Umanità Nova, n.18 del 27 maggio 2007, anno 87

Ratzinger in Brasile
Dalla parte dei giovani ricchi e degli interessi di curia


Dal 9 al 14 maggio Benedetto XVI ha scelto di incontrare la comunità cattolica brasiliana, da sempre divisa tra l'impegno della teologia della liberazione e l'oppio del pentecostalismo "romano", servo non troppo idiota delle politiche padronali dei latifondisti carioca.
I viaggi di Giovanni Paolo II in Brasile erano riportati dai media con grande clamore: bagni di folla, entusiasmo popolare, risalto per gesti tanto eclatanti quanto stucchevoli e mediatici, come quello di donare il proprio anello "ai poveri".
Giovanni Paolo era un manager telegenico, capace di sfruttare l'ampia cassa di risonanza che i media potevano fornirgli e spregiudicato quanto basta per dare un contentino anche agli ultimi , agli sfruttati, cui riservava una pastorale parolaia e inutile, ma capace comunque di rappresentare ufficialmente quella parte della società che poi nei fatti perseguitava punendo, complice Ratzinger, tutti quei teologi che delle chiacchiere non si accontentavano e chiedevano a gran voce un impegno radicale della chiesa al fianco degli impoveriti.
Il nuovo papa manca assolutamente della forza comunicativa del suo predecessore e forse pecca anche di presunzione, pensando che l'azione di disgregamento delle aree più radicali, avviata con il pontificato di Wojtila, abbia messo definitivamente a tacere le voci dissidenti.
Sicuramente la teologia della liberazione, e il suo braccio politico-spirituale, "le comunità ecclesiali di base", non godono più della forza e della diffusione che ancora si percepivano nella metà degli anni '90, resta comunque vero che in Brasile la flessione dei cristiano-sociali non ha significato la scomparsa di questi, né il rafforzamento della chiesa più vicina alla curia romana.
I beneficiari maggiori dell'opera di distruzione delle comunità progressiste sono state infatti le varie chiese evangeliche di stampo pentecostale, le quali hanno potuto approfittare delle diatribe interne alla chiesa romana proponendo proprio alle classi più umili un culto le cui modalità possono veicolare meglio del tradizionalismo papista quell'esigenza di una spiritualità sincretistica e poco ortodossa che i brasiliani hanno da sempre espresso.
Da questo punto di vista risulta quanto meno consolatoria la lettura che i teologi progressisti brasiliani danno del fenomeno pentecostale, cattolico o evangelico che sia, ridotto a mera espressione della middle class carioca.
Al contrario, gran parte delle chiese riformate fanno riferimento agli strati più popolari della società brasiliana, cui offrono liturgie scatenate, in cui ci si possa esprimere attraverso la danza e la manifestazione di stati alterati di coscienza, dall'estasi mistica, al dialogo nelle "lingue degli angeli", al riposo nello spirito (stato di ipnosi indotto dalle abili guide "spirituali" evangeliche).
Si capisce bene come il culto evangelico sia capace di non far rimpiangere più di tanto le frenetiche liturgie afro-brasiliane che si svolgono nei terreiri del Brasile, in cui la perdita di lucidità e dello stato di vigilanza è fine del culto più che mezzo per permettere agli "spiriti" di parlare ai fedeli.
La chiesa cattolica, quindi, dopo aver messo all'indice l'unica espressione apostolico-romana che in Brasile possedeva un radicamento nelle classi sociali povere e, quindi, maggioritarie, si trova a perdere fedeli al ritmo di un 1% all'anno, per un totale di un 10% di cattolici che nell'ultimo decennio sono passati, armi e bagagli, tra le braccia della chiesa evangelica.
La ricetta che Ratzinger offre per bloccare questo lento ed ineluttabile stillicidio è quanto meno sorprendente: fedeltà a Roma (alla cui ortodossia i cattolici brasiliani hanno sempre preferito un eterodosso sincretismo panteistico), supremazia dello spirituale sul sociale (senza però essere in grado di fornire una pratica cultuale coinvolgente quanto quella degli evangelici) e morigeratezza nell'espressione liturgica (proposta a chi fa della ricerca dell'ebbrezza mistica lo scopo della propria pratica liturgica).
A Benedetto, per esempio, non piace che i cattolici del Sud del Mondo si abbraccino durante il segno della pace, per cui raccomanda di scambiare solo una sobria stretta di mano, come gli è stato insegnato nei cupi seminari tedeschi (dove mantenere le distanze sarà sicuramente una garanzia di incolumità per i giovani seminaristi), senza però capire che non può permettersi di imporre i propri blocchi psichici alla gente brasiliana, da sempre calorosa e fraterna nelle proprie espressioni affettive.
I momenti topici del viaggio papale sono stati l'incontro con i giovani nello stadio municipale di Pacaembu "Paulo Machado de Carvalho" di San Paolo, la celebrazione dei vespri con i vescovi del Brasile e la messa di inaugurazione della V Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Carabi, di fronte al santuario dell'Aparecida.
