ed artificiosità; il sindacato "portatore di
interessi generali" si fa vaso comunicante del partito a livelo di ceto
e incanala e smorza i contraccolpi provenienti dal basso della
società attraverso la gestione degli "ammortizzatori sociali" in
senso lato, anzi fungendo a tutti gli effetti da moderatore e
"ammortizzatore sociale". Questo partito e questo sindacato non sono
sgraditi al capitale perché gestore ciascuno di una particolare
sfera del vivere sociale autonoma ed in relazione con le altre. Lo
stesso vale per la chiesa cattolica le cui pretese di dettar legge
nella sfera privata e morale non trova ostacoli proprio perché
è la sfera di influenza sua propria, riconosciutale dagli altri
poteri che essa , a sua volta, non "disturba".
Al governo guerra e polizia, al capitale il modo di produrre, al papa
le anime. A forza di troppa autonomia, la politica istituzionale,
svapora. Vero è che, come tutti i simulacri, pretende di essere
solo essa vera e nega alla vitalità e conflittualità
sociale di essere genuina espressione della "politica", come ha fatto
dopo la manifestazione di Vicenza il presidente Napolitano. Per la
carica istituzionale oggi ricoperta e la storia personale di comunista
"migliorista", le dichiarazioni di Napolitano sono fotografia fedele
dell'oggi. La politica istituzionale risponde solo a se stessa, ha
stracciato l'ipocrita velo della rappresentanza. Certo, un lutto oggi
va "elaborato" per i tanti che compongono il vasto elettorato
dell'attuale governo, ed una decisione andrà presa: la spudorata
sincerità delle dichiarazioni di Napolitano marcano un punto di
non ritorno della "democrazia italiana" e dicono non solo che non ci
sono "poteri buoni", ma neppure "governi amici", perché "il
governo è il governo" e risponde solo a se stesso, è
autoreferenziale, non rappresenta se non se stesso.
È in questo quadro che la violenza politica è tornata ad
occupare le prime pagine dei giornali: l'arresto di una quindicina di
presunti brigatisti rossi, diversi dei quali sindacalisti FIOM;
l'esplosione di tre cassonetti dell'immondizia a Torino cui è
seguita una rivendicazione con minacce di "strage di borghesi" a firma
della Federazione Anarchica Informale; il trentennale del '77, con il
ritorno in Italia di uno dei "cattivi maestri" dell'epoca, Oreste
Scalzone. Significativo che brigatismo rosso, sovversivismo di massa
anni '70, anarchismo "terroristico e fantasmatico", finiscano tutti nel
"pastone" di quotidiani che non aspettano altro per "sbattere qualche
mostro in prima pagina". Ma significativo anche che, dopo "l'unanime
condanna delle forze politiche, ecc. ecc.", si passi al voto
parlamentare sulla guerra in Afganistan come se niente fosse e poi si
torni a parlare di violenza politica "interna" e si cerchi di
utilizzare i fantasmi delle BR, dell'Autonomia,
dell'anarco-insurrezionalismo, contro i movimenti popolari e di massa
come ad esempio i citati No Tav e No Dal Molin e per esorcizzare
"preventivamente" il conflitto sociale sul reddito che serpeggia
all'interno della nostra società a forza di "caro euro",
compatibilità salariale, privatizzazione di servizi, tagli alla
spesa sociale, ecc. Certo che gli anni '70 non fanno ancora "dormire
qualcuno", perché è in quello snodo che si radica
l'attuale oblio del conflitto. Basti dire che i segretari della FGCI
romana e nazionale ai tempi della cacciata di Lama
dall'Università nel febbraio '77 erano, rispettivamente, Walter
Veltroni e Massimo D'Alema, presidente in pectore e mentore del
nascituro Partito democratico che conclude la parabola del PCI non solo
verso il governo, ma verso la "governabilità" di una
società, appunto, non conflittuale. Ma i sonni di qualcuno sono
turbati più dall'indisponibilità di pezzi di
società, di pezzi di territorio, a "farsi governare" oggi,
piuttosto che da quei "fantasmi" che storicamente e sul piano
"militare" hanno già sconfitto una volta e nei confronti dei
quali gli attuali movimenti di massa e popolari si sono dimostrati
impermeabili. Perché certo qui sta un nodo importante. La crisi
della rappresentanza investe tutte le forze
politico-partitico-istituzionali, tutte (questo primo anno di governo
Prodi lo ha chiarito molto bene) votate all'autoreferenzialità.
Elaborato il lutto dell'essere orfani dei propri rappresentanti,
è giocoforza che pezzi di società e di territorio vadano
allo scontro con la sfera politico-istituzionale che ne deve negare
l'autonomia: per entrambi è questione, a quel punto, di
"identità" e "di vita o di morte".
Piuttosto che con il fantasma della libertà, ai potenti di turno
fa più comodo avere a che fare con "fantasmi" che conoscono
molto bene, che sanno alla bisogna scongiurare ed esorcizzare, se non,
talora, evocare. Di certo meno pericolosi, per il potere, del conflitto
sociale.
W.B.