Un recente sceneggiato televisivo "L'amore e la guerra" vede Martina
Stella, nella parte della contessina Albertina Regis recasi al fronte,
si è nel corso della grande guerra, come crocerossina ed
innamorarsi, ricambiata, del sergente Rocco Parri, interpretato da
Daniele Liotti.
I due, dopo alterne e complicate ai limiti dell'implausibile vicende,
coronano la loro storia d'amore dimostrando come i fotoromanzi alla
Grand Hotel reggano nei gusti del pubblico ad ogni apparente
modernizzazione.
Mi rendo conto che il parallelo può sembrare forzato ma, quando
vedo in azione Luca Cordero di Montezemolo non posso fare a meno di
riflettere sulla tenuta nel tempo dell'élite dominante al punto
che l'aristocrazia, abolita per decreto dalla repubblica, sembra
mantenere il suo ruolo sociale centrale.
Dopo che, circa un anno addietro, l'arciborghese lombardo e provinciale
Silvio Berlusconi ha insidiato a Vicenza la leadership del nostro
cavalcando gli umori profondi della piccola e media imprenditoria
lombardo veneta, oggi l'algido Luca Cordero di Montezemolo ha
rilanciato attaccando, con ogni evidenza, il governo ma alzando il tiro
e prendendosela con la classe politica in quanto tale.
Basta, a questo proposito, leggere quanto ha affermato nel merito:
"La politica è la prima azienda italiana con quasi 180.000
eletti. Il costo della rappresentanza politica nel suo complesso in
Italia è pari a quello di Francia, Germania, Regno Unito e
Spagna messi insieme. Il solo sistema dei partiti costa al contribuente
200 milioni di euro l'anno, contro i 73 milioni della Francia. E mi
riferisco ai contributi diretti. Stime recenti parlano di un costo
complessivo della politica vicino ai 4 miliardi di euro" .
La Repubblica, 24 maggio 2007
Sarà un caso ma quest'affermazione è stata preceduta,
accompagnata, seguita da una serie di articoli, saggi, trasmissioni
televisive, sovente ben fatti, sulla corruzione ed inefficienza della
classe politica.
Sempre su La Repubblica, 24 maggio 2007, leggiamo:
"Un conto è rispettare la politica e i suoi costi, altro
è far finta di niente rispetto alla duplicazione delle
strutture, degli incarichi, delle prebende in carico alla
collettività, a tutta una serie di privilegi che molti politici
si autoassegnano. Tutto questo fa emergere un drammatico problema di
rapporto tra costi e risultati. Non ci spaventa dover sopportare il
costo anche alto di qualcosa che funziona bene, ci imbarazza il costo
altissimo di un sistema che ha perso efficacia e stenta a produrre
risultati"
Questo a fronte dell'orgogliosa affermazione "Noi abbiamo
rifiutato la logica del declino. Noi ci siamo rimboccati le maniche,
è a noi in primo luogo che si deve l'aver fatto uscire il Paese
dalle secche della crescita zero". "È un risultato di cui
dobbiamo essere fieri. Senza alterigia, ma con la consapevolezza di
aver saputo svolgere bene il compito che ci siamo dati quando abbiamo
scelto questo mestiere".
A prendere sul serio il nostro eroe saremmo di fronte ad una rottura
radicale fra due segmenti della classe dominante ed ad una crisi
paragonabile, per gravità, a quella che ha portato all'inizio
degli anni '90 alla fine della prima repubblica.
Effettivamente, pochi giorni prima, Massimo D'Alema su Il Corriere della Sera del 20 maggio 2007 aveva affermato:
"È in atto una crisi della credibilità della politica che
tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che
negli anni '90 segnarono la fine della prima Repubblica. E infatti se
è vero che il governo non gode di altissima fiducia è
anche vero che se si chiedesse alla gente se vuole il governo
Berlusconi, la risposta sarebbe "no". Alla scarsa fiducia verso di noi
non corrisponde una forte fiducia verso di lui.".
Non credo sia centrale, per noi, sapere se Luca Cordero di Montezemolo
vuole scendere in politica, fra l'altro ha dichiarato che non gli
interessa o se, con questa forzatura, intendesse dare un contributo,
senza esporsi in prima persona in un ruolo politico, alla costruzione
di un blocco centrista che tagli fuori la cosiddetta sinistra radicale
e la destra populista – non è casuale la risposta stizzita
del cavaliere, repubblicano, Silvio Berlusconi al nobilastro sabaudo -
per rilanciare un'ipotesi tecnocratica e modernizzatrice dal punto di
vista capitalistico.
Per parte mia, ritengo che la deriva del sistema politico italiano,
deriva tortuosa quant'altre poco, vada nella direzione di un ulteriore
superamento del partito di massa novecentesco troppo costoso,
pletorico, inefficiente ma credo anche che la classe politica abbia
mostrato una resistenza notevolissima ai tentativi di razionalizzazione
che le sono stati imposti nel tempo.
Si tratta, in fondo, di una contraddizione classica fra esigenza di
accumulazione del capitale che si sviluppa essenzialmente mediante la
devoluzione di quote del settore pubblico a quello privato e
altrettanto forte esigenza di consenso garantita dalla burocrazia
sindacale e partitica e dalla rete di clientele che la contorna.
Nei tempi stretti è, invece, interessante rilevare che
quest'uscita e le risposte polemiche ma anche dialogiche che ha
suscitato sembrano pensate per spostare l'attenzione dalla crescente
tensione sociale che si sta sviluppando intorno ai contratti, alla
riforma delle pensioni, ai tagli alla spesa sociale, alla crescita
della pressione fiscale sui redditi medio bassi alla "questione morale".
Basta tener conto del fatto che sono scaduti o in scadenza i contratti
del settore pubblico e quelli dei metalmeccanici, del commercio, del
turismo,degli alimentaristi, dei bancari, delle imprese di pulizia,
delle ferrovie, dei telefonici, degli aeroportuali e, perché
tacerne? dei giornalisti.
Questo mentre si tratta sulla riforma delle pensioni, sul trasferimento
del TFR ai fondi pensione e su questioni sociali di grande rilievo come
l'immigrazione, l'emergenza rifiuti in Campania, senza dimenticare il
TAV, il Dal Molin ecc…
Per un verso siamo, questo è evidente, in una fase di scarsa
conflittualità sul piano salariale. Sembra, infatti, che i
sindacati istituzionali riescano a tenere sotto controllo la situazione
anche se sono costretti ad assumere attitudini più dure di
quanto vorrebbero a fronte delle chiusure del governo e, soprattutto,
che i processi di ristrutturazione imposti nei decenni passati ai
lavoratori continuino ad esercitare la loro funzione passivizzante.
Per l'altro, è ragionevole supporre che le tensioni che covano
siano in procinto di emergere e il padronato ha tutto l'interesse a
spostare il piano dello scontro riproponendo una qualche forma di
alleanza dei produttori contro i parassiti.
Si tratta, per noi, di cogliere le potenzialità di sviluppo
dell'azione autonoma di classe che apre questa contraddizione. Se,
infatti, la sinistra statalista – in questo singolarmente simile
alla destra - è lacerata fra la difesa delle sue clientele e la
necessità di dimostrasi capitalisticamente affidabile, noi non
abbiamo certamente questo problema.
Al contrario, proprio la ripresa del conflitto su salario, reddito,
diritti, libertà, difesa del territorio pone le condizioni per
una parallela potatura dell'area di parassitismo che caratterizza il
sistema dei partiti.
Una partita, per molti versi, interessante.
Cosimo Scarinzi