Umanità Nova, n.20 del 10 giugno 2007, anno 87

Elezioni
Chi non va e chi va a destra


Ad ogni elezione si aggregano e si disaggregano dati, si compara, si assembla, si somma e si sottrae: tutto vero e tutto discutibile, come ogni lettura di dato, di statistica, di rappresentazione numerica della realtà. Quindi non mi propongo di dire il vero, ma neppure di raccontare il falso. Dirò la mia, appunto opinabile opinione.
Tra le altre cose abito a Genova città dove si è votato e per il Sindaco e per la Provincia e dove la sinistra istituzionale regna(va) incontrastata.

Quattro sono i dati, a mio parere, immediatamente evidenti:
- L'astensionismo, in aumento quasi esclusivamente nella Province, attribuibile agli elettori della sinistra. Astensionismo in calo nei grandi comuni, probabilmente attribuibile alla rinnovata partecipazione degli elettori di destra. Il parametro di riferimento sono le elezioni 2002.
- La vittoria netta, in gran parte delle città grandi e delle Province, del Centro-Destra;
- L'arretramento elettorale della sinistra sedicente "radicale", in particolare di Rifondazione Comunista;
- La prevalenza all'interno dell'Ulivo, futuribile Partito Democratico, dei candidati della Margherita a discapito di quelli Ds: quindi arretramento anche della sinistra sedicente "riformista".

Per quanto riguarda l'astensionismo, occorre fare alcune annotazioni, senza per questo arrivare a facili entusiasmi di parte, anarchica e quindi astensionista.
La prima cosa che mi viene in mente è che la democrazia dei consumi si può reggere bene, o abbastanza bene, anche senza il consenso attivo della gran parte dei suoi cittadini. L'astensionismo anglosassone, in particolare quello statunitense, si regge spesso su numeri inferiori alla metà degli aventi il diritto, senza che il sistema nel suo complesso venga radicalmente messo in "discussione". In Europa occidentale, le fasi sono alterne e non sempre a comprensione lineare: le votazioni locali sono significativamente diverse da quelle nazionali ed ogni specificità territoriale esprime il proprio carattere peculiare. In Francia, per esempio, alle ultime Presidenziali l'afflusso elettorale è stato molto cospicuo. Da noi, dato mi pare evidente in molte elezioni locali, in particolare quelle provinciali, i dati dell'astensionismo sono molto alti, sino a superare il 40% degli aventi diritto.
Nella Provincia di Vicenza non ha votato il 42% degli elettori (-8% di votanti, con riferimento alle Provinciali del 2002), in quella di Genova il 40% (-6% di votanti), in quella di La Spezia il 41% (-10% di votanti), in quella di Como il 42% di votanti (-10% di votanti), in quella di Ancona il 44% (-10% di votanti), in quella di Varese il 46% (-8%) di votanti ed infine, in controtendenza, in quella di Vercelli il 36% (+ 10% di votanti).
Credo anche io, come hanno detto molti commentatori, che gran parte dell'astensionismo aggiunto (quindi non storico), provenga dalle fila della sinistra, delusa, se non delusissima dal Governo Prodi e dalla sue promesse mancate, nonché da quelle attuate. Da Dal Molin di Vicenza all'inceneritore di Sestri Ponente (Genova), alla chiusura di ospedali territoriali, all'inquinamento locale ed alle vecchie ricette per non risolverlo, molti elettori in barba al ricatto Berlusconiano hanno deciso di non dare più assegni in bianco a chicchessia. In alcuni casi si tratta di vere e proprie forme di protesta, in altri casi, i più, a mio avviso, soltanto di una ritirata silenziosa e disperante. Il passaggio fondamentale rimane sempre quello dal rifiuto della delega alla lotta, senza la quale l'astensionismo sa soltanto di mancanza generale di fiducia e nulla più. Parte dell'astensionismo storico nelle votazioni Provinciali risiede anche nel fatto che molti elettori non sanno a che cosa servano le Province (e noi con loro).

Nei grandi comuni è invece avvenuto esattamente il contrario, a parte la città di Genova, dove c'è stato un calo elettorale del 6%. A Monza i votanti sono stati il 73,5% (+ 14% rispetto al 2002), a Verona il 76,6% (+10%), a Lecce l'80% (=), a Reggio Calabria l'81,9% (+1%), a Parma il 74,5% (-2,5%), ad Asti il 73,6% (+9%), ad Alessandria il 74, 6% (+8%), a Como il 68% (-0,5%), ad Oristano il 78% (+7%) e così via. Questo significa che, a parte alcuni casi di diminuzione relativa dei votanti, in molti altri comuni medio grandi l'afflusso elettorale è stato maggiore rispetto a quello del 2002 e forse perché molti votanti di destra, delusi dal governo Berlusconi sono tornati a votare in concomitanza con il nuovo governo Prodi, mentre il voto della sinistra è stato identico a quello passato o è calato in alcuni centri.

Destra vincente in un paese dove la destra fa a destra, conseguentemente, e la sinistra, forse anche lì conseguentemente, fa la destra. Il dato comunque non è dei più rassicuranti perché rappresenta mentalità diffuse e comuni. Il Pd rischia di essere una bolla di sapone e se non fosse che non sono dietologo potrei pensare che i dirigenti dell'ex PCI sono stati lautamente pagati per distruggere tutto ciò che avevano in mano: maestri di nichilismo riformista. La sinistra radicale, in particolare Rifondazione perde punti ovunque ed in alcuni casi è soltanto più un 1, qualcosa. Sul perché crediamo di averne dato a lungo conto sul giornale. Può essere che sia anche la crisi della politica, come dice il molto onorevole Fausto Bertinotti, sicuramente lo è delle loro bugie e del loro politicantesismo.

Pietro Stara

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