Dal 9 al 14 maggio Benedetto XVI ha scelto di incontrare la
comunità cattolica brasiliana, da sempre divisa tra l'impegno
della teologia della liberazione e l'oppio del pentecostalismo
"romano", servo non troppo idiota delle politiche padronali dei
latifondisti carioca.
I viaggi di Giovanni Paolo II in Brasile erano riportati dai media con
grande clamore: bagni di folla, entusiasmo popolare, risalto per gesti
tanto eclatanti quanto stucchevoli e mediatici, come quello di donare
il proprio anello "ai poveri".
Giovanni Paolo era un manager telegenico, capace di sfruttare l'ampia
cassa di risonanza che i media potevano fornirgli e spregiudicato
quanto basta per dare un contentino anche agli ultimi , agli sfruttati,
cui riservava una pastorale parolaia e inutile, ma capace comunque di
rappresentare ufficialmente quella parte della società che poi
nei fatti perseguitava punendo, complice Ratzinger, tutti quei teologi
che delle chiacchiere non si accontentavano e chiedevano a gran voce un
impegno radicale della chiesa al fianco degli impoveriti.
Il nuovo papa manca assolutamente della forza comunicativa del suo
predecessore e forse pecca anche di presunzione, pensando che l'azione
di disgregamento delle aree più radicali, avviata con il
pontificato di Wojtila, abbia messo definitivamente a tacere le voci
dissidenti.
Sicuramente la teologia della liberazione, e il suo braccio
politico-spirituale, "le comunità ecclesiali di base", non
godono più della forza e della diffusione che ancora si
percepivano nella metà degli anni '90, resta comunque vero che
in Brasile la flessione dei cristiano-sociali non ha significato la
scomparsa di questi, né il rafforzamento della chiesa più
vicina alla curia romana.
I beneficiari maggiori dell'opera di distruzione delle comunità
progressiste sono state infatti le varie chiese evangeliche di stampo
pentecostale, le quali hanno potuto approfittare delle diatribe interne
alla chiesa romana proponendo proprio alle classi più umili un
culto le cui modalità possono veicolare meglio del
tradizionalismo papista quell'esigenza di una spiritualità
sincretistica e poco ortodossa che i brasiliani hanno da sempre
espresso.
Da questo punto di vista risulta quanto meno consolatoria la lettura
che i teologi progressisti brasiliani danno del fenomeno pentecostale,
cattolico o evangelico che sia, ridotto a mera espressione della middle
class carioca.
Al contrario, gran parte delle chiese riformate fanno riferimento agli
strati più popolari della società brasiliana, cui offrono
liturgie scatenate, in cui ci si possa esprimere attraverso la danza e
la manifestazione di stati alterati di coscienza, dall'estasi mistica,
al dialogo nelle "lingue degli angeli", al riposo nello spirito (stato
di ipnosi indotto dalle abili guide "spirituali" evangeliche).
Si capisce bene come il culto evangelico sia capace di non far
rimpiangere più di tanto le frenetiche liturgie afro-brasiliane
che si svolgono nei terreiri del Brasile, in cui la perdita di
lucidità e dello stato di vigilanza è fine del culto
più che mezzo per permettere agli "spiriti" di parlare ai fedeli.
La chiesa cattolica, quindi, dopo aver messo all'indice l'unica
espressione apostolico-romana che in Brasile possedeva un radicamento
nelle classi sociali povere e, quindi, maggioritarie, si trova a
perdere fedeli al ritmo di un 1% all'anno, per un totale di un 10% di
cattolici che nell'ultimo decennio sono passati, armi e bagagli, tra le
braccia della chiesa evangelica.
La ricetta che Ratzinger offre per bloccare questo lento ed
ineluttabile stillicidio è quanto meno sorprendente:
fedeltà a Roma (alla cui ortodossia i cattolici brasiliani hanno
sempre preferito un eterodosso sincretismo panteistico), supremazia
dello spirituale sul sociale (senza però essere in grado di
fornire una pratica cultuale coinvolgente quanto quella degli
evangelici) e morigeratezza nell'espressione liturgica (proposta a chi
fa della ricerca dell'ebbrezza mistica lo scopo della propria pratica
liturgica).
A Benedetto, per esempio, non piace che i cattolici del Sud del Mondo
si abbraccino durante il segno della pace, per cui raccomanda di
scambiare solo una sobria stretta di mano, come gli è stato
insegnato nei cupi seminari tedeschi (dove mantenere le distanze
sarà sicuramente una garanzia di incolumità per i giovani
seminaristi), senza però capire che non può permettersi
di imporre i propri blocchi psichici alla gente brasiliana, da sempre
calorosa e fraterna nelle proprie espressioni affettive.
I momenti topici del viaggio papale sono stati l'incontro con i giovani
nello stadio municipale di Pacaembu "Paulo Machado de Carvalho" di San
Paolo, la celebrazione dei vespri con i vescovi del Brasile e la messa
di inaugurazione della V Conferenza Generale dell'Episcopato
Latinoamericano e dei Carabi, di fronte al santuario dell'Aparecida.
