Quello che doveva essere nelle intenzioni degli estensori del PNAC
(Plan for a new american century) il "nuovo secolo americano", rischia
al contrario di essere il tempo della campane a morto per l'egemonia
assoluta di Washington sulle relazioni di potere internazionali. In
Iraq la situazione è evidentemente disastrosa e, finora non sta
riuscendo nemmeno il tentativo di giocare gli uni contro gli altri
sciiti e sunniti. Non perché questi non si stiano
volenterosamente massacrando, ma perché il bagno di sangue
mesopotamico non sta portando apprezzabili vantaggi a Washington nel
controllo del paese e delle sue risorse. Oggi l'America è meno
forte, temuta e rispettata di quanto non fosse alla fine del mandato
dell'"imbelle" Clinton che aveva evitato di ficcarsi in sabbie mobili
di difficile gestione. Gli Stati Uniti oggi vengono sfidati in modo
sempre più aperto dalla superpotenza emergente Cina e dal
vecchio competitore russo. A mio avviso nessuno dei due ha oggi le
carte per mettersi in seria competizione con Washington (e, anzi, la
Russia di Putin dipendente com'è dai mercati internazionali
è una vera e propria "tigre di carta"), ma il fatto stesso che
ritengano di poter alzare la voce con gli USA dice molto sullo stato
dell'egemonia mondiale a stelle e strisce. Allo stesso tempo Venezuela
e Iran si propongono come potenze regionali in contrasto con gli Stati
Uniti all'interno di due dei "cortili di casa" degli USA. Ad oggi solo
il terzo di questi cortili, l'Europa, non desta preoccupazione a
Washington dopo il ridimensionamento dei presunti oppositori
all'avventura irachena, Francia e Germania. Il fatto che in Libano
Washington e Parigi operino in modo simmetrico significa molto per gli
Stati Uniti sul piano della sicurezza degli alleati europei.
Non opposizione però vuole sempre meno dire compartecipazione e
questo gli americani lo hanno scoperto in Iraq dove solo i polacchi
resistono senza annunciare il proprio ritiro e in Afganistan dove le
continue pressioni sui governi di Italia, Germania e Spagna
perché si prendano in carico lo scontro armato con l'esercito
Taleban, trovano orecchie da mercante e dove i caduti continuano a
esser distribuiti tra i soldati USA e quelli dei fedelissimi Canada,
Regno Unito e Olanda. In sintesi, lo spettro di un competitore globale
inizia a concretizzarsi, le potenze regionali cercano di costruire un
proprio potere locale a spese degli equilibri sanciti a Washington, e i
fedeli alleati sono sempre più malfidi. Per l'Amministrazione
che doveva rilanciare il ruolo degli USA nel mondo non c'è male!
Il mantra bushista "Il fallimento non è un'opzione" andrebbe
completato con la frase "è un fatto!"
Dal pantano iracheno al nuovo fronte in Iran?
In cinque anni gli Stati Uniti sono stati colpiti in un episodio da
manuale di guerra asimmetrica l'11 settembre, e a questo punto poco
importa se dietro all'attentato delle torri gemelle ci fosse o meno un
complotto interno: il risultato è stato comunque disastroso per
gli stessi attori che avrebbero messo in atto il complotto stesso. In
Afganistan non riescono da sei anni a questa parte a piegare un nemico
arretrato e male armato ma deciso a non mollare il colpo e
profondamente radicato nella popolazione stanca delle molte invasioni
subite dal 1979 ad oggi. In Iraq la "missione compiuta" di quattro anni
fa naufraga in un bagno di sangue che impedisce che qualcuno prenda in
mano la situazione ma che la allontana stabilmente dal controllo di
Washington. In altre parole è vero che l'instabilità
dell'Iraq impedisce a cinesi ed indiani di farvi ricorso come fornitore
petrolifero, è però altrettanto vero che il gioco non
vale la candela visto che le stesse ricchezze energetiche non vengono
valorizzate nemmeno dai consorzi petroliferi made in USA.
Le mosse americane dell'ultimo mese vanno inquadrate in questa cornice
dove la classe dominante del paese principale del mondo dibatte
ferocemente su come togliersi dal pantano e rilanciare il paese alla
testa del mondo. Il gruppo Bush ritiene necessario continuare ed anzi
rafforzare l'interventismo militare utilizzato finora; i maggiori
esponenti di questa scuola sono il vice Presidente Cheney, il futuro
candidato alla Casa Bianca John Mc Cain e i due think thank in quota
neo-con Heritage Foundation ed American Entreprise Institute. Questa
fazione vuole una vittoria a tutti i costi da buttare sul tappeto delle
elezioni presidenziali del 2008 e sa che ha un solo anno per ottenerla.
