È stata definita come la discarica più grande d'Europa
quella scoperta nei pressi di Bussi sul Tirino (PE), a due passi dal
fiume e dal polo industriale. Una distesa di 4 ettari che, nel corso di
decenni, sarebbe stata la tomba di un numero imprecisato di sostanze
tossiche contenute in rifiuti e scarti industriali. Molte delle
sostanze, originariamente "palabili", cioè a metà fra
stato liquido e solido, sono state ritrovate cristallizzate. Questo fa
pensare ad un'attività consolidatasi in oltre un cinquantennio,
forse addirittura un secolo, nel quale nei dintorni di Bussi sono stati
scaricati e nascosti milioni di tonnellate di sostanze altamente
tossiche.
Si studiano al momento i metodi per un'immediata bonifica del luogo e
si ricercano i responsabili. Le sostanze contenute nel terreno, stimate
approssimativamente in 240.000 tonnellate, avrebbero bisogno di un
discarica molto ampia ed attrezzata non facile da trovare. I costi per
una tale bonifica si aggirano sui 60 milioni di euro, cifra che
dovrebbe essere stralciata o dai bilanci degli enti provinciali o
regionali, o dai fondi stanziati per il disinquinamento del fiume
Pescara e la valorizzazione territoriale.
I tempi, in pratica, per quanto sia urgente il caso, si prevedono molto lunghi.
Prelievi ed sondaggi lasciano inoltre intendere che l'area avvelenata possa arrivare anche a 6 ettari.
L'attuale dirigenza della Solvay – che da pochi anni ha rilevato
parte del complesso industriale chimico – si è affrettata
a precisare di essere assolutamente estranea alla vicenda. Anche per il
PM che segue le indagini, Aldo Aceto, l'industria chimica che opera in
Abruzzo non c'entra ma, dichiara, "i danni prodotti all'ambiente sono
incalcolabili e, fermo restando la situazione di fatto, dureranno
migliaia di anni". Tra i reati contestati c'è anche inquinamento
delle acque destinate all'uso pubblico; gli inquirenti per ora
affermano che l'acqua è potabile e non ha subito contaminazione.
La storia industriale di Bussi
Bussi è stato da sempre considerato un sito interessante grazie
all'acqua, così nel 1901 la società Franco-Svizzera di
Elettricità, divenuta poi Società Italiana di
Elettrochimica, ottenne la concessione di installare impianti per la
produzione di cloro, sfruttando il fiume sia per il fabbisogno di acqua
dell'industria stessa che per la produzione di energia elettrica. Nel
1907 Bussi rappresenta la prima produzione in Italia dell'Alluminio con
il metodo Elettrochimico. Dopo la Prima Guerra Mondiale il polo
industriale si concentra sulla produzione di Ferro-Silicio (corazze per
le navi), Clorati (per esplosivi), Fosgene (da Tetracloruro di Carbonio
per gas asfissianti), Ioduro e Cloruro di Benzile (gas irritanti e
lacrimogeni), Acido Benzoico (irritanti). Nel dopoguerra, dopo un
periodo in discesa, torna protagonista nel panorama della chimica
nazionale con idrogeno e azoto. Nel 1921 la svolta definitiva con la
"Società Elettrochimica Novarese", che porta alla completa
industrializzazione dell'Alta Val Pescara.
Secondo alcune testimonianze, intorno al 1930 si sarebbe prodotta anche
l'Iprite (il gas nervino che provocava ustioni e distruzione delle
cellule) che Mussolini impiegò in Etiopia. Il gas era stato
messo al bando dalla Convenzione di Ginevra fin dal 1925. Negli anni
'30 gli impianti passarono sotto la gestione della Montecatini che dal
1960 concentrò lo sfruttamento per la produzione di cloro,
clorometani, cloruro ammonico, piombo tetraetile e trielina. Nel luglio
del 1966 venne costituita la SIAC (Società Italiana Additivi per
Carburanti) che assunse, nel gennaio del 1967, la gestione del settore
produttivo piombo-alchili; contemporaneamente il 50% del capitale della
SIAC venne acquisito dalla Associated Octel Company di Londra, dando
notevole impulso per la produzione di piombo tetraetile e poi di piombo
tetrametile, cessata nel 1993. Nel 1975 fu realizzato l'impianto per la
produzione di metasilicato di sodio. Tra il 1989 e il 1994 furono
potenziati gli impianti per l'acqua ossigenata e per il clorometano. Fu
avviato un nuovo impianto per il cloruro di metile, per il perborato di
sodio e per il di silicato. Nel 1995 fu installato un nuovo impianto
per la produzione di detergenti domestici con la caratteristica di
esercitare a freddo l'effetto sbiancante a cui si uniscono le
proprietà battericide.
