Sul numero 39 del 2006 di UN con il
titolo "Diserzione, passione, conflitto, sperimentazione" e sul numero
2 di quest'anno con il titolo "Il politico e il sociale" abbiamo
pubblicato alcuni testi dedicati al tema "Anarchici & politica".
Gli articoli sono del nostro collaboratore Salvo Vaccaro che ci aveva
proposto di iniziare un dibattito su questo tema, suddividendolo
intorno a varie aree tematiche. Sul numero 3 è comparso il
contributo di Walter Siri "Più società meno politica".
La discussione è proseguita
sul numero 5 con un pezzo di Massimo Varengo "Anarchismo ed
autorganizzazione". Sul numero 9 vi abbiamo proposto "Gabbie
identitarie e seduzioni libertarie" di Salvo Vaccaro. Dopo una lunga
pausa riecco il dibattito con un intervento, rimasto a lungo nel nostro
cassetto per la consueta tirannia dello spazio, di Simone Bisacca.
Il dibattito avviato da Salvo Vaccaro sul rapporto tra anarchici e
politica mi ha suscitato alcune riflessioni, diciamo, a margine del
dibattito stesso.
Riflessioni che ruotano attorno alla natura contingente e storica di
ogni forma di parziale aggregazione umana all'interno della
società che tutte le abbraccia. Dalla più piccola alla
più grande, dalla più c.d. naturale (la famiglia) alla
più artificiale (lo stato), le istituzioni, come gli uomini che
le creano per i loro bisogni, sono prodotti del tempo e destinate a
percorrere la loro parabola nel tempo. La temporalità della
società umana si contrappone all'eternità della natura e
la temporalità è lo spazio della libertà, mentre
l'eternità è lo spazio della necessità. Ogni
richiamo quindi alla natura va guardato con sospetto: ad esempio il
capitalismo, come altre forme storiche economiche e politiche, ha la
tendenza a presentarsi come naturale, come legge naturale, come seconda
pelle della società. Ancor più da quando marxismo e
comunismo sembrano consegnati al deposito della storia.
Ma anche la critica al modo di produrre capitalistico e alla
società che ne scaturisce può cadere negli stessi vizi.
Quando vengono contrapposti un uomo e una società naturali e
armonici all'uomo alienato e alla società conflittuale prodotti
dal capitalismo. Così che lo scopo di un rivolgimento dello
stato di cose presenti assume i toni della reintegrazione
dell'infranto, della ricostituzione di un mondo frantumato e
contraddittorio. Una dissolvenza circonda questo mondo futuro che sa di
antico, chiusa la parentesi del presente dominato dal conflitto e dalla
contraddizione.
Sul piano politico, lo stesso modo di pensare contrappone la
società (buona e naturale) allo stato (cattivo e artificiale).
Lo stato e tutte le istituzioni politiche sarebbero espressione della
politica, che dopo essersi fatta tecnica del potere, celebra la propria
autonomia. La contrapposizione sarebbe non tanto tra la società
e lo stato, quanto tra la politica e la società. Cosicché
l'agire nella società e per la modifica delle relazioni al suo
interno, fondamentalmente per passare da relazioni autoritarie e
verticali a relazioni non autoritarie e orizzontali, sarebbe un agire
contro la politica, fuori della politica, un agire impolitico.
La semplificazione è evidente: la pretesa naturalità
della relazione sociale, verticale od orizzontale che sia, proietta la
relazione stessa nell'eternità, fuori della storia,
talché il confronto tra questi due modelli assoluti di relazione
assume più il tono del dramma cosmico, della lotta finale tra il
bene e il male, che quello del contingente e storico conflitto sociale.
Le forme di aggregazione e i modi di soddisfare i bisogni degli uomini
sono storici, le istituzioni e i modi di produrre e distribuire beni
(quindi fondamentalmente la questione del diritto di proprietà,
individuale o collettivo) sono prodotti storici. Così come le
teorie che spiegano la realtà: scienza, filosofia, ideologia,
religione. Del resto, gli uomini non sono ad una sola dimensione. La
loro contingenza è intessuta di passioni, di sentimenti, di
irrazionalità. Prodotti storici e locali, gli uomini e la
società che abitano sono complessi e multiformi, in continuo
cambiamento.
