Umanità Nova, n.13 del 22 aprile 2007, anno 87

Asger Jorn e Pinot Gallizio. Le Jardin d'Albisola



Il Vichingo
"Jorn arrivò a Milano il 28 marzo 1954 a mezzogiorno con armi e bagagli, con zaino, tenda da campo ed un violino. Il violino lo dimenticò in treno, per cui, accortosene, si dovette tornare all'Ufficio Oggetti Smarriti, ove fortunatamente fu ritrovato, il che lo dispose favorevolmente verso di me e l'Italia". Così Enrico Baj ricorda la calata di Asger Jorn verso il mediterraneo, verso Albisola, dove questo nordico "perpetuamente nomade per l'Europa" metterà su casa.
Jorn aveva allora più di quarant'anni ed alle spalle le esperienze del gruppo danese astratto –surrealista "Host" e quella fondamentale di CoBrA, il primo grande movimento artistico europeo del dopoguerra - in cui la rivendicazione del carattere sperimentale dell'arte conviveva con una ricerca espressiva orientata verso il primitivismo, di cui - con Dotremont e Costant - era stato il principale animatore. Ad Albisola Marina, su in collina - località Bruciati - c'è la casa-museo che Asger Jorn ha costruito insieme all'amico muratore e, all'occasione, apprendista pittore Umberto Gambetta. Per anni è rimasta "sepolta" tra le proprietà del comune, finché qualcuno si è accorto del tesoro che aveva… Suggerisco, a chi non l'ha ancora vista, di prendere contatti con il municipio di Albisola Marina, che all'occorrenza si attiva per organizzare la visita. Ế l'esempio più bello di "architettura selvaggia", dove sono fusi pittura, scultura, ceramica, giardinaggio, architettura, fiori, alberi, mare, cielo e terra. Vi si trovano incorporati i materiali più disparati, isolatori elettrici usati come colonnine, come supporti per le sculture, resti di opere in terracotta esplose durante la cottura e assemblate, trasformate in panchine risplendenti.
Gambetta ricorda: "Era una casa di contadini, "Gambadelegnu" li chiamavano, ridotta però ad un rudere. Jorn mi dice:"Vieni su che andiamo a vedere una casa che ho comprato" io ho creduto che fosse una casa abbastanza in ordine e invece… Qui intorno era tutto un roveto: io andavo avanti con le falce, a far strada. C'è stato parecchio da fare per sistemare tutto: Jorn in particolare ha fatto la parete grande in cucina, e le due appena fuori, più libere dove poi ho messo la veranda. Le maschere di ceramica vicino alla porticina che mette da fuori al piano di sopra, le abbiamo murate insieme, ma tante cose le ho messe su io: per esempio quello che è il bozzetto per Aarhus. (Del "59 è la realizzazione, avvenuta nei forni albisolesi, della più grande ceramica moderna – 33 metri per 3 – destinata al Liceo di Aarhus). Le piastrelle per i vialetti siamo andati a prenderle al fiume, dove le gettavano rotte".
Nel terreno adiacente, una sorgente naturale ha permesso di ricavare una vasca-cisterna sul cui bordo quadri kitsch modificati da rapidi interventi pittorici quali colature o macchie (in cui viene perseguita una finalità di destrutturazione dell'opera d'arte attraverso la banalizzazione del suo valore d'uso) si mescolano con sculture di Farfa e di Eliseo Salino.
"E in questa abitazione, Jorn mostra come, anche su questa questione concreta della nostra appropriazione dello spazio, ciascuno potrà intraprendere la costruzione della Terra attorno a sé. Terra che ne ha tanto bisogno. Ciò che è dipinto e ciò che è scolpito, le scalinate mai uniformi tra i dislivelli del suolo, gli alberi, gli elementi aggiunti, una cisterna, un po' di vigna, i più diversi tipi di scarti sempre benvenuti, buttati là in un disordine perfetto, compongono uno dei paesaggi più complicati che si possono percorrere in una frazione di ettaro e, in definitiva, uno dei meglio unificati. Ogni cosa vi trova il proprio posto senza fatica."1
Nel 1970, Jorn decide che il suo più grande dipinto Figural life situation partorisca in modo più palpabile i personaggi che vi figurano "che usciranno da questo dipinto (…) per andare per il mondo con una loro vita autonoma" dice, e passa alla scultura in bronzo a cera persa e, infine in marmo. Queste sue sculture non sono concepite come pezzi da esposizione in ambiente neutro, ma per espandere la loro vita interagendo con un ambiente determinato, e così, approfittando di uno dei suoi viaggi sulle tracce delle religioni popolari dell'antichità nell'Italia Centrale, le carica sulla macchina del fotografo Mario Recrosio e va alla ricerca degli spazi naturali dove possono vivere come le aveva pensate; le fotografie fisseranno questa effimera messa in situazione, che va così idealmente a raggiungere quella delle precedenti ceramiche integrate nella casa-giardino di cui si è parlato.