Ha ottenuto l'invio di nuovi soldati in Iraq nonostante la
contrarietà del Congresso, ma sa che tale mossa non basta. In
assenza di soluzioni per risolvere il problema, punta ad allargarlo. In
sostanza, sapendo di non poter risolvere la situazione a Baghdad, punta
a destabilizzare l'Iran. Le opzioni non sono chiarissime: un cambio di
regime, il blocco del processo che sta portando Teheran nel club
atomico, il ridimensionamento delle sue ambizioni sul Golfo?
Probabilmente a Washington puntano sul blocco del processo atomico
iraniano sperando che, mettendo il paese nell'angolo, qualcuno si
decida a far fuori il Presidente Armadi-Nejad e la sua destra islamica
e populista appoggiata dai Pasdaran della Rivoluzione. È in modo
evidente una strategia da giocatore di poker che gioca le sue ultime
carte ma rischia di essere presa sul serio in un paese come l'America
abituato ad esser sempre "all'offensiva" sul piano delle relazioni
internazionali.
Il piano della Casa Bianca
In sintesi il piano della Casa Bianca potrebbe essere descritto in questo modo:
- in primo luogo con l'Iran non può esserci alcuna trattativa
perché esso aspira a diventare una potenza regionale di primo
piano ottenendo il controllo del Golfo. A questo scopo utilizza il
conflitto israelo-palestinese, la Jihad sciita contro i sunniti in Iraq
e, in generale, le minoranza sciite nei paesi arabi sunniti alleati
degli USA. In secondo luogo l'obiettivo finale di Washington è
un cambio di regime a Teheran in senso filoamericano che allontani la
possibilità di saldare Cina, Russia, India e Iran in un unico
mercato comune che fatalmente sfuggirebbe il controllo USA. In terzo
luogo lo strumento prescelto dall'America è la costruzione di un
"contenimento" iraniano simile a quello promosso contro Mosca tra il
1947 e il 1949; in altre parole ci troveremmo davanti al ritorno della
teoria della deterrenza che così bene aveva funzionato contro
l'URSS. Questo vuole dire che contro Teheran Washington sente di poter
giocare con le regole della guerra convenzionale a differenza di quanto
succede a Baghdad e a Kabul. Se questo risponde a verità,
ovviamente, è tutto da vedersi. Il punto di forza di questa
strategia è il fatto che l'Iran è una poliarchia dove
poteri diversi concorrono tra loro per il controllo dello stato e che
possono essere giocabili gli uni contro gli altri. Il tentativo oggi in
atto da parte del Parlamento iraniano di ridurre di un anno il mandato
presidenziale è solo l'ultimo dei segnali dell'esistenza di un
partito favorevole alla trattativa con Washington a Teheran.
La realizzazione di questo disegno passa per la costruzione di un asse
sunnita tra gli stati arabi minacciati dalla politica estera espansiva
di Teheran: Egitto, Giordania, Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo e
la stessa Autorità Nazionale Palestinese concorrono a
costituirlo in curioso allineamento con Israele, l'alleato principe (e
l'unico di cui Washington si fidi veramente) nell'area. Dall'altra
parte il Pakistan di Musharraf è infido e settori rilevanti di
esercito e servizi segreti continuano a sostenere i Talebani in guerra
contro le truppe NATO in Afganistan, ma è un nemico giurato dei
persiani sia per ragioni di potenza regionale, sia perché dal
1992 ad oggi i due stati sono stati i principali sponsor dei due fronti
in lotta per il controllo dell'Afganistan. Utilizzando queste pedine
per accerchiare l'Iran Bush ha anche ottenuto delle pur blande sanzioni
contro l'Iran che hanno già messo in difficoltà
Armadi-Nejad al proprio interno. Su di un piano propriamente militare
abbiamo lo spostamento dei gruppi navali dipendenti dalle portaerei
Stennis ed Eisenhower, il rafforzamento delle basi in Qatar,
Azerbaigian, Georgia e Pakistan e l'invio sotto copertura di agenti
addestrati alla guerriglia all'interno del territorio iraniano.
Parallelamente il Mossad israeliano ha già segnato dei punti con
le sue spedizioni in Iran assassinando uno degli scienziati di punta
del programma nucleare di Teheran: l'ingegner Hassanpour.