Storicamente si sono date e si danno molte forme di aggregazione umana,
ma nessuna puramente verticale o puramente orizzontale. La purezza va
bene per i modelli teorici, utilissimi per l'analisi e la discussione a
tavolino. Ma è necessario verificare in concreto genesi e
funzionamento delle modalità attraverso cui gli uomini
relazionano. Perchè dalla famiglia nucleare alle organizzazioni
sovranazionali, passando per le organizzazioni territoriali, di
interesse economico o politico, le associazioni per il tempo libero, le
chiese e le mafie, al di là della teoria sulla
verticalità e l'orizzontalità, l'autorità e la
libertà, non possiamo esimerci dal fare i conti con la
concretezza storica delle istituzioni (quelle e non altre) che sono
sorte, si sono sviluppate, trasformate e, in alcuni casi, estinte.
Esaltatori dello stato e del capitale e loro nemici si sono organizzati
in partiti, comuni, soviet, consigli, sindacati, assemblee permanenti,
sono stati centralisti e localisti, hanno premiato oppure negato il
ruolo di corpi intermedi tra il vertice e la base, tra il centro e la
periferia.
Così, lo stato nazionale, variamente declinato (autoritario o
liberale che sia) e il modo di produzione capitalistico sono prodotti
storici. Ma pure le teorie e le prassi del loro superamento o della
loro distruzione. E i modi di aggregazione dei soggetti che agiscono
per questo superamento o per questa distruzione. Non comprendere questo
significa cadere nell'astrattezza e nell'anacronismo. Non riuscendo a
mordere le realtà contingente, si sposta il discorso, come
detto, sul piano del mondo delle idee, dove è certo più
facile far tornare i conti e dove qualsiasi teoria può
specchiarsi narcisisticamente: è la realtà che è
sbagliata e non si adatta alla nostra teoria, noi siamo così
belli e bravi... Per altri versi, mentre la realtà si sposta, si
può restare fermi, utilizzare categorie che non funzionano su
ciò che la realtà è diventata e quindi essere
spostati temporalmente, cioè anacronistici. Ciò non
significa che il presente abbia sempre ragione né che si
vogliano cantare le lodi solo del nuovo o del futuro. Tutt'altro. Il
tempo non scorre solo in una direzione, potremmo dire. E la
società, multiforme e complessa, non viaggia tutta alla stessa
velocità. Esistono quindi i tempi, non il tempo. E questi tempi
sono tra loro sconnessi, si confondono, aprono finestre e fanno salti.
Possiamo così avere una religiosità medioevale fatta di
superstizione accanto alle biotecnologie accanto a progetti di dominio
planetario accanto alla centralità delle comunità locali
accanto al capitalismo senza liberalismo e così via, tutto
interconnesso e totalmente incomunicante: davvero il presente non ha
qualcosa dell'antichità o del medioevo o del futuro?
Anticipazioni del futuro e sopravvivenze del passato si confondono nel
presente. Ma così è sempre stato, questa è la
storia. Che non è mai esistita, perché dovremmo parlare
di storie, così come di tempi.
C'è quindi un luogo comune, dove gli individui si relazionano,
lo spazio della relazione. E questo relazionarsi ha modi e tempi
diversi, non è né uniforme né contemporaneo. Tutti
gli individui, come attori sociali, abitano lo spazio della relazione,
persino quando non comunicano e si ignorano. La politica è una
modalità della relazione, come l'economia (che ha a che fare con
la produzione di beni), ed ha a che fare con l'organizzazione della
società, con il modo di relazionarsi degli aggregati contingenti
che per le più varie spinte gli uomini realizzano, come abbiamo
visto, con forme e tempi diversi. Se la società è
l'insieme degli individui e delle loro aggregazioni, la politica ha a
che fare con le relazioni che fanno sì che si possa parlare di
società.
Il tema proposto da Salvo Vaccaro, anarchici e politica, potrebbe
allora essere tradotto nella domanda sul rapporto tra anarchici e
società: ma questa società contingente, non la
società in astratto. Questa società non uniforme
né contemporanea, percorsa da tempi diversi, per direzione e
velocità. Dunque, come gli anarchici si pongano nel luogo comune
della relazione e come agiscano le singole relazioni che, in tempi e
forme non omogenee, costituiscono la società. E come sia
pensabile e poi attuabile la rivoluzione sociale di questa
società, fatta, come è sempre stata fatta la
società, di tempi e forme di relazione non lineari e non
omogenee.
Simone Bisacca