Lo tzigano industriale
La magica Albisola lega Jorn ad un altro artista fuori dal comune: Pinot Gallizio di cui è allestita ad Alba sino al 1° Maggio 2007 una mostra delle opere. (www.pinotgallizio.com)
Il trasloco di Jorn da Albisola ad Alba2 è determinato infatti dall'incontro avvenuto al bar Testa tra il "vichingo" ed il farmacista Pinot Gallizio, che tra le altre cose si occupa di cultura popolare, di archeologia, di nomadismo e si interessa alla problematica artistica con il giovane pittore-ceramista Piero Simondo, allora studente di filosofia a Torino.
Entrambi espongono ad Albisola alla trattoria Da Lalla i loro quadri a resine, e di qui scatta la scintilla rivelatrice che dovrà determinare in Gallizio un totale cambiamento: Pinot cambia modo di dipingere, ora insieme con le aniline e le resine, mescola, su tavole di legno, ruggini, colori a olio, polveri di nerofumo, limature di ferro, vinavil e sabbia, secondo i modi dell'Espressionismo astratto del gruppo Cobra.
Pinot scrive nel suo diario: "Incontro con Jorn e svolta decisiva della libertà di ricerca". Straordinario lo sviluppo della ricerca, che prende una direzione apparentemente eccentrica rispetto alle tendenze italiane allora dominanti non perché provinciale, ma al contrario immediatamente internazionale.
Straordinaria, infine, la qualità dei risultati, in pochissimi  anni, in stretta connessione con un impegno politico-ideologico totalizzante, nell'ambito del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista (MIBI) e poi dell'Internazionale Situazionista (I.S.)3.
Le sue ricerche sono alimentate dall'energia "dissimmetrica" determinata da un vero e proprio "anarchismo creativo", dallo slancio di emozioni vitaliste, dalla forza dell'immaginazione estetica, dalla prefigurazione utopica di una nuova realtà quotidiana e di nuovi mondi, dalla sperimentazione di nuovi materiali e linguaggi, da uno spirito ludico e anche da una concettualità ironica e straziante4.
Il testo programmatico di Gallizio è il "Manifesto della pittura industriale". È uno scritto poetico prima ancora che teorico, sviluppo originale di precedenti manifesti, quello di Balla e Depero, "Ricostruzione futurista dell'universo" e quelli spazialisti di Fontana. Gallizio propone un mondo trasformato in un immenso Luna-park, grazie all'uso ludico antieconomico delle macchine verranno fabbricati tessuti fantastici, chilometri di carte stampate, colorate.
Per Gallizio, le "minoranze geniali" di un futuro popolo di artisti sono i "profeti nuovi" di un'estetica del movimento che prefigura una metamorfosi universale, con una produzione creativa che nega l'eternità e l'immortalità dell'opera, che tende alla quarta dimensione, alla poesia pura.
La "Pittura industriale" è, secondo lui, il primo tentativo riuscito di giocare con le macchine, e il risultato è la devalorizzazione dell'opera d'arte, attraverso un'entusiasmante operazione di inflazione della produzione artistica.
Gallizio espone alla Galleria Van de Loo a Monaco una pittura industriale, tele a metraggio che presenta con uno slogan provocatorio: "un metro d'arte per 40-70 marchi", è il dètournement della composizione artistica, la devalorizzazione dell'opera d'arte, capace di inflazionare il valore mercantile del prodotto artistico e di spingere ognuno verso la pittura, come vuole Jorn il quale afferma: " L'artista libero è un dilettante professionale" .
I "rotoli di pittura industrial" hanno stretti punti di contatto con altre operazioni neodadaiste dello stesso periodo, vale a dire i Meta-matics di Tinguey e le Linee di Manzoni.
Oltre alla pittura industriale, elaborata con le più varie tecniche, e con la quale regala al primo situazionismo il suo "prodotto" artistico più convincente e duraturo, Gallizio sperimenta anche altri procedimenti più o meno bizzarri.
Dipinge quadri a occhi chiusi, tra cui la bellissima Notte cieca (1962) lunga dieci metri, una delle prove migliori di annullamento del controllo razionale sul gesto pittorico tentata in quegli anni. Nei quadri abolisce ogni formalismo, ogni strutturazione simmetrica e centralizzante, ogni spazialità virtuale. Tutto nasce dalla profonda densità della materia, resa attiva dall'energia gestuale, emotiva e mentale. L'incanto favolistico della sua pittura sgorga dallo spessore di questa materia stratificata, da cui le figurazioni prendono corpo sospese fra il caos informe e la leggerezza della libera sperimentazione. Dal subcosciente di questa materia immaginante (le valenze surrealiste sono di derivazione Cobra) soprattutto nei grandi cicli della Gibigianna (1960) e della Storia di Ipotenusa (1961), emerge una narrazione ironica, carica di tradizione popolare, sentimentale e grottesca5.
Nelle sue ultime opere entra in scena un'angoscia esistenziale, cupa e "nera", con forme spiraloidi piuttosto inquietanti: un saluto alla vita nella maniera di P.Gallizio. Aveva scritto: "L'arte non deve descrivere o cambiare la vita, ma renderla ancora più viva. I nostri quadri devono nuotare nel mondo, permearlo, non attaccarsi alle pareti dei musei. Dobbiamo costruire situazioni irreversibili, 'grandi giochi', per uscire dalla miseria e invivibilità del nostro ambiente."

Franco Pavese

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