Umanità Nova, n.19 del 3 giugno 2007, anno 87

Fotoromanzo politico
Luca, Silvio, Massimo e - sullo sfondo - la lotta di classe


Un recente sceneggiato televisivo "L'amore e la guerra" vede Martina Stella, nella parte della contessina Albertina Regis recasi al fronte, si è nel corso della grande guerra, come crocerossina ed innamorarsi, ricambiata, del sergente Rocco Parri, interpretato da Daniele Liotti.
I due, dopo alterne e complicate ai limiti dell'implausibile vicende, coronano la loro storia d'amore dimostrando come i fotoromanzi alla Grand Hotel reggano nei gusti del pubblico ad ogni apparente modernizzazione.
Mi rendo conto che il parallelo può sembrare forzato ma, quando vedo in azione Luca Cordero di Montezemolo non posso fare a meno di riflettere sulla tenuta nel tempo dell'élite dominante al punto che l'aristocrazia, abolita per decreto dalla repubblica, sembra mantenere il suo ruolo sociale centrale.
Dopo che, circa un anno addietro, l'arciborghese lombardo e provinciale Silvio Berlusconi ha insidiato a Vicenza la leadership del nostro cavalcando gli umori profondi della piccola e media imprenditoria lombardo veneta, oggi l'algido Luca Cordero di Montezemolo ha rilanciato attaccando, con ogni evidenza, il governo ma alzando il tiro e prendendosela con la classe politica in quanto tale.
Basta, a questo proposito, leggere quanto ha affermato nel merito:
"La politica è la prima azienda italiana con quasi 180.000 eletti. Il costo della rappresentanza politica nel suo complesso in Italia è pari a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna messi insieme. Il solo sistema dei partiti costa al contribuente 200 milioni di euro l'anno, contro i 73 milioni della Francia. E mi riferisco ai contributi diretti. Stime recenti parlano di un costo complessivo della politica vicino ai 4 miliardi di euro" .
La Repubblica, 24 maggio 2007
Sarà un caso ma quest'affermazione è stata preceduta, accompagnata, seguita da una serie di articoli, saggi, trasmissioni televisive, sovente ben fatti, sulla corruzione ed inefficienza della classe politica.
Sempre su La Repubblica, 24 maggio 2007, leggiamo:
"Un conto è rispettare la politica e i suoi costi, altro è far finta di niente rispetto alla duplicazione delle strutture, degli incarichi, delle prebende in carico alla collettività, a tutta una serie di privilegi che molti politici si autoassegnano. Tutto questo fa emergere un drammatico problema di rapporto tra costi e risultati. Non ci spaventa dover sopportare il costo anche alto di qualcosa che funziona bene, ci imbarazza il costo altissimo di un sistema che ha perso efficacia e stenta a produrre risultati"
Questo a fronte dell'orgogliosa affermazione  "Noi abbiamo rifiutato la logica del declino. Noi ci siamo rimboccati le maniche, è a noi in primo luogo che si deve l'aver fatto uscire il Paese dalle secche della crescita zero". "È un risultato di cui dobbiamo essere fieri. Senza alterigia, ma con la consapevolezza di aver saputo svolgere bene il compito che ci siamo dati quando abbiamo scelto questo mestiere".
A prendere sul serio il nostro eroe saremmo di fronte ad una rottura radicale fra due segmenti della classe dominante ed ad una crisi paragonabile, per gravità, a quella che ha portato all'inizio degli anni '90 alla fine della prima repubblica.
Effettivamente, pochi giorni prima, Massimo D'Alema su Il Corriere della Sera del 20 maggio 2007 aveva affermato:
"È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni '90 segnarono la fine della prima Repubblica. E infatti se è vero che il governo non gode di altissima fiducia è anche vero che se si chiedesse alla gente se vuole il governo Berlusconi, la risposta sarebbe "no". Alla scarsa fiducia verso di noi non corrisponde una forte fiducia verso di lui.".
Non credo sia centrale, per noi, sapere se Luca Cordero di Montezemolo vuole scendere in politica, fra l'altro ha dichiarato che non gli interessa o se, con questa forzatura, intendesse dare un contributo, senza esporsi in prima persona in un ruolo politico, alla costruzione di un blocco centrista che tagli fuori la cosiddetta sinistra radicale e la destra populista – non è casuale la risposta stizzita del cavaliere, repubblicano, Silvio Berlusconi al nobilastro sabaudo - per rilanciare un'ipotesi tecnocratica e modernizzatrice dal punto di vista capitalistico.
Per parte mia, ritengo che la deriva del sistema politico italiano, deriva tortuosa quant'altre poco, vada nella direzione di un ulteriore superamento del partito di massa novecentesco troppo costoso, pletorico, inefficiente ma credo anche che la classe politica abbia mostrato una resistenza notevolissima ai tentativi di razionalizzazione che le sono stati imposti nel tempo.
Si tratta, in fondo, di una contraddizione classica fra esigenza di accumulazione del capitale che si sviluppa essenzialmente mediante la devoluzione di quote del settore pubblico a quello privato e altrettanto forte esigenza di consenso garantita dalla burocrazia sindacale e partitica e dalla rete di clientele che la contorna.
Nei tempi stretti è, invece, interessante rilevare che quest'uscita e le risposte polemiche ma anche dialogiche che ha suscitato sembrano pensate per spostare l'attenzione dalla crescente tensione sociale che si sta sviluppando intorno ai contratti, alla riforma delle pensioni, ai tagli alla spesa sociale, alla crescita della pressione fiscale sui redditi medio bassi alla "questione morale".
Basta tener conto del fatto che sono scaduti o in scadenza i contratti del settore pubblico e quelli dei metalmeccanici, del commercio, del turismo,degli alimentaristi, dei bancari, delle imprese di pulizia, delle ferrovie, dei telefonici, degli aeroportuali e, perché tacerne? dei giornalisti.
Questo mentre si tratta sulla riforma delle pensioni, sul trasferimento del TFR ai fondi pensione e su questioni sociali di grande rilievo come l'immigrazione, l'emergenza rifiuti in Campania, senza dimenticare il TAV, il Dal Molin ecc…
Per un verso siamo, questo è evidente, in una fase di scarsa conflittualità sul piano salariale. Sembra, infatti, che i sindacati istituzionali riescano a tenere sotto controllo la situazione anche se sono costretti ad assumere attitudini più dure di quanto vorrebbero a fronte delle chiusure del governo e, soprattutto, che i processi di ristrutturazione imposti nei decenni passati ai lavoratori continuino ad esercitare la loro funzione passivizzante.
Per l'altro, è ragionevole supporre che le tensioni che covano siano in procinto di emergere e il padronato ha tutto l'interesse a spostare il piano dello scontro riproponendo una qualche forma di alleanza dei produttori contro i parassiti.
Si tratta, per noi, di cogliere le potenzialità di sviluppo dell'azione autonoma di classe che apre questa contraddizione. Se, infatti, la sinistra statalista – in questo singolarmente simile alla destra - è lacerata fra la difesa delle sue clientele e la necessità di dimostrasi capitalisticamente affidabile, noi non abbiamo certamente questo problema.
Al contrario, proprio la ripresa del conflitto su salario, reddito, diritti, libertà, difesa del territorio pone le condizioni per una parallela potatura dell'area di parassitismo che caratterizza il sistema dei partiti.
Una partita, per molti versi, interessante.

Cosimo Scarinzi

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