Per quanto riguarda l'incontro con i giovani, dopo un breve excursus, poco incisivo e d'occasione, sulla necessità di difendere l'ambiente e in particolare la foresta dell'Amazzonia, il papa è stato capace di affrontare un tema di sicura presa, come quello del senso della vita. Ai giovani Benedetto XVI chiede di impegnarsi, di formare una famiglia basata sul matrimonio, di essere onesti e non attaccati eccessivamente ai beni materiali. Parole vuote, queste ultime. Quando infatti il papa affronta la parabola evangelica del "giovane ricco" (quella in cui Cristo chiede ad un ricco giovane che lo interpella di lasciare tutti i suoi beni materiali, darli ai poveri, e di seguirlo) si affretta subito a tranquillizzare i giovani (ricchi), spiegando loro che qui si tratta di beni spirituali, non materiali. Ci mancherebbe che proprio la chiesa cattolica, da sempre ricca e fedele alleata dei potenti della terra, si mettesse a predicare ai propri paladini la necessità di dare le proprie ricchezze ai poveri.
Prevale ancora una volta la tradizionale esegesi cattolica del vangelo, volta a tranquillizzare i potenti e a limitare o eliminare tutto ciò che potrebbe mettere in discussione l'ordine sociale basato sulla disuguaglianza tra gli uomini. I giovani ricchi del Brasile stiano tranquilli: non dovranno dividere le proprie ricchezze, accumulate sfruttando milioni di connazionali tenuti nella miseria più disumana, con le vittime della propria avidità e della propria violenza di classe. C'è il papa a garantirli, c'è il vangelo che li difende. E se dio è con loro, chi sarà contro di loro?
In ogni caso l'incontro con i giovani scorre via liscio: la preoccupazione del papa, infatti, sono tutte rivolte ai vescovi, alcuni dei quali continuano a proteggere le comunità di base e si intestardiscono nel dire che la povertà è frutto della cattiva organizzazione sociale e delle sfruttamento che le classi forti esercitano sulle più deboli. Da più di vent'anni Benedetto XVI è in prima linea nel perseguitare amorevolmente questi "catto-comunisti" e adesso devo affrontarli vis-à-vis.
Ai vescovi brasiliani il papa della ricca curia romana spiega come comportarsi con i poveri:
"La gente povera delle periferie urbane o della campagna ha bisogno di sentire la vicinanza della Chiesa, sia nell'aiuto per le necessità più urgenti, sia nella difesa dei suoi diritti e nella promozione comune di una società fondata sulla giustizia e sulla pace. I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, ed il Vescovo, formato ad immagine del Buon Pastore, deve essere particolarmente attento a offrire il balsamo divino della fede, senza trascurare il «pane materiale".
Poco prima, però, il papa aveva detto: "quando, in seno alla Chiesa, è messo in questione il valore dell'impegno sacerdotale come affidamento totale a Dio attraverso il celibato apostolico e come totale disponibilità a servire le anime, e si dà la preferenza alle questioni ideologiche e politiche, anche partitiche, la struttura della totale consacrazione a Dio comincia a perdere il suo significato più profondo".
Allora, come si concilia la necessità di andare incontro agli ultimi, mantenendo la supremazia della spiritualità sulla politica e giustificando, per di più, la persecuzione di coloro che sono impegnati, spesso a rischio della vita, con gli sfruttati?
La ricetta è sempre la stessa ed è radicata in quell'atteggiamento di profonda ipocrisia che la chiesa esprime nella sua dottrina sociale: i poveri si aiutano chiedendo ai ricchi di essere meno avidi, cioè esclusivamente attraverso una "conversione del cuore" di quelle classi dominanti cui da sempre il clero appartiene.
Chi, invece, come hanno fatto molti preti, alcuni vescovi, e tantissimi laici cattolici dell'America Latina, si chiede seriamente quali siano le cause reali della povertà e si impegna a combatterle, diviene per questa ragione un nemico della chiesa stessa e va messo alle porte senza tanti complimenti.
Come sempre i padroni hanno dovuto fare, il papa si barcamena machiavellico tra la necessità di spendere una parola sul dramma umano che l'America Latina vive a causa dell'ingiustizia sociale e quella di far sì che la chiesa non muti le proprie alleanze di classe con i padroni della terra. Da questo compromesso, evidente per chiunque ancora possegga un minimo di onestà di giudizio, nasce la contraddizione della pastorale per i poveri e della persecuzione clericale nei confronti di chi lotta con i poveri.
A conclusione del viaggio apostolico in Brasile, rimane comunque la sensazione che ormai la Conferenza Generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi non sia più quella degli incontri di Medellin (1968) e di Puebla (1979), ma che si avvii verso quella pacificazione che tanto Roma ha voluto e per la quale tanto ha fatto.
I nemici odierni della Curia non sono più tanto i preti impegnati nel movimento dei "sem terras", quanto le aggressive comunità evangeliche vicine agli interessi degli USA e della destra brasiliana.
Per gli ultimi del mondo non è un gran guadagno.

Paolo Iervese

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