Umanità Nova, n.11 del 25 marzo 2007, anno 87

La banda Bush, il pantano iracheno e la partita con l'Iran
Grande gioco al buio


Quello che doveva essere nelle intenzioni degli estensori del PNAC (Plan for a new american century) il "nuovo secolo americano", rischia al contrario di essere il tempo della campane a morto per l'egemonia assoluta di Washington sulle relazioni di potere internazionali. In Iraq la situazione è evidentemente disastrosa e, finora non sta riuscendo nemmeno il tentativo di giocare gli uni contro gli altri sciiti e sunniti. Non perché questi non si stiano volenterosamente massacrando, ma perché il bagno di sangue mesopotamico non sta portando apprezzabili vantaggi a Washington nel controllo del paese e delle sue risorse. Oggi l'America è meno forte, temuta e rispettata di quanto non fosse alla fine del mandato dell'"imbelle" Clinton che aveva evitato di ficcarsi in sabbie mobili di difficile gestione. Gli Stati Uniti oggi vengono sfidati in modo sempre più aperto dalla superpotenza emergente Cina e dal vecchio competitore russo. A mio avviso nessuno dei due ha oggi le carte per mettersi in seria competizione con Washington (e, anzi, la Russia di Putin dipendente com'è dai mercati internazionali è una vera e propria "tigre di carta"), ma il fatto stesso che ritengano di poter alzare la voce con gli USA dice molto sullo stato dell'egemonia mondiale a stelle e strisce. Allo stesso tempo Venezuela e Iran si propongono come potenze regionali in contrasto con gli Stati Uniti all'interno di due dei "cortili di casa" degli USA. Ad oggi solo il terzo di questi cortili, l'Europa, non desta preoccupazione a Washington dopo il ridimensionamento dei presunti oppositori all'avventura irachena, Francia e Germania. Il fatto che in Libano Washington e Parigi operino in modo simmetrico significa molto per gli Stati Uniti sul piano della sicurezza degli alleati europei.
Non opposizione però vuole sempre meno dire compartecipazione e questo gli americani lo hanno scoperto in Iraq dove solo i polacchi resistono senza annunciare il proprio ritiro e in Afganistan dove le continue pressioni sui governi di Italia, Germania e Spagna perché si prendano in carico lo scontro armato con l'esercito Taleban, trovano orecchie da mercante e dove i caduti continuano a esser distribuiti tra i soldati USA e quelli dei fedelissimi Canada, Regno Unito e Olanda. In sintesi, lo spettro di un competitore globale inizia a concretizzarsi, le potenze regionali cercano di costruire un proprio potere locale a spese degli equilibri sanciti a Washington, e i fedeli alleati sono sempre più malfidi. Per l'Amministrazione che doveva rilanciare il ruolo degli USA nel mondo non c'è male! Il mantra bushista "Il fallimento non è un'opzione" andrebbe completato con la frase "è un fatto!"

Dal pantano iracheno al nuovo fronte in Iran?
In cinque anni gli Stati Uniti sono stati colpiti in un episodio da manuale di guerra asimmetrica l'11 settembre, e a questo punto poco importa se dietro all'attentato delle torri gemelle ci fosse o meno un complotto interno: il risultato è stato comunque disastroso per gli stessi attori che avrebbero messo in atto il complotto stesso. In Afganistan non riescono da sei anni a questa parte a piegare un nemico arretrato e male armato ma deciso a non mollare il colpo e profondamente radicato nella popolazione stanca delle molte invasioni subite dal 1979 ad oggi. In Iraq la "missione compiuta" di quattro anni fa naufraga in un bagno di sangue che impedisce che qualcuno prenda in mano la situazione ma che la allontana stabilmente dal controllo di Washington. In altre parole è vero che l'instabilità dell'Iraq impedisce a cinesi ed indiani di farvi ricorso come fornitore petrolifero, è però altrettanto vero che il gioco non vale la candela visto che le stesse ricchezze energetiche non vengono valorizzate nemmeno dai consorzi petroliferi made in USA.
Le mosse americane dell'ultimo mese vanno inquadrate in questa cornice dove la classe dominante del paese principale del mondo dibatte ferocemente su come togliersi dal pantano e rilanciare il paese alla testa del mondo. Il gruppo Bush ritiene necessario continuare ed anzi rafforzare l'interventismo militare utilizzato finora; i maggiori esponenti di questa scuola sono il vice Presidente Cheney, il futuro candidato alla Casa Bianca John Mc Cain e i due think thank in quota neo-con Heritage Foundation ed American Entreprise Institute. Questa fazione vuole una vittoria a tutti i costi da buttare sul tappeto delle elezioni presidenziali del 2008 e sa che ha un solo anno per ottenerla. Ha ottenuto l'invio di nuovi soldati in Iraq nonostante la contrarietà del Congresso, ma sa che tale mossa non basta. In assenza di soluzioni per risolvere il problema, punta ad allargarlo. In sostanza, sapendo di non poter risolvere la situazione a Baghdad, punta a destabilizzare l'Iran. Le opzioni non sono chiarissime: un cambio di regime, il blocco del processo che sta portando Teheran nel club atomico, il ridimensionamento delle sue ambizioni sul Golfo? Probabilmente a Washington puntano sul blocco del processo atomico iraniano sperando che, mettendo il paese nell'angolo, qualcuno si decida a far fuori il Presidente Armadi-Nejad e la sua destra islamica e populista appoggiata dai Pasdaran della Rivoluzione. È in modo evidente una strategia da giocatore di poker che gioca le sue ultime carte ma rischia di essere presa sul serio in un paese come l'America abituato ad esser sempre "all'offensiva" sul piano delle relazioni internazionali.

