Umanità Nova, n.13 del 22 aprile 2007, anno 87

Emergency e il governo italiano. Vaso di coccio



Continua la mobilitazione di Emergency per ottenere la liberazione di Rahmatullah Hanefi, direttore dell'ospedale di Lashkar-gha, che, dal giorno dopo la liberazione di Mastrogiacomo, è sotto sequestro dei servizi segreti afgani, privo di avvocato, escluso da ogni contatto esterno. Alle manifestazioni di piazza in varie città italiane si è poi recentemente accompagnato il ritiro del personale italiano dai tre ospedali e dalle numerose cliniche operanti in Afganistan in seguito alle affermazioni del potente capo dei servizi segreti afgani, tendenti ad assimilare Emergency al fronte talebano.
Questa presa di posizione esercitata direttamente sul governo Karzai ha avuto un'immediata risposta nelle parole del ministro della sanità di Kabul, preoccupato per una riduzione di impegno di Emergency, che ricopre attualmente un terzo dell'offerta sanitaria nel paese. Ora si tratta di vedere se e come i servizi segreti afgani, il cui enorme peso rappresenta un continuum dai tempi della loro costituzione ad opera del governo filosovietico, rivedranno la loro strategia in sintonia ovviamente con l'esigenze dell'attuale potente alleato statunitense, tendenti ad eliminare ogni forma di zona "grigia", di indirizzare a senso unico l'impegno umanitario, di compattare la forza militare, di aumentarne gli effettivi e gli armamenti.
Se Emergency ha operato come mediatrice su mandato del governo italiano appare chiaro infatti che l'obiettivo non è tanto il suo direttore Hanefi, ma lo stesso governo italiano. È più che evidente che lo si voglia costringere ad una decisa discesa in campo, abbandonando la retorica pseudo umanitaria che ha caratterizzato il notevole impegno militare, in uomini e mezzi, profuso fin dagli inizi. Anche il suo stesso relativo attivismo sul fronte diplomatico internazionale (intervento in Libano, le proposte su tavoli di confronto onnicomprensivi, ecc.) va decisamente ricondotto all'interno dell'alveo di totale sudditanza ai piani strategici dell'amministrazione Bush.
La vicenda Mastrogiacomo, con tutte le sue ambiguità, ha rappresentato la cartina di tornasole dei rapporti di forza operanti nello scacchiere d'area e anche una ghiotta occasione per servire la classica polpetta avvelenata.
L'atmosfera di silenzioso consenso, sia interno che esterno, che ha caratterizzato la fase della trattativa tesa al rilascio dei sequestrati, si è improvvisamente dissolta con la liberazione del giornalista di Repubblica, ottenuta tra l'altro con il pieno appoggio di Karzai. Dalle immagini festose di quel giorno si è passati alla sempre più lugubre scansione di avvenimenti drammatici, il sequestro del collaboratore di Emergency, l'assassinio del giornalista afgano Adjmal, fino alla messa sotto accusa di Emergency come organizzazione fiancheggiatrice dei talebani se non addirittura di al-Qaeda.
E in questo contesto il governo che fa? Dopo aver compattato la sua maggioranza sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero, invia aerei di ricognizione senza pilota per supportare i sempre più numerosi bombardamenti e si impegna ad aumentare l'armamento delle proprie truppe.
Il presidente Napoletano, dal canto suo, lo supporta dando un'interpretazione furbescamente estensiva dell'articolo 11 della costituzione repubblicana: l'Italia ripudia si la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali ma, facendo parte delle organizzazioni internazionali preposte al mantenimento della "pace", può impegnarsi militarmente all'estero. Insomma una versione moderna della "pax romana" coniugata come "pax ONU"; peccato che l'ONU, essendo un'organizzazione essenzialmente oligarchica grazie al dominio esercitata su di essa dall'inamovibile Consiglio di Sicurezza, al pari di Roma antica, non possa farsi garante dei diritti e della libertà dei popoli.
Emergency, in tutto questo, ha fatto la fine del vaso di coccio. Coinvolta in un ruolo da protagonista nella soluzione del sequestro, forte del suo ruolo riconosciuto di organizzazione chiaramente umanitaria, estranea e contraria a logiche di guerra, si è trovata ad essere travolta da un gioco più grande di lei. Utilizzata e scaricata dal governo italiano, accusata da quello afgano di fiancheggiamento dei talebani, Emergency rischia di diventare la dimostrazione dell'impossibilità di ogni impegno eterodiretto di assistenza sanitaria in un quadro di guerra, a favore di una sua netta militarizzazione, stile Croce rossa.
Per chi crede che anche nella barbarie della guerra vada conservata in ogni modo un minimo barlume di umanità, questa è un'ipotesi da rigettare, dando pieno sostegno solidale a quanti continuano ad operare in questa direzione, autonomamente e generosamente.

Massimo Varengo

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti