Umanità Nova, n.19 del 3 giugno 2007, anno 87

Abruzzo. Discariche di morte


È stata definita come la discarica più grande d'Europa quella scoperta nei pressi di Bussi sul Tirino (PE), a due passi dal fiume e dal polo industriale. Una distesa di 4 ettari che, nel corso di decenni, sarebbe stata la tomba di un numero imprecisato di sostanze tossiche contenute in rifiuti e scarti industriali. Molte delle sostanze, originariamente "palabili", cioè a metà fra stato liquido e solido, sono state ritrovate cristallizzate. Questo fa pensare ad un'attività consolidatasi in oltre un cinquantennio, forse addirittura un secolo, nel quale nei dintorni di Bussi sono stati scaricati e nascosti milioni di tonnellate di sostanze altamente tossiche.
Si studiano al momento i metodi per un'immediata bonifica del luogo e si ricercano i responsabili. Le sostanze contenute nel terreno, stimate approssimativamente in 240.000 tonnellate, avrebbero bisogno di un discarica molto ampia ed attrezzata non facile da trovare. I costi per una tale bonifica si aggirano sui 60 milioni di euro, cifra che dovrebbe essere stralciata o dai bilanci degli enti provinciali o regionali, o dai fondi stanziati per il disinquinamento del fiume Pescara e la valorizzazione territoriale.
I tempi, in pratica, per quanto sia urgente il caso, si prevedono molto lunghi.
Prelievi ed sondaggi lasciano inoltre intendere che l'area avvelenata possa arrivare anche a 6 ettari.
L'attuale dirigenza della Solvay – che da pochi anni ha rilevato parte del complesso industriale chimico – si è affrettata a precisare di essere assolutamente estranea alla vicenda. Anche per il PM che segue le indagini, Aldo Aceto, l'industria chimica che opera in Abruzzo non c'entra ma, dichiara, "i danni prodotti all'ambiente sono incalcolabili e, fermo restando la situazione di fatto, dureranno migliaia di anni". Tra i reati contestati c'è anche inquinamento delle acque destinate all'uso pubblico; gli inquirenti per ora affermano che l'acqua è potabile e non ha subito contaminazione.

La storia industriale di Bussi
Bussi è stato da sempre considerato un sito interessante grazie all'acqua, così nel 1901 la società Franco-Svizzera di Elettricità, divenuta poi Società Italiana di Elettrochimica, ottenne la concessione di installare impianti per la produzione di cloro, sfruttando il fiume sia per il fabbisogno di acqua dell'industria stessa che per la produzione di energia elettrica. Nel 1907 Bussi rappresenta la prima produzione in Italia dell'Alluminio con il metodo Elettrochimico. Dopo la Prima Guerra Mondiale il polo industriale si concentra sulla produzione di Ferro-Silicio (corazze per le navi), Clorati (per esplosivi), Fosgene (da Tetracloruro di Carbonio per gas asfissianti), Ioduro e Cloruro di Benzile (gas irritanti e lacrimogeni), Acido Benzoico (irritanti). Nel dopoguerra, dopo un periodo in discesa, torna protagonista nel panorama della chimica nazionale con idrogeno e azoto. Nel 1921 la svolta definitiva con la "Società Elettrochimica Novarese", che porta alla completa industrializzazione dell'Alta Val Pescara.
Secondo alcune testimonianze, intorno al 1930 si sarebbe prodotta anche l'Iprite (il gas nervino che provocava ustioni e distruzione delle cellule) che Mussolini impiegò in Etiopia. Il gas era stato messo al bando dalla Convenzione di Ginevra fin dal 1925. Negli anni '30 gli impianti passarono sotto la gestione della Montecatini che dal 1960 concentrò lo sfruttamento per la produzione di cloro, clorometani, cloruro ammonico, piombo tetraetile e trielina. Nel luglio del 1966 venne costituita la SIAC (Società Italiana Additivi per Carburanti) che assunse, nel gennaio del 1967, la gestione del settore produttivo piombo-alchili; contemporaneamente il 50% del capitale della SIAC venne acquisito dalla Associated Octel Company di Londra, dando notevole impulso per la produzione di piombo tetraetile e poi di piombo tetrametile, cessata nel 1993. Nel 1975 fu realizzato l'impianto per la produzione di metasilicato di sodio. Tra il 1989 e il 1994 furono potenziati gli impianti per l'acqua ossigenata e per il clorometano. Fu avviato un nuovo impianto per il cloruro di metile, per il perborato di sodio e per il di silicato. Nel 1995 fu installato un nuovo impianto per la produzione di detergenti domestici con la caratteristica di esercitare a freddo l'effetto sbiancante a cui si uniscono le proprietà battericide.

