Umanità Nova, n.11 del 25 marzo 2007, anno 87

La rivoluzione necessaria
Concretezza dell'utopia e sovversione quotidiana


Il 17 e 18 marzo si è tenuto a Bologna il convegno "distruggere il presente costruire l'anarchia". Buona la partecipazione, numerose e valide le relazioni, denso e interessante il dibattito.
Una parola va spesa anche per l'ottima organizzazione dei compagni e delle compagne della FAI locale e del circolo Berneri: buona la cucina, l'accoglienza, il clima. Un'occasione di incontro, oltre che di approfondimento e dibattito.
Nelle prossime settimane pubblicheremo alcuni degli interventi. In questo numero vi proponiamo quello finale di Massimo Varengo.


Dopo aver sentito tutti gli interventi di chi mi hanno preceduto, il tema che mi è stato assegnato dagli organizzatori di queste due giornate di dibattito dovrebbe avere una sola conclusione logica: contro la barbarie statalista e capitalista solo la rivoluzione libertaria è in grado di garantire l'avvenire per l'umanità intera, una rivoluzione ora e subito.
Ovviamente la cosa non è così semplice e l'esperienza della banda del Matese, del foco guerrigliero guevarista, della scintilla che incendia la prateria, la propaganda del fatto in buona sostanza, dovrebbero pure averci insegnato qualcosa.
Allora perché diciamo che la rivoluzione deve essere all'ordine del giorno? Perché intendiamo per rivoluzione non solo e non tanto il fatto violento che, nel prevalere del protagonismo proletario, registra l'abbattimento del regime capitalistico e dell'istituto statale, bensì quel processo che realizza concretamente un insieme di aspirazioni e di soddisfacimento dei bisogni già presenti nella coscienza collettiva, quel processo che da corpo in sostanza all'oggetto desiderato nell'immaginario collettivo: la libertà individuale e collettiva, la giustizia sociale, senza se e senza ma.
Si può quindi comprendere come si dia inizio al processo rivoluzionario nel momento stesso nel quale si comincia a riconoscere e a reagire alla condizione in cui si vive e agli effetti delle stridenti contraddizioni sociali frutto di disuguaglianze e di gerarchie.
L'importanza del rifiuto individuale - sia psicologico che materiale – di un sistema che ti abbrutisce e ti nega nella costruzione di un'espressione collettiva in grado di misurarsi con le istituzioni politiche ed economiche non può mai essere sottovalutata se lavoriamo per favorire lo sfociare di questi elementi, individuali e collettivi, nell'organizzazione di una forza capace di imporre il proprio programma e la propria visione etica della vita e di conseguire, realmente, la distruzione del sistema economico dominante e l'abbattimento delle sue forme di espressione politica.
Condividendo questa impostazione appare evidente la necessità di perseguire una strategia che abbia al centro della sua attenzione una corretta valutazione dei processi di costruzione della forza e della realizzazione del consenso, elemento questo assolutamente vitale per un movimento come il nostro che lavora per la realizzazione di una società aperta, orizzontale, solidaristica, comunitaria.
La volontà che ci anima nella lotta per una società libera e giusta, se non si fa frenare da un determinismo pseudoscientifico, non può però sganciarsi dal terreno sociale di riferimento, non deve cioè divenire autoreferenziale di un soggettivismo che sfocia immancabilmente nell'attivismo fine a se stesso, fuori dal tempo e dallo spazio.
D'altro canto non ci si può semplicemente accodare ad una generica iniziativa di massa, limitandosi ad un'azione di sostegno, soprattutto in tempi come questi ove il corporativismo ed il settorialismo evidenziano le difficoltà di presa della lotta di classe sul piano economico e territoriale.
Ed è sempre sul rapporto tra minoranza rivoluzionaria e masse che continua a giocarsi la nostra partita.
Se antistatalismo, antiparlamentarismo, azione diretta, rifiuto della delega e del funzionariato, decentramento, federalismo, solidarietà, rimangono i principi guida del nostro operare, rimane sempre da affrontare il nodo di una loro diffusione in una società dominata dalla presenza, invasiva e condizionante, dei media con le loro manipolazioni e seduzioni, da un esercito di professionisti della politica e del sindacalismo di stato, dal crescente controllo burocratico e poliziesco.
L'utopia deve farsi concreta per rappresentare un elemento di attrazione e di mobilitazione. Non si può infatti avere e conquistare credibilità se non dimostriamo che le nostre proposte di riorganizzazione sociale, le nostre forme organizzative, basate sull'autogestione e l'autoorganizzazione, hanno un'effettiva superiorità, non solo morale, ma anche di funzionalità e di efficacia, sia nel rispetto dell'individuo che di una natura aggredita dalla voracità del capitalismo e delle logiche di uno sviluppo senza limiti.
E la sovversione quotidiana non può significare soggettivismo estetico e poetica insurrezionale, ma applicazione quotidiana sul terreno dell'impegno, del confronto critico con la realtà sociale nel suo complesso, con un impegno programmatico d'azione, con un'attenzione ai problemi concreti, allo lotta quotidiana contro lo sfruttamento e l'oppressione, alle battaglie che possono coinvolgere settori sempre più vasti di popolazione, con una valorizzazione delle lotte territoriali, del comunalismo, soprattutto in tempi come questi, ove le vicende della Val di Susa, di Vicenza, rimarcano l'importanza fondamentale dell'intreccio tra comunità, territorio e la sua autogestione.
