Umanità Nova, n.16 del 13 maggio 2007, anno 87

Anarchici & Politica-6
Dei tempi e delle storie


Sul numero 39 del 2006 di UN con il titolo "Diserzione, passione, conflitto, sperimentazione" e sul numero 2 di quest'anno con il titolo "Il politico e il sociale" abbiamo pubblicato alcuni testi dedicati al tema "Anarchici & politica". Gli articoli sono del nostro collaboratore Salvo Vaccaro che ci aveva proposto di iniziare un dibattito su questo tema, suddividendolo intorno a varie aree tematiche. Sul numero 3 è comparso il contributo di Walter Siri "Più società meno politica".
La discussione è proseguita sul numero 5 con un pezzo di Massimo Varengo "Anarchismo ed autorganizzazione". Sul numero 9 vi abbiamo proposto "Gabbie identitarie e seduzioni libertarie" di Salvo Vaccaro. Dopo una lunga pausa riecco il dibattito con un intervento, rimasto a lungo nel nostro cassetto per la consueta tirannia dello spazio, di Simone Bisacca.


Il dibattito avviato da Salvo Vaccaro sul rapporto tra anarchici e politica mi ha suscitato alcune riflessioni, diciamo, a margine del dibattito stesso.
Riflessioni che ruotano attorno alla natura contingente e storica di ogni forma di parziale aggregazione umana all'interno della società che tutte le abbraccia. Dalla più piccola alla più grande, dalla più c.d. naturale (la famiglia) alla più artificiale (lo stato), le istituzioni, come gli uomini che le creano per i loro bisogni, sono prodotti del tempo e destinate a percorrere la loro parabola nel tempo. La temporalità della società umana si contrappone all'eternità della natura e la temporalità è lo spazio della libertà, mentre l'eternità è lo spazio della necessità. Ogni richiamo quindi alla natura va guardato con sospetto: ad esempio il capitalismo, come altre forme storiche economiche e politiche, ha la tendenza a presentarsi come naturale, come legge naturale, come seconda pelle della società. Ancor più da quando marxismo e comunismo sembrano consegnati al deposito della storia.
Ma anche la critica al modo di produrre capitalistico e alla società che ne scaturisce può cadere negli stessi vizi. Quando vengono contrapposti un uomo e una società naturali e armonici all'uomo alienato e alla società conflittuale prodotti dal capitalismo. Così che lo scopo di un rivolgimento dello stato di cose presenti assume i toni della reintegrazione dell'infranto, della ricostituzione di un mondo frantumato e contraddittorio. Una dissolvenza circonda questo mondo futuro che sa di antico, chiusa la parentesi del presente dominato dal conflitto e dalla contraddizione.
Sul piano politico, lo stesso modo di pensare contrappone la società (buona e naturale) allo stato (cattivo e artificiale). Lo stato e tutte le istituzioni politiche sarebbero espressione della politica, che dopo essersi fatta tecnica del potere, celebra la propria autonomia. La contrapposizione sarebbe non tanto tra la società e lo stato, quanto tra la politica e la società. Cosicché l'agire nella società e per la modifica delle relazioni al suo interno, fondamentalmente per passare da relazioni autoritarie e verticali a relazioni non autoritarie e orizzontali, sarebbe un agire contro la politica, fuori della politica, un agire impolitico.
La semplificazione è evidente: la pretesa naturalità della relazione sociale, verticale od orizzontale che sia, proietta la relazione stessa nell'eternità, fuori della storia, talché il confronto tra questi due modelli assoluti di relazione assume più il tono del dramma cosmico, della lotta finale tra il bene e il male, che quello del contingente e storico conflitto sociale.
Le forme di aggregazione e i modi di soddisfare i bisogni degli uomini sono storici, le istituzioni e i modi di produrre e distribuire beni (quindi fondamentalmente la questione del diritto di proprietà, individuale o collettivo) sono prodotti storici. Così come le teorie che spiegano la realtà: scienza, filosofia, ideologia, religione. Del resto, gli uomini non sono ad una sola dimensione. La loro contingenza è intessuta di passioni, di sentimenti, di irrazionalità. Prodotti storici e locali, gli uomini e la società che abitano sono complessi e multiformi, in continuo cambiamento.