I veleni
Il terreno attualmente è di proprietà di una società immobiliare che fa capo alla galassia Montedison. Vi sono state rilevate abbondanti tracce di cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, percloroetilene, esaclorobutadiene, pentaclorobutadieni, tetracloroetano, composti organici clorurati, composti organici alogenati, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti, idrocarburi paraffinici, tricloroetilene, tetracloroetilene, triclorobenzeni. Anni e anni di rifiuti industriali gettati a marcire. Tutti scarti di lavorazione di industrie chimiche molto comuni sul territorio nazionale. Non si esclude, quindi, neanche il fatto che possano aver viaggiato anche per centinaia di chilometri prima di finire in Abruzzo. Un'operazione vasta e compiuta alla luce del sole: i camion si muovevano, le ruspe preparavano i profondi sbancamenti ed il letto sul quale poggiare la marea di veleni. Possibile che nessuno abbia visto? I cittadini di Bussi? E l'amministrazione comunale? I consiglieri? Possibile che non si siano mai accorti di nulla? Sorge il sospetto dell'omertà ma siamo in Abruzzo, dove – come ha ripetuto spesso di recente il Presidente della Regione del Turco – "l'omertà non può esistere perché qui le persone collaborano tutte con le forze dell'ordine". Il presidente della Provincia di Pescara, Giuseppe De Dominicis, e il sindaco di Bussi, signor Chella, dichiarano che, se si dovesse arrivare ad un giudizio, amministrazioni provinciale e comunale si costituiranno come parte civile. C'è anche però chi continua a ripetere che "tutto fosse chiaro e risaputo", che "tutti sapevano".

Il traffico di rifiuti tossici
Da più di vent'anni la regione è stata sempre al centro delle attenzioni dei trafficanti di rifiuti e degli speculatori del settore. Dalla fine degli anni'80 si parla di discariche abusive nelle cave della Marsica, con la partecipazione della camorra casertana. Segue Lanciano, dove emersero con chiarezza sia fenomeni di collusione amministrativa per il rilascio di autorizzazioni alle discariche, sia l'esistenza di collegamenti tra attività di traffico illecito di rifiuti ed attività di gestione di cave per l'estrazione di materiale per l'edilizia; la cava si utilizzava per seppellire rifiuti. Altre vicende significative sono quelle relative alla gestione della cava Masci, in provincia dell'Aquila, dove risultano smaltimenti illeciti di rifiuti pericolosi provenienti da altre regioni. Ci fu poi il caso nel 1995 che interessò il depuratore di Montesilvano, nel quale sono stati smaltiti rifiuti industriali provenienti da diverse zone del nord Italia. Nella discarica di Ancorano (TE), il traffico, finalizzato principalmente allo smaltimento di rifiuti solidi urbani, interessava anche rifiuti speciali e/o tossico-nocivi, provenienti dalle aree del nord-est. La procura della Repubblica di Chieti invece, indagò alla fine degli anni '90 su rifiuti pericolosi che avevano come epicentro Tollo. Soltanto nel 2000 sono state sequestrate due discariche abusive a Fossacesia e Fresagrandinaria che contenevano circa 200 tonnellate di materiale, insetticida liquido e 1.800 litri di olio esausto. Si conclude con 16 condanne l'operazione denominata "Ebano" avviata nel dicembre del 1996, riguardante un giro di rifiuti speciali e industriali provenienti dal Nord Italia e smaltiti illegalmente in sei discariche abusive della Marsica. Lo scorso anno l'operazione "Mare Chiaro" metteva in luce come le sostanze tossiche dagli impianti della Ciaf Ambiente di Atessa finissero nel mare pugliese dopo un viaggio clandestino.

edoardo

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