Per quanto riguarda l'incontro con i giovani, dopo un breve excursus,
poco incisivo e d'occasione, sulla necessità di difendere
l'ambiente e in particolare la foresta dell'Amazzonia, il papa è
stato capace di affrontare un tema di sicura presa, come quello del
senso della vita. Ai giovani Benedetto XVI chiede di impegnarsi, di
formare una famiglia basata sul matrimonio, di essere onesti e non
attaccati eccessivamente ai beni materiali. Parole vuote, queste
ultime. Quando infatti il papa affronta la parabola evangelica del
"giovane ricco" (quella in cui Cristo chiede ad un ricco giovane che lo
interpella di lasciare tutti i suoi beni materiali, darli ai poveri, e
di seguirlo) si affretta subito a tranquillizzare i giovani (ricchi),
spiegando loro che qui si tratta di beni spirituali, non materiali. Ci
mancherebbe che proprio la chiesa cattolica, da sempre ricca e fedele
alleata dei potenti della terra, si mettesse a predicare ai propri
paladini la necessità di dare le proprie ricchezze ai poveri.
Prevale ancora una volta la tradizionale esegesi cattolica del vangelo,
volta a tranquillizzare i potenti e a limitare o eliminare tutto
ciò che potrebbe mettere in discussione l'ordine sociale basato
sulla disuguaglianza tra gli uomini. I giovani ricchi del Brasile
stiano tranquilli: non dovranno dividere le proprie ricchezze,
accumulate sfruttando milioni di connazionali tenuti nella miseria
più disumana, con le vittime della propria avidità e
della propria violenza di classe. C'è il papa a garantirli,
c'è il vangelo che li difende. E se dio è con loro, chi
sarà contro di loro?
In ogni caso l'incontro con i giovani scorre via liscio: la
preoccupazione del papa, infatti, sono tutte rivolte ai vescovi, alcuni
dei quali continuano a proteggere le comunità di base e si
intestardiscono nel dire che la povertà è frutto della
cattiva organizzazione sociale e delle sfruttamento che le classi forti
esercitano sulle più deboli. Da più di vent'anni
Benedetto XVI è in prima linea nel perseguitare amorevolmente
questi "catto-comunisti" e adesso devo affrontarli vis-à-vis.
Ai vescovi brasiliani il papa della ricca curia romana spiega come comportarsi con i poveri:
"La gente povera delle periferie urbane o della campagna ha bisogno di
sentire la vicinanza della Chiesa, sia nell'aiuto per le
necessità più urgenti, sia nella difesa dei suoi diritti
e nella promozione comune di una società fondata sulla giustizia
e sulla pace. I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, ed
il Vescovo, formato ad immagine del Buon Pastore, deve essere
particolarmente attento a offrire il balsamo divino della fede, senza
trascurare il «pane materiale".
Poco prima, però, il papa aveva detto: "quando, in seno alla
Chiesa, è messo in questione il valore dell'impegno sacerdotale
come affidamento totale a Dio attraverso il celibato apostolico e come
totale disponibilità a servire le anime, e si dà la
preferenza alle questioni ideologiche e politiche, anche partitiche, la
struttura della totale consacrazione a Dio comincia a perdere il suo
significato più profondo".
Allora, come si concilia la necessità di andare incontro agli
ultimi, mantenendo la supremazia della spiritualità sulla
politica e giustificando, per di più, la persecuzione di coloro
che sono impegnati, spesso a rischio della vita, con gli sfruttati?
La ricetta è sempre la stessa ed è radicata in
quell'atteggiamento di profonda ipocrisia che la chiesa esprime nella
sua dottrina sociale: i poveri si aiutano chiedendo ai ricchi di essere
meno avidi, cioè esclusivamente attraverso una "conversione del
cuore" di quelle classi dominanti cui da sempre il clero appartiene.
Chi, invece, come hanno fatto molti preti, alcuni vescovi, e tantissimi
laici cattolici dell'America Latina, si chiede seriamente quali siano
le cause reali della povertà e si impegna a combatterle, diviene
per questa ragione un nemico della chiesa stessa e va messo alle porte
senza tanti complimenti.
Come sempre i padroni hanno dovuto fare, il papa si barcamena
machiavellico tra la necessità di spendere una parola sul dramma
umano che l'America Latina vive a causa dell'ingiustizia sociale e
quella di far sì che la chiesa non muti le proprie alleanze di
classe con i padroni della terra. Da questo compromesso, evidente per
chiunque ancora possegga un minimo di onestà di giudizio, nasce
la contraddizione della pastorale per i poveri e della persecuzione
clericale nei confronti di chi lotta con i poveri.
A conclusione del viaggio apostolico in Brasile, rimane comunque la
sensazione che ormai la Conferenza Generale dell'Episcopato
Latinoamericano e dei Caraibi non sia più quella degli incontri
di Medellin (1968) e di Puebla (1979), ma che si avvii verso quella
pacificazione che tanto Roma ha voluto e per la quale tanto ha fatto.
I nemici odierni della Curia non sono più tanto i preti
impegnati nel movimento dei "sem terras", quanto le aggressive
comunità evangeliche vicine agli interessi degli USA e della
destra brasiliana.
Per gli ultimi del mondo non è un gran guadagno.
Paolo Iervese