Senza nascondersi i problemi, ma senza nemmeno rifugiarsi nel mondo dell'ideologia. Un'ideologia d'altronde segnata dai miti ottocenteschi del progresso e dello sviluppo e che con questi miti deve fare i conti fino in fondo per ridefinire un atteggiamento consapevole ed incisivo per potersi misurare con il crescente sperpero delle risorse naturali ad opera della parte più ricca e più potente del genere umano, di cui, volenti o nolenti, facciamo parte, la distruzione dell'ambiente e la messa in forse del concetto stesso di futuro.
Anche se il panorama che ci circonda non è dei più favorevoli occorre continuare in un lavorio instancabile di critica della "cultura" ufficiale, di denuncia delle menzogne delle élite del potere, nell'ostinazione di voler costruire comunità e di diffondere solidarietà. Essere utopisti concreti, vuol dire sviluppare pensiero radicale, vuol dire avanzare proposte, vuol dire interrompere i circuiti della manipolazione del consenso. Non aspettiamo il sole dell'avvenire, un sole sempre più offuscato dalle nubi delle polveri sottili. Dobbiamo continuare a sviluppare iniziative, anche se in pochi, soprattutto se in pochi, per trasmetter etica e cultura, per valorizzare coerenza di fini e di mezzi, per smuovere coscienze. Per fare questo, per attrezzarsi meglio dobbiamo approfondire continuamente l'elaborazione critica; promuovere il passaggio del movimento da scuola di propaganda acritica in officina di indagini e di esperienze rivolte alla più vasta attività di trasformazione sociale; attualizzare la tattica della contestazione, nei vari campi, sollecitando le pur latenti tensioni etiche e le aspirazioni di giustizia sociale, stimolando l'azione diretta in tutte le manifestazioni della vita e per realizzare esperienze autogestionarie al di fuori del potere costituito e contro di esso; puntare alla messa in crisi immediata di quei settori del potere più invisi alla popolazione - come monopoli, catasti, sistema delle tassazioni - evidenziando scenari alternativi.
Nei confronti della sedicente liberalizzazione - in realtà accaparramento - di beni e servizi collettivi occorre rilanciare la tematica della socializzazione e dell'autogestione nella ridefinizione del rapporto tra utenti e lavoratori, attaccando l'oscena campagna di regime che tende ad occultare il fatto che la spesa sociale pubblica non è causa del debito pubblico, alimentato invece dalla voracità delle banche che lucrano sugli interessi.
Oggi mentre la circolazione dei capitali non incontra più frontiere formali, gli stati rafforzano le frontiere per impedire la libera circolazione degli individui ed inventano continue "emergenze" per creare quel clima favorevole all'affermazione della cultura del sospetto e del ghetto, alimento della parcellizzazione sociale e dell'annichilimento di ogni forma di resistenza solidale di massa, allora occorre imboccare risolutamente la strada del riconoscimento reciproco tra le varie esperienze umane, comunque e ovunque collocate, per vanificare ogni costruzione di pensiero che della diversità faccia un feticcio utile a pratiche di differenziazione sociale. In questo contesto la lotta ad ogni forma di discriminazione diviene assolutamente fondamentale.
Come fondamentali divengono le iniziative sul terreno della guerra e della militarizzazione di cui abbiamo parlato in questi due giorni e quella sul piano della devastazione ambientale, che pur con metodologie diverse, attaccano distruttivamente le possibilità stesse della vita su questo pianeta.
La riproposizione del nucleare, civile e militare, all'interno della più generale questione energetica, ci pone di fronte ad una problematica - quella dell'ecologia sociale - di cui occorre farsi sempre più carico perché è soprattutto su questo terreno che si stanno già misurando le possibilità concrete di un assetto solidale e federativo delle comunità, a fronte di un imbarbarimento gerarchico e razzista delle società.
Certo nei confronti di uno scenario quotidiano di guerra, di repressione - e di provocazione - montante, di attacco alle libertà individuali e collettive, molti sono i problemi da affrontare e risolvere, ma la loro risoluzione può essere facilitata in un dibattito che tenga conto dell'esperienza del movimento nel suo complesso, sia su scala nazionale che internazionale.
In quanto portatori di un metodo di sperimentazione libertaria, lontano da ogni dogmatismo, non pretendiamo certo di avere la verità in tasca; continuiamo a ritenere però che solo un profondo processo trasformativo, a carattere rivoluzionario, potrà modificare lo stato di cose presenti. E riteniamo che le conquiste sociali, frutto dell'azione diretta delle masse, siano fondamentali per la modificazione dei rapporti di forza di questo paese.
L'opera di discredito degli anarchici, che passa attraverso le accuse di terrorismo, vuole proprio impedire che i movimenti di opposizione siano influenzati dalle metodologie e dalle proposte anarchiche.
Appare chiaro che quello che si teme non è tanto l'azione estemporanea di qualche gruppo, ma l'anarchismo come forza rivoluzionaria organizzata, come forza tesa all'autoorganizzazione degli oppressi e degli sfruttati di ogni paese, come unica pratica realmente internazionalista, che ha nello sviluppo integrale e libero dell'individuo l'obiettivo unificante di tutte le sue tendenze.
A chi sostiene la fine delle possibilità di trasformazione sociale da parte dell'anarchismo, a chi sostiene la fine della stessa concezione di rivoluzione sociale, la risposta migliore viene dalla capacità dell'anarchismo di rivitalizzarsi, di essere nel presente, di coniugare le sue radici storiche ed etiche con la necessità della lotta contemporanea contro l'oppressione di ogni colore.
Per questo l'anarchismo continua a lavorare, a confrontarsi, a costruire.
Con lo stesso spirito e la stessa volontà delle nostre compagne e dei nostri compagni durante la Comune di Parigi di cui oggi ricordiamo la concretezza della loro e della nostra utopia.

Massimo Varengo

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