Continua la mobilitazione di Emergency per ottenere la liberazione di
Rahmatullah Hanefi, direttore dell'ospedale di Lashkar-gha, che, dal
giorno dopo la liberazione di Mastrogiacomo, è sotto sequestro
dei servizi segreti afgani, privo di avvocato, escluso da ogni contatto
esterno. Alle manifestazioni di piazza in varie città italiane
si è poi recentemente accompagnato il ritiro del personale
italiano dai tre ospedali e dalle numerose cliniche operanti in
Afganistan in seguito alle affermazioni del potente capo dei servizi
segreti afgani, tendenti ad assimilare Emergency al fronte talebano.
Questa presa di posizione esercitata direttamente sul governo Karzai ha
avuto un'immediata risposta nelle parole del ministro della
sanità di Kabul, preoccupato per una riduzione di impegno di
Emergency, che ricopre attualmente un terzo dell'offerta sanitaria nel
paese. Ora si tratta di vedere se e come i servizi segreti afgani, il
cui enorme peso rappresenta un continuum dai tempi della loro
costituzione ad opera del governo filosovietico, rivedranno la loro
strategia in sintonia ovviamente con l'esigenze dell'attuale potente
alleato statunitense, tendenti ad eliminare ogni forma di zona
"grigia", di indirizzare a senso unico l'impegno umanitario, di
compattare la forza militare, di aumentarne gli effettivi e gli
armamenti.
Se Emergency ha operato come mediatrice su mandato del governo italiano
appare chiaro infatti che l'obiettivo non è tanto il suo
direttore Hanefi, ma lo stesso governo italiano. È più
che evidente che lo si voglia costringere ad una decisa discesa in
campo, abbandonando la retorica pseudo umanitaria che ha caratterizzato
il notevole impegno militare, in uomini e mezzi, profuso fin dagli
inizi. Anche il suo stesso relativo attivismo sul fronte diplomatico
internazionale (intervento in Libano, le proposte su tavoli di
confronto onnicomprensivi, ecc.) va decisamente ricondotto all'interno
dell'alveo di totale sudditanza ai piani strategici
dell'amministrazione Bush.
La vicenda Mastrogiacomo, con tutte le sue ambiguità, ha
rappresentato la cartina di tornasole dei rapporti di forza operanti
nello scacchiere d'area e anche una ghiotta occasione per servire la
classica polpetta avvelenata.
L'atmosfera di silenzioso consenso, sia interno che esterno, che ha
caratterizzato la fase della trattativa tesa al rilascio dei
sequestrati, si è improvvisamente dissolta con la liberazione
del giornalista di Repubblica, ottenuta tra l'altro con il pieno
appoggio di Karzai. Dalle immagini festose di quel giorno si è
passati alla sempre più lugubre scansione di avvenimenti
drammatici, il sequestro del collaboratore di Emergency, l'assassinio
del giornalista afgano Adjmal, fino alla messa sotto accusa di
Emergency come organizzazione fiancheggiatrice dei talebani se non
addirittura di al-Qaeda.
E in questo contesto il governo che fa? Dopo aver compattato la sua
maggioranza sul rifinanziamento delle missioni militari all'estero,
invia aerei di ricognizione senza pilota per supportare i sempre
più numerosi bombardamenti e si impegna ad aumentare l'armamento
delle proprie truppe.
Il presidente Napoletano, dal canto suo, lo supporta dando
un'interpretazione furbescamente estensiva dell'articolo 11 della
costituzione repubblicana: l'Italia ripudia si la guerra come strumento
di risoluzione delle controversie internazionali ma, facendo parte
delle organizzazioni internazionali preposte al mantenimento della
"pace", può impegnarsi militarmente all'estero. Insomma una
versione moderna della "pax romana" coniugata come "pax ONU"; peccato
che l'ONU, essendo un'organizzazione essenzialmente oligarchica grazie
al dominio esercitata su di essa dall'inamovibile Consiglio di
Sicurezza, al pari di Roma antica, non possa farsi garante dei diritti
e della libertà dei popoli.
Emergency, in tutto questo, ha fatto la fine del vaso di coccio.
Coinvolta in un ruolo da protagonista nella soluzione del sequestro,
forte del suo ruolo riconosciuto di organizzazione chiaramente
umanitaria, estranea e contraria a logiche di guerra, si è
trovata ad essere travolta da un gioco più grande di lei.
Utilizzata e scaricata dal governo italiano, accusata da quello afgano
di fiancheggiamento dei talebani, Emergency rischia di diventare la
dimostrazione dell'impossibilità di ogni impegno eterodiretto di
assistenza sanitaria in un quadro di guerra, a favore di una sua netta
militarizzazione, stile Croce rossa.
Per chi crede che anche nella barbarie della guerra vada conservata in
ogni modo un minimo barlume di umanità, questa è
un'ipotesi da rigettare, dando pieno sostegno solidale a quanti
continuano ad operare in questa direzione, autonomamente e
generosamente.
Massimo Varengo