Il 17 e 18 marzo si è tenuto a
Bologna il convegno "distruggere il presente costruire l'anarchia".
Buona la partecipazione, numerose e valide le relazioni, denso e
interessante il dibattito.
Una parola va spesa anche per
l'ottima organizzazione dei compagni e delle compagne della FAI locale
e del circolo Berneri: buona la cucina, l'accoglienza, il clima.
Un'occasione di incontro, oltre che di approfondimento e dibattito.
Nelle prossime settimane pubblicheremo alcuni degli interventi. In questo numero vi proponiamo quello finale di Massimo Varengo.
Dopo aver sentito tutti gli interventi di chi mi hanno preceduto, il
tema che mi è stato assegnato dagli organizzatori di queste due
giornate di dibattito dovrebbe avere una sola conclusione logica:
contro la barbarie statalista e capitalista solo la rivoluzione
libertaria è in grado di garantire l'avvenire per
l'umanità intera, una rivoluzione ora e subito.
Ovviamente la cosa non è così semplice e l'esperienza
della banda del Matese, del foco guerrigliero guevarista, della
scintilla che incendia la prateria, la propaganda del fatto in buona
sostanza, dovrebbero pure averci insegnato qualcosa.
Allora perché diciamo che la rivoluzione deve essere all'ordine
del giorno? Perché intendiamo per rivoluzione non solo e non
tanto il fatto violento che, nel prevalere del protagonismo proletario,
registra l'abbattimento del regime capitalistico e dell'istituto
statale, bensì quel processo che realizza concretamente un
insieme di aspirazioni e di soddisfacimento dei bisogni già
presenti nella coscienza collettiva, quel processo che da corpo in
sostanza all'oggetto desiderato nell'immaginario collettivo: la
libertà individuale e collettiva, la giustizia sociale, senza se
e senza ma.
Si può quindi comprendere come si dia inizio al processo
rivoluzionario nel momento stesso nel quale si comincia a riconoscere e
a reagire alla condizione in cui si vive e agli effetti delle stridenti
contraddizioni sociali frutto di disuguaglianze e di gerarchie.
L'importanza del rifiuto individuale - sia psicologico che materiale
– di un sistema che ti abbrutisce e ti nega nella costruzione di
un'espressione collettiva in grado di misurarsi con le istituzioni
politiche ed economiche non può mai essere sottovalutata se
lavoriamo per favorire lo sfociare di questi elementi, individuali e
collettivi, nell'organizzazione di una forza capace di imporre il
proprio programma e la propria visione etica della vita e di
conseguire, realmente, la distruzione del sistema economico dominante e
l'abbattimento delle sue forme di espressione politica.
Condividendo questa impostazione appare evidente la necessità di
perseguire una strategia che abbia al centro della sua attenzione una
corretta valutazione dei processi di costruzione della forza e della
realizzazione del consenso, elemento questo assolutamente vitale per un
movimento come il nostro che lavora per la realizzazione di una
società aperta, orizzontale, solidaristica, comunitaria.
La volontà che ci anima nella lotta per una società
libera e giusta, se non si fa frenare da un determinismo
pseudoscientifico, non può però sganciarsi dal terreno
sociale di riferimento, non deve cioè divenire autoreferenziale
di un soggettivismo che sfocia immancabilmente nell'attivismo fine a se
stesso, fuori dal tempo e dallo spazio.
D'altro canto non ci si può semplicemente accodare ad una
generica iniziativa di massa, limitandosi ad un'azione di sostegno,
soprattutto in tempi come questi ove il corporativismo ed il
settorialismo evidenziano le difficoltà di presa della lotta di
classe sul piano economico e territoriale.
Ed è sempre sul rapporto tra minoranza rivoluzionaria e masse che continua a giocarsi la nostra partita.
Se antistatalismo, antiparlamentarismo, azione diretta, rifiuto della
delega e del funzionariato, decentramento, federalismo,
solidarietà, rimangono i principi guida del nostro operare,
rimane sempre da affrontare il nodo di una loro diffusione in una
società dominata dalla presenza, invasiva e condizionante, dei
media con le loro manipolazioni e seduzioni, da un esercito di
professionisti della politica e del sindacalismo di stato, dal
crescente controllo burocratico e poliziesco.
L'utopia deve farsi concreta per rappresentare un elemento di
attrazione e di mobilitazione. Non si può infatti avere e
conquistare credibilità se non dimostriamo che le nostre
proposte di riorganizzazione sociale, le nostre forme organizzative,
basate sull'autogestione e l'autoorganizzazione, hanno un'effettiva
superiorità, non solo morale, ma anche di funzionalità e
di efficacia, sia nel rispetto dell'individuo che di una natura
aggredita dalla voracità del capitalismo e delle logiche di uno
sviluppo senza limiti.
E la sovversione quotidiana non può significare soggettivismo
estetico e poetica insurrezionale, ma applicazione quotidiana sul
terreno dell'impegno, del confronto critico con la realtà
sociale nel suo complesso, con un impegno programmatico d'azione, con
un'attenzione ai problemi concreti, allo lotta quotidiana contro lo
sfruttamento e l'oppressione, alle battaglie che possono coinvolgere
settori sempre più vasti di popolazione, con una valorizzazione
delle lotte territoriali, del comunalismo, soprattutto in tempi come
questi, ove le vicende della Val di Susa, di Vicenza, rimarcano
l'importanza fondamentale dell'intreccio tra comunità,
territorio e la sua autogestione.
Senza nascondersi i problemi, ma senza nemmeno rifugiarsi nel mondo
dell'ideologia. Un'ideologia d'altronde segnata dai miti ottocenteschi
del progresso e dello sviluppo e che con questi miti deve fare i conti
fino in fondo per ridefinire un atteggiamento consapevole ed incisivo
per potersi misurare con il crescente sperpero delle risorse naturali
ad opera della parte più ricca e più potente del genere
umano, di cui, volenti o nolenti, facciamo parte, la distruzione
dell'ambiente e la messa in forse del concetto stesso di futuro.