Storicamente si sono date e si danno molte forme di aggregazione umana, ma nessuna puramente verticale o puramente orizzontale. La purezza va bene per i modelli teorici, utilissimi per l'analisi e la discussione a tavolino. Ma è necessario verificare in concreto genesi e funzionamento delle modalità attraverso cui gli uomini relazionano. Perchè dalla famiglia nucleare alle organizzazioni sovranazionali, passando per le organizzazioni territoriali, di interesse economico o politico, le associazioni per il tempo libero, le chiese e le mafie, al di là della teoria sulla verticalità e l'orizzontalità, l'autorità e la libertà, non possiamo esimerci dal fare i conti con la concretezza storica delle istituzioni (quelle e non altre) che sono sorte, si sono sviluppate, trasformate e, in alcuni casi, estinte. Esaltatori dello stato e del capitale e loro nemici si sono organizzati in partiti, comuni, soviet, consigli, sindacati, assemblee permanenti, sono stati centralisti e localisti, hanno premiato oppure negato il ruolo di corpi intermedi tra il vertice e la base, tra il centro e la periferia.
Così, lo stato nazionale, variamente declinato (autoritario o liberale che sia) e il modo di produzione capitalistico sono prodotti storici. Ma pure le teorie e le prassi del loro superamento o della loro distruzione. E i modi di aggregazione dei soggetti che agiscono per questo superamento o per questa distruzione. Non comprendere questo significa cadere nell'astrattezza e nell'anacronismo. Non riuscendo a mordere le realtà contingente, si sposta il discorso, come detto, sul piano del mondo delle idee, dove è certo più facile far tornare i conti e dove qualsiasi teoria può specchiarsi narcisisticamente: è la realtà che è sbagliata e non si adatta alla nostra teoria, noi siamo così belli e bravi... Per altri versi, mentre la realtà si sposta, si può restare fermi, utilizzare categorie che non funzionano su ciò che la realtà è diventata e quindi essere spostati temporalmente, cioè anacronistici. Ciò non significa che il presente abbia sempre ragione né che si vogliano cantare le lodi solo del nuovo o del futuro. Tutt'altro. Il tempo non scorre solo in una direzione, potremmo dire. E la società, multiforme e complessa, non viaggia tutta alla stessa velocità. Esistono quindi i tempi, non il tempo. E questi tempi sono tra loro sconnessi, si confondono, aprono finestre e fanno salti.
Possiamo così avere una religiosità medioevale fatta di superstizione accanto alle biotecnologie accanto a progetti di dominio planetario accanto alla centralità delle comunità locali accanto al capitalismo senza liberalismo e così via, tutto interconnesso e totalmente incomunicante: davvero il presente non ha qualcosa dell'antichità o del medioevo o del futuro? Anticipazioni del futuro e sopravvivenze del passato si confondono nel presente. Ma così è sempre stato, questa è la storia. Che non è mai esistita, perché dovremmo parlare di storie, così come di tempi.
C'è quindi un luogo comune, dove gli individui si relazionano, lo spazio della relazione. E questo relazionarsi ha modi e tempi diversi, non è né uniforme né contemporaneo. Tutti gli individui, come attori sociali, abitano lo spazio della relazione, persino quando non comunicano e si ignorano. La politica è una modalità della relazione, come l'economia (che ha a che fare con la produzione di beni), ed ha a che fare con l'organizzazione della società, con il modo di relazionarsi degli aggregati contingenti che per le più varie spinte gli uomini realizzano, come abbiamo visto, con forme e tempi diversi. Se la società è l'insieme degli individui e delle loro aggregazioni, la politica ha a che fare con le relazioni che fanno sì che si possa parlare di società.
Il tema proposto da Salvo Vaccaro, anarchici e politica, potrebbe allora essere tradotto nella domanda sul rapporto tra anarchici e società: ma questa società contingente, non la società in astratto. Questa società non uniforme né contemporanea, percorsa da tempi diversi, per direzione e velocità. Dunque, come gli anarchici si pongano nel luogo comune della relazione e come agiscano le singole relazioni che, in tempi e forme non omogenee, costituiscono la società. E come sia pensabile e poi attuabile la rivoluzione sociale di questa società, fatta, come è sempre stata fatta la società, di tempi e forme di relazione non lineari e non omogenee.

Simone Bisacca

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