Il piano della Casa Bianca
In sintesi il piano della Casa Bianca potrebbe essere descritto in questo modo:
- in primo luogo con l'Iran non può esserci alcuna trattativa perché esso aspira a diventare una potenza regionale di primo piano ottenendo il controllo del Golfo. A questo scopo utilizza il conflitto israelo-palestinese, la Jihad sciita contro i sunniti in Iraq e, in generale, le minoranza sciite nei paesi arabi sunniti alleati degli USA. In secondo luogo l'obiettivo finale di Washington è un cambio di regime a Teheran in senso filoamericano che allontani la possibilità di saldare Cina, Russia, India e Iran in un unico mercato comune che fatalmente sfuggirebbe il controllo USA. In terzo luogo lo strumento prescelto dall'America è la costruzione di un "contenimento" iraniano simile a quello promosso contro Mosca tra il 1947 e il 1949; in altre parole ci troveremmo davanti al ritorno della teoria della deterrenza che così bene aveva funzionato contro l'URSS. Questo vuole dire che contro Teheran Washington sente di poter giocare con le regole della guerra convenzionale a differenza di quanto succede a Baghdad e a Kabul. Se questo risponde a verità, ovviamente, è tutto da vedersi. Il punto di forza di questa strategia è il fatto che l'Iran è una poliarchia dove poteri diversi concorrono tra loro per il controllo dello stato e che possono essere giocabili gli uni contro gli altri. Il tentativo oggi in atto da parte del Parlamento iraniano di ridurre di un anno il mandato presidenziale è solo l'ultimo dei segnali dell'esistenza di un partito favorevole alla trattativa con Washington a Teheran.
La realizzazione di questo disegno passa per la costruzione di un asse sunnita tra gli stati arabi minacciati dalla politica estera espansiva di Teheran: Egitto, Giordania, Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo e la stessa Autorità Nazionale Palestinese concorrono a costituirlo in curioso allineamento con Israele, l'alleato principe (e l'unico di cui Washington si fidi veramente) nell'area. Dall'altra parte il Pakistan di Musharraf è infido e settori rilevanti di esercito e servizi segreti continuano a sostenere i Talebani in guerra contro le truppe NATO in Afganistan, ma è un nemico giurato dei persiani sia per ragioni di potenza regionale, sia perché dal 1992 ad oggi i due stati sono stati i principali sponsor dei due fronti in lotta per il controllo dell'Afganistan. Utilizzando queste pedine per accerchiare l'Iran Bush ha anche ottenuto delle pur blande sanzioni contro l'Iran che hanno già messo in difficoltà Armadi-Nejad al proprio interno. Su di un piano propriamente militare abbiamo lo spostamento dei gruppi navali dipendenti dalle portaerei Stennis ed Eisenhower, il rafforzamento delle basi in Qatar, Azerbaigian, Georgia e Pakistan e l'invio sotto copertura di agenti addestrati alla guerriglia all'interno del territorio iraniano. Parallelamente il Mossad israeliano ha già segnato dei punti con le sue spedizioni in Iran assassinando uno degli scienziati di punta del programma nucleare di Teheran: l'ingegner Hassanpour.
Se la guerra a bassa intensità portasse al crollo della Repubblica islamica Washington saprebbe a questo punto come sostituirla: con un regime federale imperniato sui gruppi etnici non iraniani armati dagli USA e addestrati da Israele: gli azeri, gli arabi del sud del paese, i beluci armati da Islamabad e i kurdi alleati dei loro confratelli del nord dell'Iraq. La riuscita di questo piano porterebbe all'America tre vantaggi: convincerebbe Israele e l'asse sunnita che gli USA non hanno intenzione di andarsene dal Medio Oriente e che non sono tentati dall'isolazionismo, otterrebbero un vantaggio strategico nel controllo dell'Iraq che renderebbe la recente legge sul petrolio (che di fatto regala alle compagnie USA l'oro nero del paese) non una speranza ma una realtà effettuale e, infine, renderebbe la vita difficile agli oppositori islamisti all'interno dei regimi sunniti amici. In altre parole la "banda Bush" scommette che allargando la destabilizazzione all'Iran riuscirà a stabilizzare il Grande Medio Oriente. Quello che risulta più incredibile della sicurezza con la quale gli USA si sono lanciati in questo piano è il fatto che non siano per nulla disposti a finanziarlo con una pianificazione di aiuti e aperture verso i paesi della regione. Come in Iraq nel 2003 il problema principale discusso nella cerchia dell'élite che controlla la Casa Bianca è su come trasformare l'opzione militare in una fonte di profitti per le imprese amiche. La stessa legge sul petrolio del Parlamento iracheno rimanda a questa logica.
Logica insita nel capitalismo contemporaneo, incapace di programmare e pianificare a lungo termine ed interessato maggiormente al profitto immediato più o meno da rapina. Questo è insieme la barbarie e il limite degli attuali dominanti che, non a caso, non riescono da nessuna parte a stabilizzare le loro conquiste ed a costruirsi un minimo di credibilità nei paesi occupati dove vengono immediatamente riconosciuti come meri predoni. Da questo punto di vista il caso iracheno è da manuale e andrebbe studiato nelle università come paradigma della cecità politica portata dall'egemonia degli speculatori nella classe dominante di un paese.

