Umanità Nova, n.14 del 29 aprile 2007, anno 87

Treviso-Marghera
Produzioni di morte e nocività politiche


La braciola sul barbacue, il rogo del panevin, l'incendio di un bosco liberano naturalmente concentrazioni di diossina pari se non superiori alla colonna nera che tanto ha spaventato i trevigiani.
(Giovanni Gallo, direttore dell'Ufficio igiene e sanità pubblica Usl 9)

Nel primo pomeriggio di mercoledì 18 aprile, anche dal ponte translagunare che unisce Mestre a Venezia, era visibile una mostruosa colonna nera levarsi dalla terraferma. Si trattava dello stabilimento della De Longhi in fiamme nella zona Fiera, alle porte di Treviso, dove si producono elettrodomestici e condizionatori.
L'incendio veniva domato solo sette ore dopo, grazie al lavoro di quindici squadre dei vigili del fuoco.
Tutti, nelle province di Treviso e Venezia, hanno pensato subito al pericolo incombente della diossina, sicuramente dispersa nell'aria. Lo stesso comandante del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri aveva immediatamente parlato del rischio rappresentato da "un'abbondante quantità di diossina" derivante dalla combustione di circa l'80% del magazzino e delle linee di produzione.
Eppure, nonostante che il semplice buonsenso abbia coinciso da subito con la verità scientifica, l'Arpav, la Protezione civile (Nucleo biologico chimico e radioattivo) e l'Usl escludevano rischi per la popolazione, giungendo a negare la formazione di diossina. L'assessore regionale all'ambiente, Giancarlo Conta, da parte sua rassicurava affermando che "Le prime risultanze delle analisi sono al momento abbastanza tranquillizzanti".
L'indomani, Renzo Zuin, primario di pneumologia a Padova, avvertiva che "in realtà i composti chimici utilizzati in uno stabilimento sono talmente tanti che la nube nera fuoriuscita dalla De Longhi avrebbe potuto contenere qualunque cosa", pur ritenendo più tossico il normale inquinamento per il traffico stradale.
Due giorni dopo, l'inquinamento politico prodotto dalla giunta regionale raggiungeva livelli davvero allarmanti: il direttore generale (su nomina politica) dell'Arpav, Andrea Drago, arrivava a negare persino l'evidenza: "Basta con gli al lupo al lupo. È stato un incendio esteso e rovinoso ma parlare di nube pericolosa o di allarme diossina vuol dire lanciare messaggi allarmistici fuorvianti".
Ma la smentita, stavolta, giungeva il giorno stesso dalle prime analisi che, nell'area intorno alla De Longhi, segnalavano quantità di diossina sopra i limiti, fino a 2, 7 volte superiori rispetto ai limiti consentiti. Altri dati, analoghi, venivano quindi resi noti da Paolo Schiesaro, dell'avvocatura dello Stato, che in occasione di un vertice in prefettura smentiva clamorosamente l'Arpav documentando una "concentrazione tripla di diossina di quella prevista per un inceneritore".
Tale scellerato ballo in maschera davanti a un simile disastro ambientale, per chi vive e lavora nei territori del veneziano, non appare certo cosa nuova. Appena una settimana prima, si era appreso che in occasione dell'incidente avvenuto il 6 maggio dello scorso anno, presso l'impianto Evc-Ineos di Marghera, non erano fuoriusciti soltanto una decina di Kg. di CVM come ufficialmente comunicato, ma almeno… 6 tonnellate; senza che neppure venissero attivate le sirene d'allarme.
Tutto questo, grazie ad una complicità diffusa, comprendente in primo luogo la dirigenza sindacale della Fulc, in quel periodo impegnata a dimostrare ad ogni costo che gli impianti non erano più a rischio.
Come è noto, il CVM è un micidiale agente cancerogeno, così come sapevano i vertici aziendali della Montedison già dalla fine degli anni '60, anche se solo nel 1974 furono compiuti degli interventi di modifica sugli impianti, interventi, peraltro inadatti e insufficienti a tutelare la salute dei lavoratori. Per decenni infatti, le produzioni del Petrolchimico hanno rilasciato sostanze inquinanti, tra le quali le diossine, nell'aria, nella terra e nell'acqua, rovinando la salute degli operai e degli abitanti le zone limitrofe, oltre che una contaminazione diffusa in tutti gli organismi viventi.
Un'esperienza diretta, sovente tragica, di migliaia di persone e lavoratori che, per apparati politici e padroni, non comporta purtroppo alcun rischio.

RedVE

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