Mercoledì 28 marzo, a Venezia, un'altra puntata della lotta
per il diritto alla casa. Una palazzina di tre piani da anni in stato
d'abbandono (di proprietà dell'Ire, ente pubblico che dovrebbe
recuperare immobili a favore degli anziani) è stata occupata da
attivisti del centro sociale Zona Bandita, della Rete Antirazzista e
dell'Ateneo Libertario, per cercare di trovare una soluzione abitativa
a quattro nuclei familiari, anche con bambini, sia veneziani che
migranti (kurdi e senegalesi).
Dopo poche ore, in campo Nazario Sauro, sono però giunti in
forze vigili urbani, poliziotti e carabinieri (anche in assetto
antisommossa), con ordine di sgombero per "motivi di ordine pubblico",
che hanno celermente messo fine al tentativo di trovare un tetto a
persone bisognose, mentre nella città lagunare il patrimonio
pubblico disponibile ammonta a 10 mila e 100 alloggi, in buona parte
non assegnati. L'indomani, una delegazione degli occupanti è
andata a far sentire le proprie ragioni all'assessorato alla casa,
ottenendo una sistemazione immediata per almeno alcune delle famiglie,
mentre per altre si sta cercando una soluzione. La vertenza sociale per
il diritto alla casa comunque continua e si annunciano nuove
occupazioni.
RedVE
Cosa c'è sotto monte San Cosimo? Da decenni gli abitanti
della Valle Peligna se lo chiedono senza però aver mai ottenuto
delle risposte convincenti (sulla questione vedi anche
«Umanità Nova», n. 13° del 9 aprile 2006). Il
segreto militare che è imposto sull'area non ha consentito
finora l'accertamento della verità. Delle due ipotesi una deve
essere quella giusta:
Monte San Cosimo è un importante deposito militare con notevoli
quantità di esplosivi ed armi. Inoltre, data la sua
conformazione, potrebbe ospitare anche armamenti non convenzionali e
materiali particolari, come scorie radioattive;
Oppure è vero quello che ha affermato l'ex ministro della Difesa
Martino, rispondendo ad un'interrogazione parlamentare, secondo il
quale il deposito militare conterrebbe solo "limitati quantitativi di
esplosivo".
In ambedue le ipotesi sussistono valide ragioni affinché il
deposito venga definitivamente chiuso. Nel primo caso perché
esso può costituire un pericolo per la sicurezza e la salute dei
cittadini ed è quindi incompatibile con un territorio densamente
abitato come Ia Valle Peligna. Nel secondo caso perché è
assurdo che un'area così ampia, dotata di infrastrutture e
servizi (fabbricati, strade, ferrovia, luce, acqua potabile ecc.) venga
tenuta impegnata solo "per un po' di esplosivi". Va tenuto presente che
ad ogni crisi internazionale che tocchi in qualche modo il nostro
paese, l'area di San Cosimo viene posta in stato di allerta in quanto
inclusa tra gli "obbiettivi sensibili". Nel 1986, secondo le
autorità, la polveriera era nel mirino della Libia che la
indicò come uno degli obbiettivi da colpire in Italia. E nel
1990 l'Enea-disp. individuò il deposito di San Cosimo come uno
dei quattro possibili siti, in Italia, idonei per lo stoccaggio di
rifiuti radioattivi. Più recentemente, nel 2003, dopo la rivolta
di Scanzano Jonico, fonti di stampa hanno riferito che i rifiuti
nucleari sarebbero stati stoccati in aree militari e, quasi
contemporaneamente, il deposito di San Cosimo veniva ampliato e sulla
questione delle scorie radioattive scendeva una cortina di silenzio.
Fino ad oggi l'area militare di monte San Cosimo è stata ed
è un peso per la Valle Peligna ed è ora che venga
smilitarizzata. L'area copre una superficie di oltre 133 ettari;
tutt'intorno alla base è in vigore, per una fascia di 200 metri,
una servitù militare che, tra l'altro, proibisce di fare
costruzioni di qualsiasi genere, aprire strade, ecc… L'area,
come chiedono i portavoce del movimento popolare per la
smilitarizzazione del monte, deve tornare nella piena
disponibilità delle comunità locali ed essere utilizzata
per il benessere degli abitanti della valle.
Edoardo
Sabato 24 marzo la provincia di Vicenza è stata teatro di due
importanti manifestazioni nell'ambito delle mobilitazioni popolari
contro i cantieri impopolari.
La mattina si è manifestato a Bassano per esprimere
solidarietà al presidio di San Pietro di Rosà, allestito
5 anni fa contro la zincheria Valbrenta.
Erano presenti molte realtà del vicentino e non: sventolavano
bandiere "No Dal Molin", "No TAV", "Kein BBT", "No Ecomafia".
La vicenda ha origine nel 1990, quando la Zincheria Valbrenta richiese
l'acquisto di un terreno agricolo in località San Pietro di
Rosà, non lontano da Bassano. In quell'occasione la cittadinanza
del paese organizzò una raccolta firme per opporsi all'eventuale
cessione del terreno..
La Zincheria Valbrenta è un'industria insalubre di 1° classe
e sorge su una falda acquifera che rifornisce, anzi riforniva, 80
abitazioni. Ora la falda acquifera è inutilizzabile a causa
della presenza dei residui di produzione della zincheria, rifiuti di
fonderia, quindi metalli pesanti, e pertanto la zona deve ormai fare
riferimento all'acquedotto di Bassano per l'approvvigionamento idrico.