I "realisti" repubblicani e i democratici di Hillary Clinton e la ricetta del gruppo Baker-Hamilton
La posizione dell'Amministrazione, però, è ben lontana dall'essere egemone all'interno dell'estabilishment americano. Molti si rendono conto di quanto il rilancio sognato dal Presidente in Iraq potrebbe rivelarsi distruttivo per la supremazia a stelle e strisce nell'area e, di conseguenza, in tutto il mondo. I cosiddetti realisti annidati nella prima amministrazione Bush dietro a Colin Powell, insieme ai repubblicani di Hagel e ai democratici di Hillary Clinton, hanno in mente una strategia ben diversa per la presenza a stelle e strisce in Iraq. Sostanzialmente questo gruppo di élite della classe dominante USA condivide la ricetta presentata qualche mese fa dal gruppo Baker-Hamilton (non a caso un repubblicano non bushista e non neo-con e un democratico del sud) e consistente nelle seguenti mosse:
- abbandonare l'ipotesi di una vittoria in Iraq e concentrarsi sulla possibilità di limitare le perdite finché gli USA sono ancora influenti a Baggdad
- irachizzare la guerra costruendo uno scenario diplomatico nel quale tutti i vicini, Siria e Iran inclusi, collaborino a mantenere lo scontro tra sciiti e sunniti all'interno dei confini dell'Iraq.
- diminuire il numero dei soldati e, soprattutto, posizionarli al di fuori delle città irachene e spostarli ai confini del paese per evitare infiltrazioni dall'estero
- permettere ai più forti di imporsi e correre in soccorso del vincitore. A questo proposito c'è chi, come l'ex cremlinologo Sines che pensa esplicitamente all'arcinemico Muqtada al-Sadr come leader possibile di un Iraq sciita ma non fondamentalista eventualmente uscito da una guerra civile senza gli americani di contorno.
- Invece di minacciare l'Iran reclutarlo tra i vigili del fuoco incaricati di spegnere lì'incendio iracheno. È vero che questo vorrebbe dire accettare l'Iran nel club nucleare, ma per gli USA un Iran nucleare incluso tra i "buoni" è meno costoso di un paese nemico che riesca a dotarsi dell'arma atomica contro di loro.
- Coinvolgere tutti i paesi dell'area nel compromesso tra Israele e il mondo arabo, rilanciando il principio terra in cambio di pace, garantendo frontiere sicure a tutti i paesi con il dispiegamento di truppe Nato in Cisgiordania, a Gaza, nel Golan e sul fiume Litani. In pratica il vecchio piano Clinton con l'utilizzo di truppe europee in funzione di cuscinetto locale. Da questo punto di vista l'operazione messa in campo da Prodi e cChirac nel sud del Libano è esattamente ciò a cui pensa questa parte dell'estabilshment USA per evitare un nuovo conflitto tra Israele e i suoi vicini islamici.
- Rendersi conto che l'Iraq non è l'ombelico del mondo, e che più tempo gli USA passano in Iraq più se ne avvantaggiano i loro diretti concorrenti, Cina in testa.