Se la guerra a bassa intensità portasse al crollo della
Repubblica islamica Washington saprebbe a questo punto come
sostituirla: con un regime federale imperniato sui gruppi etnici non
iraniani armati dagli USA e addestrati da Israele: gli azeri, gli arabi
del sud del paese, i beluci armati da Islamabad e i kurdi alleati dei
loro confratelli del nord dell'Iraq. La riuscita di questo piano
porterebbe all'America tre vantaggi: convincerebbe Israele e l'asse
sunnita che gli USA non hanno intenzione di andarsene dal Medio Oriente
e che non sono tentati dall'isolazionismo, otterrebbero un vantaggio
strategico nel controllo dell'Iraq che renderebbe la recente legge sul
petrolio (che di fatto regala alle compagnie USA l'oro nero del paese)
non una speranza ma una realtà effettuale e, infine, renderebbe
la vita difficile agli oppositori islamisti all'interno dei regimi
sunniti amici. In altre parole la "banda Bush" scommette che allargando
la destabilizazzione all'Iran riuscirà a stabilizzare il Grande
Medio Oriente. Quello che risulta più incredibile della
sicurezza con la quale gli USA si sono lanciati in questo piano
è il fatto che non siano per nulla disposti a finanziarlo con
una pianificazione di aiuti e aperture verso i paesi della regione.
Come in Iraq nel 2003 il problema principale discusso nella cerchia
dell'élite che controlla la Casa Bianca è su come
trasformare l'opzione militare in una fonte di profitti per le imprese
amiche. La stessa legge sul petrolio del Parlamento iracheno rimanda a
questa logica.
Logica insita nel capitalismo contemporaneo, incapace di programmare e
pianificare a lungo termine ed interessato maggiormente al profitto
immediato più o meno da rapina. Questo è insieme la
barbarie e il limite degli attuali dominanti che, non a caso, non
riescono da nessuna parte a stabilizzare le loro conquiste ed a
costruirsi un minimo di credibilità nei paesi occupati dove
vengono immediatamente riconosciuti come meri predoni. Da questo punto
di vista il caso iracheno è da manuale e andrebbe studiato nelle
università come paradigma della cecità politica portata
dall'egemonia degli speculatori nella classe dominante di un paese.
I "realisti" repubblicani e i democratici di Hillary Clinton e la ricetta del gruppo Baker-Hamilton
La posizione dell'Amministrazione, però, è ben lontana
dall'essere egemone all'interno dell'estabilishment americano. Molti si
rendono conto di quanto il rilancio sognato dal Presidente in Iraq
potrebbe rivelarsi distruttivo per la supremazia a stelle e strisce
nell'area e, di conseguenza, in tutto il mondo. I cosiddetti realisti
annidati nella prima amministrazione Bush dietro a Colin Powell,
insieme ai repubblicani di Hagel e ai democratici di Hillary Clinton,
hanno in mente una strategia ben diversa per la presenza a stelle e
strisce in Iraq. Sostanzialmente questo gruppo di élite della
classe dominante USA condivide la ricetta presentata qualche mese fa
dal gruppo Baker-Hamilton (non a caso un repubblicano non bushista e
non neo-con e un democratico del sud) e consistente nelle seguenti
mosse:
- abbandonare l'ipotesi di una vittoria in Iraq e concentrarsi sulla
possibilità di limitare le perdite finché gli USA sono
ancora influenti a Baggdad
- irachizzare la guerra costruendo uno scenario diplomatico nel quale
tutti i vicini, Siria e Iran inclusi, collaborino a mantenere lo
scontro tra sciiti e sunniti all'interno dei confini dell'Iraq.
- diminuire il numero dei soldati e, soprattutto, posizionarli al di
fuori delle città irachene e spostarli ai confini del paese per
evitare infiltrazioni dall'estero
- permettere ai più forti di imporsi e correre in soccorso del
vincitore. A questo proposito c'è chi, come l'ex cremlinologo
Sines che pensa esplicitamente all'arcinemico Muqtada al-Sadr come
leader possibile di un Iraq sciita ma non fondamentalista eventualmente
uscito da una guerra civile senza gli americani di contorno.
- Invece di minacciare l'Iran reclutarlo tra i vigili del fuoco
incaricati di spegnere lì'incendio iracheno. È vero che
questo vorrebbe dire accettare l'Iran nel club nucleare, ma per gli USA
un Iran nucleare incluso tra i "buoni" è meno costoso di un
paese nemico che riesca a dotarsi dell'arma atomica contro di loro.