Anche se il panorama che ci circonda non è dei più
favorevoli occorre continuare in un lavorio instancabile di critica
della "cultura" ufficiale, di denuncia delle menzogne delle
élite del potere, nell'ostinazione di voler costruire
comunità e di diffondere solidarietà. Essere utopisti
concreti, vuol dire sviluppare pensiero radicale, vuol dire avanzare
proposte, vuol dire interrompere i circuiti della manipolazione del
consenso. Non aspettiamo il sole dell'avvenire, un sole sempre
più offuscato dalle nubi delle polveri sottili. Dobbiamo
continuare a sviluppare iniziative, anche se in pochi, soprattutto se
in pochi, per trasmetter etica e cultura, per valorizzare coerenza di
fini e di mezzi, per smuovere coscienze. Per fare questo, per
attrezzarsi meglio dobbiamo approfondire continuamente l'elaborazione
critica; promuovere il passaggio del movimento da scuola di propaganda
acritica in officina di indagini e di esperienze rivolte alla
più vasta attività di trasformazione sociale;
attualizzare la tattica della contestazione, nei vari campi,
sollecitando le pur latenti tensioni etiche e le aspirazioni di
giustizia sociale, stimolando l'azione diretta in tutte le
manifestazioni della vita e per realizzare esperienze autogestionarie
al di fuori del potere costituito e contro di esso; puntare alla messa
in crisi immediata di quei settori del potere più invisi alla
popolazione - come monopoli, catasti, sistema delle tassazioni -
evidenziando scenari alternativi.
Nei confronti della sedicente liberalizzazione - in realtà
accaparramento - di beni e servizi collettivi occorre rilanciare la
tematica della socializzazione e dell'autogestione nella ridefinizione
del rapporto tra utenti e lavoratori, attaccando l'oscena campagna di
regime che tende ad occultare il fatto che la spesa sociale pubblica
non è causa del debito pubblico, alimentato invece dalla
voracità delle banche che lucrano sugli interessi.
Oggi mentre la circolazione dei capitali non incontra più
frontiere formali, gli stati rafforzano le frontiere per impedire la
libera circolazione degli individui ed inventano continue "emergenze"
per creare quel clima favorevole all'affermazione della cultura del
sospetto e del ghetto, alimento della parcellizzazione sociale e
dell'annichilimento di ogni forma di resistenza solidale di massa,
allora occorre imboccare risolutamente la strada del riconoscimento
reciproco tra le varie esperienze umane, comunque e ovunque collocate,
per vanificare ogni costruzione di pensiero che della diversità
faccia un feticcio utile a pratiche di differenziazione sociale. In
questo contesto la lotta ad ogni forma di discriminazione diviene
assolutamente fondamentale.
Come fondamentali divengono le iniziative sul terreno della guerra e
della militarizzazione di cui abbiamo parlato in questi due giorni e
quella sul piano della devastazione ambientale, che pur con metodologie
diverse, attaccano distruttivamente le possibilità stesse della
vita su questo pianeta.
La riproposizione del nucleare, civile e militare, all'interno della
più generale questione energetica, ci pone di fronte ad una
problematica - quella dell'ecologia sociale - di cui occorre farsi
sempre più carico perché è soprattutto su questo
terreno che si stanno già misurando le possibilità
concrete di un assetto solidale e federativo delle comunità, a
fronte di un imbarbarimento gerarchico e razzista delle società.
Certo nei confronti di uno scenario quotidiano di guerra, di
repressione - e di provocazione - montante, di attacco alle
libertà individuali e collettive, molti sono i problemi da
affrontare e risolvere, ma la loro risoluzione può essere
facilitata in un dibattito che tenga conto dell'esperienza del
movimento nel suo complesso, sia su scala nazionale che internazionale.
In quanto portatori di un metodo di sperimentazione libertaria, lontano
da ogni dogmatismo, non pretendiamo certo di avere la verità in
tasca; continuiamo a ritenere però che solo un profondo processo
trasformativo, a carattere rivoluzionario, potrà modificare lo
stato di cose presenti. E riteniamo che le conquiste sociali, frutto
dell'azione diretta delle masse, siano fondamentali per la
modificazione dei rapporti di forza di questo paese.
L'opera di discredito degli anarchici, che passa attraverso le accuse
di terrorismo, vuole proprio impedire che i movimenti di opposizione
siano influenzati dalle metodologie e dalle proposte anarchiche.
Appare chiaro che quello che si teme non è tanto l'azione
estemporanea di qualche gruppo, ma l'anarchismo come forza
rivoluzionaria organizzata, come forza tesa all'autoorganizzazione
degli oppressi e degli sfruttati di ogni paese, come unica pratica
realmente internazionalista, che ha nello sviluppo integrale e libero
dell'individuo l'obiettivo unificante di tutte le sue tendenze.
A chi sostiene la fine delle possibilità di trasformazione
sociale da parte dell'anarchismo, a chi sostiene la fine della stessa
concezione di rivoluzione sociale, la risposta migliore viene dalla
capacità dell'anarchismo di rivitalizzarsi, di essere nel
presente, di coniugare le sue radici storiche ed etiche con la
necessità della lotta contemporanea contro l'oppressione di ogni
colore.
Per questo l'anarchismo continua a lavorare, a confrontarsi, a costruire.
Con lo stesso spirito e la stessa volontà delle nostre compagne
e dei nostri compagni durante la Comune di Parigi di cui oggi
ricordiamo la concretezza della loro e della nostra utopia.
Massimo Varengo