Il ruolo messianico di Ahmadi-Nejad e il malumore del clero sciita
Se questo è lo stato dell'arte in America, l'Iran non sta poi molto meglio. Il clero sciita ormai accusa quotidianamente Ahmadi-Nejad per il suo messianismo e per la spudorata intenzione di proporsi come dodicesimo imam redivivo. Per capirsi è come se un politico cattolico iniziasse a dare a intendere alla popolazione di essere Gesù Cristo rientrato sulla terra per il compimento dei tempi. Ovviamente il ruolo messianico del Presidente destabilizza il potere del clero ed induce i preti sciiti ad opporsi alle pretese del primo presidente laico dell'Iran. Più prosaicamente il Parlamento e la Guida Sprema lo criticano spesso per l'assoluta incompetenza economica che sta causando guai seri all'economia del paese, e i deputati gli hanno recentemente diminuito il mandato. Dopo il successo dei pragmatici alle elezioni per il Consiglio degli Esperti, la Guida Ali Khamenei si è smarcato pubblicamente da lui e dai pasdaran della rivoluzione che continuano a sostenere il Presidente, lanciando un messaggio chiaro: la politica estera la decido io e non Ahmadi-Nejad.
La mossa della Guida Suprema non è casuale; il rischio di guerra per le mosse parallele di Bush e del Presidente iraniano (per non contare la pression pro-guerra dell'alleato israeliano) è fortissima. Entrambi i leader e i loro schieramenti possono vincere all'interno solo arrivando allo scontro armato che metterebbe fuori gioco i pragmatici di tutti e due i paesi. Inoltre Khamenei e il leader pragmatico Rafsnjani, sconfitto alle ultime elezioni da Ahmadi-Nejad, temono il compirsi dell'asse sunnita in alleanza con gli Stati Uniti, perché questo metterebbe in un angolo Teheran e gli impedirebbe per tempi indefiniti di assumere quel ruolo di potenza regionale cui aspira da sempre.
Quello che blocca per ora la guerra è la reciproca consapevolezza del disastro che seguirebbe il primo proiettile sparato: i centri di ricerca nucleare iraniani, i giacimenti petroliferi di tutti i paesi coinvolti e l'intera economia del Medio Oriente andrebbero in fumo sotto la spinta delle tre guerre che seguirebbero. La guerra USA-Iran  vera e propria che avrebbe probabilmente modalità simili a quella irachena con esercito e milizie persiane che si dissolvono nel nulla per riapparire dopo la "vittoria americana" sotto forma di guerriglia, la guerra civile sunniti-sciiti dilagante dall'Iraq all'Arabia Saudita, dal Libano allo Yemen, dagli Emirati del Golfo all'Afganistan al Caucaso, la guerra terroristica contro l'occidente che toccherebbe punte finora evitate e che colpirebbe stavolta davvero tutti trasformando ogni città occidentale in un luogo a rischio e cancellando quanto resta delle libertà politiche e individuali che, secondo la retorica dei media di casa nostra, sarebbero difese proprio dai loro affossatori.
In sintesi la guerra sarebbe disastrosa ma troppe forze spingono verso questa soluzione e l'aria tra USA, Iran ed Israele è talmente satura di gas bellici che il primo cerino che verrà acceso potrebbe portare a un conflitto di una portata tale da essere oggi appena immaginabile.

Giacomo Catrame

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