Umanità Nova, n.10 del 18 marzo 2007, anno 87

Un generale alla guida della CEI
Pronto alla battaglia


Dopo ventun anni di regno il cardinale Ruini lascia la CEI, pur assicurandosi la continuazione della propria linea politica, affidata nelle mani dell'arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco.
Giuliano Ferrara e tutti i teocon italiani possono dormire sonni tranquilli: il nuovo presidente CEI sembra confermare per gli anni a venire la linea tenuta dall'uscente Ruini: ingerenza diretta negli affari italiani e tentativo di dividere i fedeli in cattolici di serie A e di serie B.
Il nuovo presidente della CEI si presenta con un curriculum notevole: professore di metafisica e battagliero ordinario militare, capace di gesti forti, come ha mostrato rifiutandosi di presenziare al festival della scienza di Genova perché, a suo dire, marcatamente laicista.
Tutte le più forti provocazioni della chiesa ratzingeriana sono state raccolte e rilanciate da Bagnasco: per quello che riguarda i famigerati (e sepolti?) DICO, l'arcivescovo di Genova ha dichiarato che una famiglia debole non può costruire una società forte. Non è difficile immaginare cosa possa intendere per società forte un ex ordinario militare.
Nel momento in cui Ruini, dopo l'uccisione dei soldati italiani a Nassirija, ha proclamato un "non fuggiremo" dal suono vagamente veterofascista, Bagnasco pare abbia sottoscritto con slancio l'appello perché, come ha predicato di fronte alla bara di un mitragliere, i soldati italiani sono portatori di pace.
Di fronte a tanta dirittura morale, d'altro canto Bagnasco ha dichiarato di voler favorire la collegialità all'interno della CEI: peccato che solo un anno fa i vescovi, invitati ad esprimere la propria opinione in merito a chi avrebbero voluto come futuro segretario, abbiano indicato a maggioranza i nomi di Tettamanzi, Scola e Corti. Alla faccia della collegialità.
Insomma, il nuovo presidente sembra poter ampiamente proseguire l'esperienza della chiesa militante voluta da Ruini, amica dei forti, acerrima avversaria del relativismo morale che, per colpa di quattro sciagurati progressisti, sembrerebbe aver infettato la chiesa stessa.
Il primo appuntamento in grado di chiarire la linea politica dell'episcopato italiano potrebbe essere la nota dei vescovi che sarà diffusa nei prossimi giorni, in occasione del consiglio permanente della CEI del 26-29 marzo. In quell'occasione, infatti, si saprà se verrà proibito di fatto ai politici cattolici di votare leggi che non siano totalmente in linea con il magistero cattolico.
Già nel momento in cui era circolata notizia dell'intenzione di imporre una linea di condotta meglio definita ai politici cattolici, alcuni intellettuali di area, tra i quali Giuseppe Alberigo e Alberto Melloni, avevano firmato un appello nel quale si chiedeva accoratamente ai vescovi di non realizzare un simile proposito.
La reazione da parte del mondo ecclesiale e politico non si è fatta attendere e da televisioni e giornali si è gridato contro il tentativo di costringere la chiesa al silenzio. In vari dibattiti si è poi stigmatizzato l'atteggiamento di chi cercava di impedire alla chiesa cattolica di esprimere liberamente la propria opinione.
In questo caso, però, non si tratta di esprimere un'opinione, ma il passo che si vuole fare è quello di arrivare a evidenziare, una volta per tutte, quali siano i politici di cui la chiesa si può fidare e quali no.
La linea di divisione sembra ormai chiara ed è data dalla presenza stessa degli schieramenti parlamentari.
Mentre, infatti, agli occhi della chiesa che conta i cattolici della Margherita e delle sinistre appaiono ostaggio di una cultura relativista, i cattolici del centrodestra non sono costretti a vivere nessun tipo di contraddizione, vista la leggerezza e l'ipocrisia con le quali i liberali hanno abdicato a qualsiasi tentativo di giocare un ruolo progressivo, quantomeno per quello che riguarda i diritti civili.
Così è possibile che i liberali firmino il manifesto degli intellettuali cattolici contro i DICO senza per questo dover minimamente fare i conti con la propria cultura di appartenenza e questo a dimostrazione che i principi liberali non sono che il paravento della volontà di dominio manifestata dalle pratiche liberiste.
Per l'ennesima volta i cattolici si trovano di fronte alla scomunica proclamata dalle proprie gerarchie e per l'ennesima volta cercare di conciliare fede ed emancipazione sociale costa ai credenti il dover vivere con sensi di colpa e inadeguatezza la propria appartenenza ecclesiale.
Avanti di questo passo anche la semplice appartenenza allo schieramento di centrosinistra servirà da squalifica per i credenti, i quali potranno vivere pienamente il proprio cattolicesimo solo tra le file dei neofascisti della casa delle libertà.
Se l'impavido generale alla guida della CEI continuerà, com'è probabile, sulla strada dell'ingerenza clericale nella vita politica e dell'emarginazione dei cattolici progressisti, in molti dovranno mettere in discussione la possibilità stessa di conciliare visione del mondo progressista e appartenenza alla chiesa cattolica. Non è detto che il nuovo ricatto morale non susciti, come già è successo, un'ondata di dissenso proprio tra le migliori anime culturali e sociali del mondo cattolico.

Paolo Iervese

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