I veleni
Il terreno attualmente è di proprietà di una
società immobiliare che fa capo alla galassia Montedison. Vi
sono state rilevate abbondanti tracce di cloroformio, tetracloruro di
carbonio, esacloroetano, percloroetilene, esaclorobutadiene,
pentaclorobutadieni, tetracloroetano, composti organici clorurati,
composti organici alogenati, idrocarburi policiclici aromatici, metalli
pesanti, idrocarburi paraffinici, tricloroetilene, tetracloroetilene,
triclorobenzeni. Anni e anni di rifiuti industriali gettati a marcire.
Tutti scarti di lavorazione di industrie chimiche molto comuni sul
territorio nazionale. Non si esclude, quindi, neanche il fatto che
possano aver viaggiato anche per centinaia di chilometri prima di
finire in Abruzzo. Un'operazione vasta e compiuta alla luce del sole: i
camion si muovevano, le ruspe preparavano i profondi sbancamenti ed il
letto sul quale poggiare la marea di veleni. Possibile che nessuno
abbia visto? I cittadini di Bussi? E l'amministrazione comunale? I
consiglieri? Possibile che non si siano mai accorti di nulla? Sorge il
sospetto dell'omertà ma siamo in Abruzzo, dove – come ha
ripetuto spesso di recente il Presidente della Regione del Turco
– "l'omertà non può esistere perché qui le
persone collaborano tutte con le forze dell'ordine". Il presidente
della Provincia di Pescara, Giuseppe De Dominicis, e il sindaco di
Bussi, signor Chella, dichiarano che, se si dovesse arrivare ad un
giudizio, amministrazioni provinciale e comunale si costituiranno come
parte civile. C'è anche però chi continua a ripetere che
"tutto fosse chiaro e risaputo", che "tutti sapevano".
Il traffico di rifiuti tossici
Da più di vent'anni la regione è stata sempre al centro
delle attenzioni dei trafficanti di rifiuti e degli speculatori del
settore. Dalla fine degli anni'80 si parla di discariche abusive nelle
cave della Marsica, con la partecipazione della camorra casertana.
Segue Lanciano, dove emersero con chiarezza sia fenomeni di collusione
amministrativa per il rilascio di autorizzazioni alle discariche, sia
l'esistenza di collegamenti tra attività di traffico illecito di
rifiuti ed attività di gestione di cave per l'estrazione di
materiale per l'edilizia; la cava si utilizzava per seppellire rifiuti.
Altre vicende significative sono quelle relative alla gestione della
cava Masci, in provincia dell'Aquila, dove risultano smaltimenti
illeciti di rifiuti pericolosi provenienti da altre regioni. Ci fu poi
il caso nel 1995 che interessò il depuratore di Montesilvano,
nel quale sono stati smaltiti rifiuti industriali provenienti da
diverse zone del nord Italia. Nella discarica di Ancorano (TE), il
traffico, finalizzato principalmente allo smaltimento di rifiuti solidi
urbani, interessava anche rifiuti speciali e/o tossico-nocivi,
provenienti dalle aree del nord-est. La procura della Repubblica di
Chieti invece, indagò alla fine degli anni '90 su rifiuti
pericolosi che avevano come epicentro Tollo. Soltanto nel 2000 sono
state sequestrate due discariche abusive a Fossacesia e
Fresagrandinaria che contenevano circa 200 tonnellate di materiale,
insetticida liquido e 1.800 litri di olio esausto. Si conclude con 16
condanne l'operazione denominata "Ebano" avviata nel dicembre del 1996,
riguardante un giro di rifiuti speciali e industriali provenienti dal
Nord Italia e smaltiti illegalmente in sei discariche abusive della
Marsica. Lo scorso anno l'operazione "Mare Chiaro" metteva in luce come
le sostanze tossiche dagli impianti della Ciaf Ambiente di Atessa
finissero nel mare pugliese dopo un viaggio clandestino.
edoardo