Umanità Nova, n.12 dell'8 aprile 2007, anno 87

Inform@zione


Venezia: occupazione e sgombero

Mercoledì 28 marzo, a Venezia, un'altra puntata della lotta per il diritto alla casa. Una palazzina di tre piani da anni in stato d'abbandono (di proprietà dell'Ire, ente pubblico che dovrebbe recuperare immobili a favore degli anziani) è stata occupata da attivisti del centro sociale Zona Bandita, della Rete Antirazzista e dell'Ateneo Libertario, per cercare di trovare una soluzione abitativa a quattro nuclei familiari, anche con bambini, sia veneziani che migranti (kurdi e senegalesi).
Dopo poche ore, in campo Nazario Sauro, sono però giunti in forze vigili urbani, poliziotti e carabinieri (anche in assetto antisommossa), con ordine di sgombero per "motivi di ordine pubblico", che hanno celermente messo fine al tentativo di trovare un tetto a persone bisognose, mentre nella città lagunare il patrimonio pubblico disponibile ammonta a 10 mila e 100 alloggi, in buona parte non assegnati. L'indomani, una delegazione degli occupanti è andata a far sentire le proprie ragioni all'assessorato alla casa, ottenendo una sistemazione immediata per almeno alcune delle famiglie, mentre per altre si sta cercando una soluzione. La vertenza sociale per il diritto alla casa comunque continua e si annunciano nuove occupazioni.
RedVE

Valle Peligna: movimento popolare antimilitarista

Cosa c'è sotto monte San Cosimo? Da decenni gli abitanti della Valle Peligna se lo chiedono senza però aver mai ottenuto delle risposte convincenti (sulla questione vedi anche «Umanità Nova», n. 13° del 9 aprile 2006). Il segreto militare che è imposto sull'area non ha consentito finora l'accertamento della verità. Delle due ipotesi una deve essere quella giusta:
Monte San Cosimo è un importante deposito militare con notevoli quantità di esplosivi ed armi. Inoltre, data la sua conformazione, potrebbe ospitare anche armamenti non convenzionali e materiali particolari, come scorie radioattive;
Oppure è vero quello che ha affermato l'ex ministro della Difesa Martino, rispondendo ad un'interrogazione parlamentare, secondo il quale il deposito militare conterrebbe solo "limitati quantitativi di esplosivo".
In ambedue le ipotesi sussistono valide ragioni affinché il deposito venga definitivamente chiuso. Nel primo caso perché esso può costituire un pericolo per la sicurezza e la salute dei cittadini ed è quindi incompatibile con un territorio densamente abitato come Ia Valle Peligna. Nel secondo caso perché è assurdo che un'area così ampia, dotata di infrastrutture e servizi (fabbricati, strade, ferrovia, luce, acqua potabile ecc.) venga tenuta impegnata solo "per un po' di esplosivi". Va tenuto presente che ad ogni crisi internazionale che tocchi in qualche modo il nostro paese, l'area di San Cosimo viene posta in stato di allerta in quanto inclusa tra gli "obbiettivi sensibili". Nel 1986, secondo le autorità, la polveriera era nel mirino della Libia che la indicò come uno degli obbiettivi da colpire in Italia. E nel 1990 l'Enea-disp. individuò il deposito di San Cosimo come uno dei quattro possibili siti, in Italia, idonei per lo stoccaggio di rifiuti radioattivi. Più recentemente, nel 2003, dopo la rivolta di Scanzano Jonico, fonti di stampa hanno riferito che i rifiuti nucleari sarebbero stati stoccati in aree militari e, quasi contemporaneamente, il deposito di San Cosimo veniva ampliato e sulla questione delle scorie radioattive scendeva una cortina di silenzio. Fino ad oggi l'area militare di monte San Cosimo è stata ed è un peso per la Valle Peligna ed è ora che venga smilitarizzata. L'area copre una superficie di oltre 133 ettari; tutt'intorno alla base è in vigore, per una fascia di 200 metri, una servitù militare che, tra l'altro, proibisce di fare costruzioni di qualsiasi genere, aprire strade, ecc… L'area, come chiedono i portavoce del movimento popolare per la smilitarizzazione del monte, deve tornare nella piena disponibilità delle comunità locali ed essere utilizzata per il benessere degli abitanti della valle.
Edoardo

Il presidio è permanente: Vicenza e Rosà

Sabato 24 marzo la provincia di Vicenza è stata teatro di due importanti manifestazioni nell'ambito delle mobilitazioni popolari contro i cantieri impopolari.

