Umanità Nova, n.10 del 18 marzo 2007, anno 87

Il fantasma della libertà
Dalla politica all'amministrazione


L'ultimo mese ha permesso di chiarire alcune linee di sviluppo lungo le quali la politica e il conflitto sociale si stanno incanalando in questa fase nel nostro paese. In sintesi, la sfera politico-istituzionale rompe ogni indugio e marca la propria indifferenza alla rappresentanza della società, mentre, con movimento uguale e contrario, pezzi di società realizzano la propria capacità di muoversi e affermarsi senza tutele partitiche. Icone di queste antitesi sono il movimento No Tav e il movimento No Dal Molin, movimenti popolari e trasversali incentrati su lotte partite dal locale che si proiettano sul piano della politica nazionale ponendo radicali questioni in tema di ambiente, trasporti, modello di sviluppo, servitù militari, guerra.
Con ogni evidenza, non solo in Italia, i meccanismi della rappresentanza sono stati logorati a favore di quelli della c.d. governabilità, sulla spinta da un lato della complessità data dall'attuale quadro globale nonché dall'altro dell'instabilità determinata dalla "guerra permanente" in corso. La pretesa che solo degli esperti, dei tecnici, possano garantire un'efficace governo della collettività, compie la parabola dell'autonomia del politico, che si trasforma in amministrazione. Da questo quadro il conflitto è bandito in quanto preteso relitto di inattuali forme di relazione sociale: oggi la forma dei rapporti di produzione non è in discussione e non essendoci quindi (apparentemente) reali interessi contrapposti, ciò che rileva è amministrare bene lo spazio comune, la cosa pubblica, che a sua volta è una ricchezza da sfruttare con modalità imprenditoriali, permettendo ad un ceto partitico-sindacale di acquisire anche una dimensione manageriale ed imprenditoriale da cui trarre identità, potere, ricchezza. In questo quadro, il partito "leggero" e "democratico" è depositario della gestione politico-istituzionale che, di per sé "affare di professionisti", ha nel momento elettorale il momento di massimo tecnicismo ed artificiosità; il sindacato "portatore di interessi generali" si fa vaso comunicante del partito a livelo di ceto e incanala e smorza i contraccolpi provenienti dal basso della società attraverso la gestione degli "ammortizzatori sociali" in senso lato, anzi fungendo a tutti gli effetti da moderatore e "ammortizzatore sociale". Questo partito e questo sindacato non sono sgraditi al capitale perché gestore ciascuno di una particolare sfera del vivere sociale autonoma ed in relazione con le altre. Lo stesso vale per la chiesa cattolica le cui pretese di dettar legge nella sfera privata e morale non trova ostacoli proprio perché è la sfera di influenza sua propria, riconosciutale dagli altri poteri che essa , a sua volta, non "disturba".
Al governo guerra e polizia, al capitale il modo di produrre, al papa le anime. A forza di troppa autonomia, la politica istituzionale, svapora. Vero è che, come tutti i simulacri, pretende di essere solo essa vera e nega alla vitalità e conflittualità sociale di essere genuina espressione della "politica", come ha fatto dopo la manifestazione di Vicenza il presidente Napolitano. Per la carica istituzionale oggi ricoperta e la storia personale di comunista "migliorista", le dichiarazioni di Napolitano sono fotografia fedele dell'oggi. La politica istituzionale risponde solo a se stessa, ha stracciato l'ipocrita velo della rappresentanza. Certo, un lutto oggi va "elaborato" per i tanti che compongono il vasto elettorato dell'attuale governo, ed una decisione andrà presa: la spudorata sincerità delle dichiarazioni di Napolitano marcano un punto di non ritorno della "democrazia italiana" e dicono non solo che non ci sono "poteri buoni", ma neppure "governi amici", perché "il governo è il governo" e risponde solo a se stesso, è autoreferenziale, non rappresenta se non se stesso.
È in questo quadro che la violenza politica è tornata ad occupare le prime pagine dei giornali: l'arresto di una quindicina di presunti brigatisti rossi, diversi dei quali sindacalisti FIOM; l'esplosione di tre cassonetti dell'immondizia a Torino cui è seguita una rivendicazione con minacce di "strage di borghesi" a firma della Federazione Anarchica Informale; il trentennale del '77, con il ritorno in Italia di uno dei "cattivi maestri" dell'epoca, Oreste Scalzone. Significativo che brigatismo rosso, sovversivismo di massa anni '70, anarchismo "terroristico e fantasmatico", finiscano tutti nel "pastone" di quotidiani che non aspettano altro per "sbattere qualche mostro in prima pagina". Ma significativo anche che, dopo "l'unanime condanna delle forze politiche, ecc. ecc.", si passi al voto parlamentare sulla guerra in Afganistan come se niente fosse e poi si torni a parlare di violenza politica "interna" e si cerchi di utilizzare i fantasmi delle BR, dell'Autonomia, dell'anarco-insurrezionalismo, contro i movimenti popolari e di massa come ad esempio i citati No Tav e No Dal Molin e per esorcizzare "preventivamente" il conflitto sociale sul reddito che serpeggia all'interno della nostra società a forza di "caro euro", compatibilità salariale, privatizzazione di servizi, tagli alla spesa sociale, ecc. Certo che gli anni '70 non fanno ancora "dormire qualcuno", perché è in quello snodo che si radica l'attuale oblio del conflitto. Basti dire che i segretari della FGCI romana e nazionale ai tempi della cacciata di Lama dall'Università nel febbraio '77 erano, rispettivamente, Walter Veltroni e Massimo D'Alema, presidente in pectore e mentore del nascituro Partito democratico che conclude la parabola del PCI non solo verso il governo, ma verso la "governabilità" di una società, appunto, non conflittuale. Ma i sonni di qualcuno sono turbati più dall'indisponibilità di pezzi di società, di pezzi di territorio, a "farsi governare" oggi, piuttosto che da quei "fantasmi" che storicamente e sul piano "militare" hanno già sconfitto una volta e nei confronti dei quali gli attuali movimenti di massa e popolari si sono dimostrati impermeabili. Perché certo qui sta un nodo importante. La crisi della rappresentanza investe tutte le forze politico-partitico-istituzionali, tutte (questo primo anno di governo Prodi lo ha chiarito molto bene) votate all'autoreferenzialità. Elaborato il lutto dell'essere orfani dei propri rappresentanti, è giocoforza che pezzi di società e di territorio vadano allo scontro con la sfera politico-istituzionale che ne deve negare l'autonomia: per entrambi è questione, a quel punto, di "identità" e "di vita o di morte".
Piuttosto che con il fantasma della libertà, ai potenti di turno fa più comodo avere a che fare con "fantasmi" che conoscono molto bene, che sanno alla bisogna scongiurare ed esorcizzare, se non, talora, evocare. Di certo meno pericolosi, per il potere, del conflitto sociale.

W.B.

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