In testa al corteo un anziano signore sorridente, con cappello e
occhiali, reggeva un enorme fantoccio montato su un palo, con la
scritta "Istituzioni mal rappresentate" e su cui era disegnato un
teschio, a simboleggiare il pericolo per la salute causato dalla
presenza della zincheria e il discutibile livello di credibilità
delle istituzioni.
Daniele, che guidava il corteo, ha ricordato che, oltre alle persone
presenti alla manifestazione (circa 400), nell'ombra lavorano molti
altri, come quelli che stavano cucinando per il pranzo sociale del
dopo-manifestazione. Davanti, accanto al fantoccio, cinque uomini
sorreggevano una bara in cui "giace la procura che tace", che alludeva
al silenzio delle istituzioni, che non battono ciglio di fronte alla
situazione nonostante sia stata loro presentata tutta la documentazione
che dimostra il devastante impatto della zincheria a livello ambientale
e la successione di gravi irregolarità compiute in relazione
alla costruzione della zincheria.
Dopo aver attraversato il mercato, pieno di bancarelle, Stefano, uno
dei presidianti di più lunga data, ha ricordato alcune tappe
della lunga battaglia condotta contro la zincheria. Fin dal 2000 sono
state depositate numerose denunce contro il sindaco per interessi
privati in pubblico ufficio, per aver venduto un terreno agricolo ad
una industria insalubre di prima classe. Contestualmente alla
presentazione della denuncia i portavoce della mobilitazione presenti
si sentirono dire letteralmente "sappiamo che sono mafiosi".
Il 27 novembre 2003 il fatto più scabroso dell'intera vicenda:
il tentato omicidio di Stefano, che fu colpito violentemente alla testa
e rimase in coma un mese a seguito dell'aggressione. A fine dicembre
2003 venne consegnato un fascicolo con l'accusa di concorso in tentato
omicidio a carico di amici del sindaco di Rosà. A tutt'oggi non
si sa ancora se il caso verrà rinviato a giudizio o
semplicemente archiviato. Ma la spudoratezza di certe forze oscure non
si fermò qui, infatti il giorno dopo l'aggressione alcuni uomini
del Comune si recarono da Daniele per tentare di trattare il silenzio
sul tentato omicidio. La colpa di Stefano fu, come alcune voci di paese
fecero notare dopo l'accaduto, quella di essersi immischiato in
faccende che non lo riguardavano e "gli è andata ancora bene".
L'aggressione avvenne in pieno centro, ad un uomo forte, giovane.
Evidentemente doveva fungere da monito per tutti coloro che avevano
intenzione di opporsi alla zincheria. E invece la lotta è
continuata, nonostante le numerose intimidazioni di cui sono stati
oggetto coloro che partecipavano al presidio.
Una lenta e cadenzata processione funebre ha accompagnato la cassa in
cui giaceva la Procura fino a davanti al Tribunale, dove la bara
è stata appoggiata su cavalletti e si è osservato un
minuto di silenzio, interrotto soltanto dai mestoli che suonavano a
morto sulle pentole di rito.
Al termine del corteo ci si è radunati in Piazza dell'Angelo,
dove è stata appoggiata la bara ed è stata data la parola
alle varie realtà presenti. Oltre a quelle già citate, ha
parlato anche un uomo in rappresentanza di Tezze Sul Brenta, altro caso
passato alle cronache: 14 dipendenti dell'azienda Pm Galvanica sono
morti di cancro, con tutta probabilità a causa della presenza di
cromo esavalente nelle falde acquifere.
Dopo la manifestazione ci siamo spostati al presidio di San Pietro di
Rosà. Il presidio, in zona evidentemente agricola, è
allestito proprio a ridosso della zincheria, che si staglia in tutta la
sua imponenza giusto di fronte alla casa di un contadino, con trattore
annesso. Lo stabile della zincheria è circondato da siepi con
bacche rosse e inoltre cipressi, aiole, alberelli vari, quasi a
camuffare di verde il lercio di tutta questa faccenda, ad abbellire
questo mostro. Abbiamo fatto il giro dell'immobile, completamente
circondato di piante. Davanti a quello che sembra il centro direzionale
della zincheria campeggia un cartellone che, paradossalmente, dice
"Sosteniamo la natura, lo sport, il sociale. Per una migliore
qualità della vita".
Nel pomeriggio si è svolta invece a Vicenza l'operazione
"Scoperchia la verità". I cantieri per equipaggiare la futura
base sembrano essere furtivamente iniziati, come testimoniano le
dimensioni dei tubi per le fibre ottiche, troppo grandi per essere
adibiti all'esclusivo uso domestico. Per manifestare contro queste
prime installazioni si è riunita davanti al presidio permanente
contro il Dal Molin una folla di circa 600 persone, con numerosi
bambini e le irrinunciabili donne di Vicenza, quelle signore che da
mesi sbeffeggiano con le loro canzoni i politici cittadini e non, con
versioni rivisitate di canzoni note ai più. La manifestazione si
è sviluppata con tranquillità fra bandiere No Dal Molin e
bandiere della pace, fino ad arrivare al momento clou, quando alcuni
attivisti con tanto di pettorina arancione con la scritta "Staff
presidio permanente" hanno aperto un tombino con una sega circolare e
segato i tubi che alloggeranno le fibre ottiche destinate alla futura
base, ricoprendo il tutto con poliuretano espanso, cemento a presa
rapida e ghiaia. Intorno al cantiere improvvisato si sono formati
cordoni concentrici per evitare intromissioni della polizia, che ha
seguito a distanza la performance.
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