Il sistema dell'informazione tradizionale è vittima ma anche
complice del potere. Questo suo duplice ruolo appare più
evidente oggi, in un momento nel quale il sistema sembra stia
attraversando una fase critica. Incalzati dall'emergere di flussi di
comunicazione che passano attraverso nuovi canali, i mass media sono
alla ricerca di una ridefinizione dei loro compiti.
Parallelamente, anche il potere politico è danneggiato dalla
realtà di un sistema dell'informazione che non riesce più
a manipolare completamente come in passato e che, nonostante i ripetuti
tentativi, sfugge sempre più spesso alle sue direttive. Il
continuo progresso tecnologico ha reso obsoleti alcuni dei vecchi
sistemi di controllo e di repressione e le norme legislative faticano a
stare dietro ad una realtà collettiva sempre più lontana
dai vecchi ambiti di comunicazione.
Ma, dal nostro punto di vista, la situazione è tutt'altro che
rosea. Viviamo in un sistema mediatico ancora in mano ai soliti noti,
un sistema formalmente libero, ma altrettanto sicuramente influenzato
dai suoi padroni. Un sistema nel quale è diffusa l'autocensura e
la cialtroneria dei giornalisti, sempre pronti a nascondere o
stravolgere una informazione scomoda per le verità ufficiali.
Gli esempi che si potrebbero fare sono davvero tanti ed interessano
tutti i media, compresi quelli che si proclamano di "sinistra", e a
rimetterci sono sempre gli stessi, i senza potere, quelli che si
oppongono allo stato di cose presenti. Coloro che non hanno accesso
diretto ai mezzi di comunicazione di massa.
L'Italia, ma il discorso vale in generale, è un paese nel quale
l'intenzione di creare e gestire un giornale, una radio, una tv,
incontra il suo primo, e spesso insormontabile ostacolo nelle leggi,
fatte apposta per favorire i gruppi che hanno un forte potere
politico-economico. Dall'obbligo di un direttore responsabile iscritto
all'albo dei giornalisti, al sistema della distribuzione della stampa
su carta, dalla legge Mammì che impedisce l'apertura di radio e
tv "povere", all'obbligo di presentazione della carta di
identità per chi vuole collegarsi ad Internet da un posto
pubblico. È tutto un insieme di norme volte ad ostacolare se non
impedire del tutto la libertà di espressione. E l'ennesima
conferma a questo stato di cose ci sarà nel prossimo mese di
giugno quando verranno messe all'asta le frequenze Wi-Max [1], che
dovrebbero diventare un nuovo affare per le imprese private a danno di
qualsiasi loro utilizzo sociale.
All'interno di una cornice del genere fa davvero sorridere il modo con
il quale la stampa italiana ha accolto l'annuale rapporto sullo stato
della libertà di stampa nel mondo [2]. I commentatori hanno
sottolineato con appropriata enfasi che l'Italia è stata
eliminata dall'elenco dei paesi nei quali la stampa è
"parzialmente libera" ed è finalmente rientrata tra quelli
"liberi". La ragione di questa promozione sarebbe dovuta alla caduta
del precedente governo, guidato da uno dei padroni dei media. Resta il
fatto che il bel paese occupa ancora una posizione (la 61ma) solo di
poco superiore a quella dello scorso anno, ed è sempre la
nazione della vecchia Europa con il peggiore risultato.
A leggere i criteri con i quali vengono assegnati i punteggi e quindi
il posto in classifica, sorge il sospetto che i giudici siano stati
piuttosto di manica larga in quanto, proprio nell'ultimo anno, la
libertà di informazione in Italia ha subito dei colpi
discretamente pesanti. Nel 2006 abbiamo scoperto (senza eccessiva
meraviglia) che ci sono giornalisti che collaborano con i servizi
segreti o con bande dedite alla continua violazione della vita privata
dei cittadini, ma anche che essi stessi sono sottoposti a controlli nel
caso si impegnino in inchieste scomode (vedi caso Telecom). Abbiamo
assistito a lunghi e noiosi dibattiti sulla libertà di
informazione e sul diritto alla riservatezza, risoltisi in un
provvedimento legislativo che promette sanzioni pesanti nei confronti
dei giornalisti che osino fare il loro mestiere.
Questo per quanto riguarda i colpi inferti al sistema mediatico da parte del potere politico.
Dall'altra parte, la miriade di mezzi di comunicazione non tradizionali
nati negli ultimi anni su Internet, sono continuamente oggetto di
attacchi, portati proprio attraverso i media tradizionali, e vittime
delle più fantasiose accuse. Salvo poi essere "clonati" dai
medesimi media per essere utilizzati in modo centralizzato e
controllato piuttosto che diffuso e libero. Si vedano, ad esempio,
tutti gli articoli scritti contro i siti web che permettono di
condividere filmati video e l'introduzione degli stessi strumenti in
molti dei portali tradizionali.
L'ipocrisia di chi si lamenta una volta all'anno per la mancanza di
libertà di espressione viaggia insieme ad una concezione
dell'informazione ancora legata agli schemi funzionali al potere, un
sistema accentratore e controllato, che possa essere manipolato a
piacimento a seconda delle necessità contingenti. Un sistema
che, classifiche a parte, pone ancora fortissime limitazioni alla
libertà di tutti.
Nell'elenco degli Stati presi in esame dal rapporto citato sopra, non
compare la Città del Vaticano e forse non è un caso che
proprio nel giorno in cui veniva celebrata la libertà di stampa
[3], il giornale unico di quello Stato attaccava ferocemente un comico
che aveva pronunciato un paio di banali verità sul palco del
concerto sindacale del primo maggio. Nell'occasione i mezzi di
comunicazione "liberi" piuttosto che difendere il diritto di
espressione si sono, anche se con diverse sfumature, immediatamente
accodati al linciaggio o al distinguo.
Pepsy
Riferimenti
[1] Si tratta di una tecnologia che sfrutta le onde radio per trasmettere e ricevere dati. Attraverso questa è possibile, per esempio, un collegamento ad Internet anche in aree dove non arrivano i cavi della Telecom.
[2] Il Rapporto è disponibile qui http://freedomhouse.org/template.cfm?page=362
[2] Il 3 maggio si celebra la "Giornata Mondiale per la libertà di stampa".
Vedi http://www.un.org/events/pressday/2007/