Diecimila persone hanno sfilato sabato 10 marzo a Copenaghen in una
manifestazione internazionale organizzata in due giorni per far sapere
alla città che "l'Ungdomshuset resiste!" e che non bastano le
cariche della polizia, gli arresti e gli sgomberi ad uccidere le idee
di cambiamento sociale.
L'Ungdomshuset ("Casa della gioventù") è stato sgomberato
il primo marzo scorso: era l'unico centro sociale di Copenaghen, ed era
uno dei nuclei della vita sociale e politica della capitale danese:
centinaia di attivisti vi realizzavano iniziative, incontri,
spettacoli. Il centro sociale era di proprietà del comune, ma
era stato occupato nel 1982 e poi concesso dal comune al movimento. Nel
2000 il comune aveva venduto lo stabile ad una setta ultra-cristiana di
estrema destra e il primo marzo era stato definitivamente sgomberato,
con l'utilizzo di elicotteri e squadre d'assalto.
Da una settimana le manifestazioni, i blocchi del traffico e i presidii
spontanei a Copenaghen si susseguono, così come le cariche della
polizia e gli arresti (più di 700 persone sono state arrestate
tra il primo e l'8 marzo).
L'Ungdomshuset è stato demolito mercoledì 7 marzo: le
macerie dell'edificio sono state ribattezzate "Ground 69" (69 era il
numero civico del palazzo), come simbolico punto di ripartenza del
movimento. In quel punto è stato fondato un presidio permanente,
che sta ricevendo solidarietà da tutto il quartiere e da molti
abitanti di Copenaghen.
La manifestazione del 10 marzo sì è svolta in maniera
pacifica, nonostante la presenza di migliaia di poliziotti in assetto
antisommossa, e ha visto la partecipazione di numerosi/e anarchici/e.
Cortei di solidarietà si sono svolti in tutta Europa,
soprattutto in Germania (a Berlino un corteo è stato caricato
dalla polizia tedesca, che ha arrestato 30 persone) e Gran Bretagna, ma
anche in Irlanda, Polonia e altri paesi. In Italia in alcune
città si sono svolti presidii di fronte ai consolati danesi.
Lo scorso 8 marzo è iniziato l'iter parlamentare della
riforma universitaria voluta dal governo greco, di centro destra. La
riforma prevede, tra le altre questioni, l'introduzione di
università private nel sistema universitario greco e la
possibilità per la polizia di entrare negli edifici universitari
(quest'ultima proposta è stata fatta in seguito alle cariche
poliziesche nell'ultimo Forum sociale europeo ad Atene: allora molti
anarchici, inseguiti dalla polizia, avevano trovato rifugio all'interno
dell'università). Contro la riforma sono scesi in piazza
studenti, ricercatori ed insegnanti: un grande manifestazione di
più di 35.000 persone ha circondato il parlamento. La polizia ha
caricato il corteo, colpendo tutti coloro che vi si trovavano con
manganelli, gas lacrimogeni e anche pallottole di gomma, continuando le
cariche per ben tre ore. Lo spezzone anarchico, che era quello
più numeroso, è stato anche quello più duramente
colpito. Venti persone sono rimaste ferite negli scontri e quaranta
sono state arrestate.
Nonostante la proposta di legge sia passata, anche se con i voti della
sola maggioranza, le proteste continuano: sono ancora quasi trecento le
facoltà occupate in tutta la Grecia e diverse scuole superiori
sono state occupate dagli studenti in solidarietà con gli
universitari.
Il presidente degli Stati Uniti sta facendo un tour propagandistico
nel "giardino di casa", come viene considerata dall'amministrazione
statunitense l'America nel Sud. Ma l'accoglienza che la popolazione sta
dimostrando verso Bush non è proprio festosa: in tutti i paesi
toccati dal tour si sono svolte dimostrazioni e proteste contro
l'imperialismo degli USA e contro la politica di Bush. In Brasile,
Uruguay, Colombia, Guatemala ed El Salvador migliaia di persone hanno
manifestato e sono state attaccate dalla polizia. Più di seimila
manifestanti in Brasile e 18 feriti provocati dalle cariche della
polizia. Oltre ventimila i partecipanti al corteo a Montevideo, in
Uruguay, che hanno marciato pacificamente, nonostante le provocazioni
poliziesche. In Colombia la polizia invece ha mostrato il suo volto
più brutale, facendo numerosi feriti e cento arresti.
Folta la presenza anarchica in tutte le manifestazioni.
L'8 marzo scorso, in occasione della giornata per i diritti delle
donne, diverse donne, giovani e non, insieme ad alcuni uomini e
ragazzi, si sono radunate di fronte al parlamento a Teheran per
reclamare maggiori diritti e per protestare contro il recente arresto
di trenta attiviste per i diritti delle donne.
La manifestazione è stata respinta dalla polizia con manganelli
e bastoni; 8 manifestanti sono state arrestate e di loro non si sa
ancora nulla.
In seguito quasi tutte le femministe arrestate prima della
manifestazione sono state rilasciate, ma in prigione restano ancora tre
attiviste, le giornaliste Jila Baniyaqub e Mahbubeh Abbas Golizadeh e
l'avvocatessa Shadi Sadr, oltre alle centinaia di persone rinchiuse
nelle carceri iraniane solo perché avevano osato alzare la voce
contro il regime teocratico.
A cura di Raffaele
Fonti: <www.ainfos.ca>; <www.indymedia.org>; <www.infoshop.org>; <www.globalproject.info>;
<www.emoware.org/ungdomshuset.asp>