- Coinvolgere tutti i paesi dell'area nel compromesso tra Israele e il
mondo arabo, rilanciando il principio terra in cambio di pace,
garantendo frontiere sicure a tutti i paesi con il dispiegamento di
truppe Nato in Cisgiordania, a Gaza, nel Golan e sul fiume Litani. In
pratica il vecchio piano Clinton con l'utilizzo di truppe europee in
funzione di cuscinetto locale. Da questo punto di vista l'operazione
messa in campo da Prodi e cChirac nel sud del Libano è
esattamente ciò a cui pensa questa parte dell'estabilshment USA
per evitare un nuovo conflitto tra Israele e i suoi vicini islamici.
- Rendersi conto che l'Iraq non è l'ombelico del mondo, e che
più tempo gli USA passano in Iraq più se ne avvantaggiano
i loro diretti concorrenti, Cina in testa.
Il ruolo messianico di Ahmadi-Nejad e il malumore del clero sciita
Se questo è lo stato dell'arte in America, l'Iran non sta poi
molto meglio. Il clero sciita ormai accusa quotidianamente Ahmadi-Nejad
per il suo messianismo e per la spudorata intenzione di proporsi come
dodicesimo imam redivivo. Per capirsi è come se un politico
cattolico iniziasse a dare a intendere alla popolazione di essere
Gesù Cristo rientrato sulla terra per il compimento dei tempi.
Ovviamente il ruolo messianico del Presidente destabilizza il potere
del clero ed induce i preti sciiti ad opporsi alle pretese del primo
presidente laico dell'Iran. Più prosaicamente il Parlamento e la
Guida Sprema lo criticano spesso per l'assoluta incompetenza economica
che sta causando guai seri all'economia del paese, e i deputati gli
hanno recentemente diminuito il mandato. Dopo il successo dei
pragmatici alle elezioni per il Consiglio degli Esperti, la Guida Ali
Khamenei si è smarcato pubblicamente da lui e dai pasdaran della
rivoluzione che continuano a sostenere il Presidente, lanciando un
messaggio chiaro: la politica estera la decido io e non Ahmadi-Nejad.
La mossa della Guida Suprema non è casuale; il rischio di guerra
per le mosse parallele di Bush e del Presidente iraniano (per non
contare la pression pro-guerra dell'alleato israeliano) è
fortissima. Entrambi i leader e i loro schieramenti possono vincere
all'interno solo arrivando allo scontro armato che metterebbe fuori
gioco i pragmatici di tutti e due i paesi. Inoltre Khamenei e il leader
pragmatico Rafsnjani, sconfitto alle ultime elezioni da Ahmadi-Nejad,
temono il compirsi dell'asse sunnita in alleanza con gli Stati Uniti,
perché questo metterebbe in un angolo Teheran e gli impedirebbe
per tempi indefiniti di assumere quel ruolo di potenza regionale cui
aspira da sempre.
Quello che blocca per ora la guerra è la reciproca
consapevolezza del disastro che seguirebbe il primo proiettile sparato:
i centri di ricerca nucleare iraniani, i giacimenti petroliferi di
tutti i paesi coinvolti e l'intera economia del Medio Oriente
andrebbero in fumo sotto la spinta delle tre guerre che seguirebbero.
La guerra USA-Iran vera e propria che avrebbe probabilmente
modalità simili a quella irachena con esercito e milizie
persiane che si dissolvono nel nulla per riapparire dopo la "vittoria
americana" sotto forma di guerriglia, la guerra civile sunniti-sciiti
dilagante dall'Iraq all'Arabia Saudita, dal Libano allo Yemen, dagli
Emirati del Golfo all'Afganistan al Caucaso, la guerra terroristica
contro l'occidente che toccherebbe punte finora evitate e che
colpirebbe stavolta davvero tutti trasformando ogni città
occidentale in un luogo a rischio e cancellando quanto resta delle
libertà politiche e individuali che, secondo la retorica dei
media di casa nostra, sarebbero difese proprio dai loro affossatori.
In sintesi la guerra sarebbe disastrosa ma troppe forze spingono verso
questa soluzione e l'aria tra USA, Iran ed Israele è talmente
satura di gas bellici che il primo cerino che verrà acceso
potrebbe portare a un conflitto di una portata tale da essere oggi
appena immaginabile.
Giacomo Catrame