Umanità Nova, n.11 del 25 marzo 2007, anno 87

La scure di Benedetto
Il Vaticano condanna le opere del teologo Jon Sobrino


La Chiesa deve denunciare ciò che viola la vita, la libertà e la dignità dell'uomo. Colui che si impegna con i poveri deve correre lo stesso destino dei poveri: scomparire, essere torturato, catturato, ucciso. Come pastore della Chiesa e del popolo, io sono obbligato a dare la vita per coloro che amo
Oscar Romero

Noi dobbiamo fare maggiore attenzione a questa chiesa dell'America Latina. Se dovesse porre in atto ciò che ha convenuto a Medellin, nuocerebbe ai nostri interessi.
Rapporto Rockfeller, 1969

Il Vaticano, attraverso la voce sbirresca della Congregazione per la dottrina della fede, ha condannato l'opera del teologo salvadoregno Jon Sobrino.
Fondatore dell'Università del centro america (UCA), negli anni '80 Sobrino è stato animatore di una resistenza politica e culturale contro il governo del proprio paese, asservito alla politica degli Stati Uniti e responsabile dell'eccidio di migliaia di oppositori.
In questo piccolo paese del Centro America la chiesa cattolica ha svolto un ruolo particolarmente ambiguo. Mentre una parte dell'episcopato e della base si è organizzata per stare dalla parte degli ultimi, pagando con il sangue la propria scelta, d'altro canto la curia romana ha brigato per mettere a tacere le voci dissenzienti, arrivando a insediare un vescovo dell'Opus Dei al posto di Romero, il vescovo ucciso da sicari governativi il 24 marzo del 1980.
Del ruolo infame svolto da Giovanni Paolo II nel perseguitare la teologia della liberazione abbiamo già parlato, così come dell'azione punitiva esercitata da Ratzinger, allora segretario dell'ex Sant'Uffizio.
La strana coppia insediatasi ai vertici della gerarchia cattolica è riuscita a isolare e criminalizzare la parte migliore della chiesa, con una prassi che nei secoli è stata vincente: quella di far sì che una parte dei fedeli si attestasse come detentrice della verità, individuando nella parte avversa il male. Dal tempo dei donatisti, massacrati con il consenso di Sant'Agostino, passando per la vergognosa crociata contro gli Albigesi, condotta in maniera violenta e spregiudicata da Innocenzo III, dal massacro degli Anabattisti, operato di concerto con i luterani, fino alla persecuzione delle comunità di base e della teologia della liberazione, la storia cattolica è stata un susseguirsi di infamie condotte a scapito degli stessi "fratelli in Cristo", con il chiaro intento di procedere nella politica di gestione del potere inaugurata dal tempo dell'editto di Costantino (313 d.C.) e proseguita, malauguratamente, fino ai giorni nostri.
La condanna di Sobrino non è che l'ultimo atto di un'opera certosina di smantellamento di quella parte della chiesa che, per quanto ogni forma di religione possa non piacerci, ha rappresentato una forza morale e sociale dignitosa e spesso visceralmente socialista, la cui scelta preferenziale per i poveri è stata senza dubbio coraggiosa, come i mille e più assassinati stanno a dimostrare.
In Salvador la teologia della liberazione ha scritto pagine importanti di resistenza sociale e l'università del centro america (UCA), di El Salvador, ha rappresentato per anni un cenacolo di resistenza e cultura antagonista, fino al massacro di sei gesuiti che lì insegnavano, avvenuto il 16 novembre del 1989, dopo una serie di intimidazioni e attentati andati a vuoto. Fra di essi c'era il teologo della liberazione Ignacio Ellacurìa, professore e rettore dell'Università.
Quando nel 1991 a Città del Messico vengono firmati gli accordi di pace tra governo salvadoregno e guerriglia, le vittime del conflitto vengono calcolate in quella data in 76 mila persone, i desaparecidos in circa 7 mila. Tra questi tanti sono cristiani del dissenso, convertiti in agitatori culturali e politici e schieratisi dalla parte della resistenza popolare al governo fantoccio, asservito agli interessi statunitensi e nelle mani delle 36 famiglie che governavano il paese.
Oggi Sobrino, scampato fortuitamente all'eccidio dell'UCA e voce critica tra le più alte in un paese che è stato devastato dalla violenza capitalistica, vede condannati i suoi scritti perché "le sue proposizioni non sono in conformità con la dottrina della chiesa", e questo avviene con la solita prassi inquisitoria che la chiesa non cessa di esercitare, nonostante tutti i discorsi su democrazia, uguaglianza e perdono con cui le gerarchie ecclesiastiche ci ammorbano quotidianamente attraverso compiacenti mass media.
In realtà le idee di Sobrino non sono in conformità con la politica della chiesa cattolica, più che con la dottrina per vecchie beghine che questa proclama.
Questa chiesa, infatti, venera un papa come Giovanni Paolo II che, in visita pastorale in Salvador dopo tre anni dall'assassinio di Romero, prima stringe la mano del maggiore D'Aubuisson, mandante notorio di quel crimine, poi proclama che "la vita non val la pena di darla per un'ideologia, per un vangelo mutilato o strumentalizzato, per un'opzione di parte, ma solo per la dottrina della fede della chiesa" (discorso del 6 marzo 1983).
Da questa chiesa infame, carnefice dei suoi stessi figli e sempre dalla parte dei più potenti, che si commuove per gli embrioni e condivide i balconi con dittatori e sterminatori di popoli, da questa struttura arcaica e immutabile gente come Sobrino non può aver nulla da aspettarsi. La possibilità di una giustizia reale, infatti, si dà solo sulla terra, non certo nei cieli, e la partita che per questa si gioca vedrà sempre e comunque le gerarchie clericali e le religioni ufficiali dalla parte sbagliata, sedute allo stesso tavolo dei ricchi, dei fascisti, dei torturatori, degli assassini. 

Paolo Iervese

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