Bassano

La mattina si è manifestato a Bassano per esprimere solidarietà al presidio di San Pietro di Rosà, allestito 5 anni fa contro la zincheria Valbrenta.
Erano presenti molte realtà del vicentino e non: sventolavano bandiere "No Dal Molin", "No TAV", "Kein BBT", "No Ecomafia".
La vicenda ha origine nel 1990, quando la Zincheria Valbrenta richiese l'acquisto di un terreno agricolo in località San Pietro di Rosà, non lontano da Bassano. In quell'occasione la cittadinanza del paese organizzò una raccolta firme per opporsi all'eventuale cessione del terreno..
La Zincheria Valbrenta è un'industria insalubre di 1° classe e sorge su una falda acquifera che rifornisce, anzi riforniva, 80 abitazioni. Ora la falda acquifera è inutilizzabile a causa della presenza dei residui di produzione della zincheria, rifiuti di fonderia, quindi metalli pesanti, e pertanto la zona deve ormai fare riferimento all'acquedotto di Bassano per l'approvvigionamento idrico.
In testa al corteo un anziano signore sorridente, con cappello e occhiali, reggeva un enorme fantoccio montato su un palo, con la scritta "Istituzioni mal rappresentate" e su cui era disegnato un teschio, a simboleggiare il pericolo per la salute causato dalla presenza della zincheria e il discutibile livello di credibilità delle istituzioni.
Daniele, che guidava il corteo, ha ricordato che, oltre alle persone presenti alla manifestazione (circa 400), nell'ombra lavorano molti altri, come quelli che stavano cucinando per il pranzo sociale del dopo-manifestazione. Davanti, accanto al fantoccio, cinque uomini sorreggevano una bara in cui "giace la procura che tace", che alludeva al silenzio delle istituzioni, che non battono ciglio di fronte alla situazione nonostante sia stata loro presentata tutta la documentazione che dimostra il devastante impatto della zincheria a livello ambientale e la successione di gravi irregolarità compiute in relazione alla costruzione della zincheria.
Dopo aver attraversato il mercato, pieno di bancarelle, Stefano, uno dei presidianti di più lunga data, ha ricordato alcune tappe della lunga battaglia condotta contro la zincheria. Fin dal 2000 sono state depositate numerose denunce contro il sindaco per interessi privati in pubblico ufficio, per aver venduto un terreno agricolo ad una industria insalubre di prima classe. Contestualmente alla presentazione della denuncia i portavoce della mobilitazione presenti si sentirono dire letteralmente "sappiamo che sono mafiosi".
Il 27 novembre 2003 il fatto più scabroso dell'intera vicenda: il tentato omicidio di Stefano, che fu colpito violentemente alla testa e rimase in coma un mese a seguito dell'aggressione. A fine dicembre 2003 venne consegnato un fascicolo con l'accusa di concorso in tentato omicidio a carico di amici del sindaco di Rosà. A tutt'oggi non si sa ancora se il caso verrà rinviato a giudizio o semplicemente archiviato. Ma la spudoratezza di certe forze oscure non si fermò qui, infatti il giorno dopo l'aggressione alcuni uomini del Comune si recarono da Daniele per tentare di trattare il silenzio sul tentato omicidio. La colpa di Stefano fu, come alcune voci di paese fecero notare dopo l'accaduto, quella di essersi immischiato in faccende che non lo riguardavano e "gli è andata ancora bene". L'aggressione avvenne in pieno centro, ad un uomo forte, giovane. Evidentemente doveva fungere da monito per tutti coloro che avevano intenzione di opporsi alla zincheria. E invece la lotta è continuata, nonostante le numerose intimidazioni di cui sono stati oggetto coloro che partecipavano al presidio.

Una lenta e cadenzata processione funebre ha accompagnato la cassa in cui giaceva la Procura fino a davanti al Tribunale, dove la bara è stata appoggiata su cavalletti e si è osservato un minuto di silenzio, interrotto soltanto dai mestoli che suonavano a morto sulle pentole di rito.
Al termine del corteo ci si è radunati in Piazza dell'Angelo, dove è stata appoggiata la bara ed è stata data la parola alle varie realtà presenti. Oltre a quelle già citate, ha parlato anche un uomo in rappresentanza di Tezze Sul Brenta, altro caso passato alle cronache: 14 dipendenti dell'azienda Pm Galvanica sono morti di cancro, con tutta probabilità a causa della presenza di cromo esavalente nelle falde acquifere.
Dopo la manifestazione ci siamo spostati al presidio di San Pietro di Rosà. Il presidio, in zona evidentemente agricola, è allestito proprio a ridosso della zincheria, che si staglia in tutta la sua imponenza giusto di fronte alla casa di un contadino, con trattore annesso. Lo stabile della zincheria è circondato da siepi con bacche rosse e inoltre cipressi, aiole, alberelli vari, quasi a camuffare di verde il lercio di tutta questa faccenda, ad abbellire questo mostro. Abbiamo fatto il giro dell'immobile, completamente circondato di piante. Davanti a quello che sembra il centro direzionale della zincheria campeggia un cartellone che, paradossalmente, dice "Sosteniamo la natura, lo sport, il sociale. Per una migliore qualità della vita".

Vicenza

Nel pomeriggio si è svolta invece a Vicenza l'operazione "Scoperchia la verità". I cantieri per equipaggiare la futura base sembrano essere furtivamente iniziati, come testimoniano le dimensioni dei tubi per le fibre ottiche, troppo grandi per essere adibiti all'esclusivo uso domestico. Per manifestare contro queste prime installazioni si è riunita davanti al presidio permanente contro il Dal Molin una folla di circa 600 persone, con numerosi bambini e le irrinunciabili donne di Vicenza, quelle signore che da mesi sbeffeggiano con le loro canzoni i politici cittadini e non, con versioni rivisitate di canzoni note ai più. La manifestazione si è sviluppata con tranquillità fra bandiere No Dal Molin e bandiere della pace, fino ad arrivare al momento clou, quando alcuni attivisti con tanto di pettorina arancione con la scritta "Staff presidio permanente" hanno aperto un tombino con una sega circolare e segato i tubi che alloggeranno le fibre ottiche destinate alla futura base, ricoprendo il tutto con poliuretano espanso, cemento a presa rapida e ghiaia. Intorno al cantiere improvvisato si sono formati cordoni concentrici per evitare intromissioni della polizia, che ha seguito a distanza la performance.
Ulli

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti