Umanità Nova, n.22 del 25 giugno 2007, anno 87

Una partita mortale
Libano e Palestina: verso un fronte sunnita filo USA


Gli avvenimenti delle ultime settimane nella Striscia di Gaza e quelli del campo profughi Palestinese di Nahr al Bared, nel Libano settentrionale a pochi chilometri dalla città di Tripoli, sono intimamente collegati tra loro. La causa scatenante della prima situazione come della seconda è il saldarsi dell'asse sunnita alleato degli Stati Uniti (e, indirettamente, di Israele) nei due paesi chiave del Libano e della Palestina. L'attacco contro il gruppo palestinese salafita e la guerra preventiva mossa da Hamas contro al Fatah sono le due facce di un processo che sta portando l'intero spettro dei regimi arabi di fede sunnita a schierarsi con gli USA e contro l'Iran, timorosi della forza del messaggio messianico di Teheran e, soprattutto del suo imporsi come principale potenza regionale dell'area, in diretto controcanto con Israele. Per i regimi saudita ed egiziano sarebbe uno smacco feroce che porterebbe a contraccolpi interni di portata difficilmente valutabile. Per questo Il Cairo e Ryad si sono spesi negli ultimi mesi in un'incessante attività diplomatica finalizzata ad unificare il campo sunnita in contrasto con l'Iran sciita e con la Siria laica.
La prima conseguenza della trasformazione del campo sunnita è, naturalmente, l'emarginazione e la cancellazione di chi non acconsente ad entrare a fare parte di questo gioco all'interno del campo sunnita. L'alleato principale di Teheran in Libano, il partito sciita Hezbollah, è stato accuratamente tenuto fuori dalle azioni di guerra; questo non solo per non aprire troppi fronti, ma anche perché l'obiettivo è tutto interno al campo sunnita. In altre parole le capitali del fronte sunnita filo-USA stanno distruggendo proprio quelle realtà delle quali avevano favorito l'affermazione quando queste servivano per minare l'egemonia delle sinistre nazionaliste su paesi e movimenti di liberazione centrali per il mondo arabo.
Non è un mistero per nessuno che i gruppi salafiti in tutto il Medio Oriente, nel Maghreb e in Russia siano nati grazie ai finanziamenti sauditi e a quelli pakistani, come non è un mistero che l'Egitto favorì Hamas contro al Fatah dominato ancora da Arafat, così come è a tutti noto che la rete di al Qaeda si sia formata a partire dai gruppi di guerriglia internazionali creati contro i sovietici in Afganistan da sauditi, pakistani ed egiziani. Ora, venuta meno la loro funzione di blocco all'espansione del nazionalismo arabo nella sua versione di sinistra, questi gruppi si trovano di fronte al dilemma tra il riassorbimento e la distruzione da parte degli stessi regimi che ne avevano alimentato la nascita.
Il senso generale degli avvenimenti di queste settimane è da ricercarsi in questo nuovo mutamento del clima nelle terre d'Arabia. Ad Hamas i sauditi e, prima gli egiziani, avevano offerto una corda di salvataggio proponendo la suddivisione del potere con al Fatah e la rinuncia all'obiettivo della liberazione della Palestina e della sua trasformazione in uno stato islamico. Il vertice di Hamas aveva in principio accettato l'offerta, ma la resistenza di una parte notevole dell'organizzazione e, soprattutto dei suoi settori armati, aveva convinto Abu Mazen ad iniziare una corsa al riarmo finalizzata a chiudere con le armi la questione. Ovviamente gli Stati Uniti sono rimasti favorevolmente colpiti da questa intenzione e hanno giocato la parte di fornitori di armi e di addestratori dei corpi speciali di al Fatah. La dirigenza di Hamas, a quel punto ha capito che l'unica arma che gli restava in mano per non farsi spazzare via era la conquista della Striscia di Gaza, dove è maggioranza, e la trattativa da un punto di forza. In questo momento sembra che i calcoli della dirigenza islamista siano stati fatti bene: al Fatah ha perso la partita militare a Gaza e non è riuscita a difendere nemmeno i locali delle sue forze speciali. Non si può però prevedere il comportamento dell'asse sunnita, della stessa Fatah e, soprattutto di egiziani ed israeliani messi di fronte alla vittoria totale di Hamas nella piccola enclave palestinese tra i due paesi.
In Libano il governo di Siniora è intervenuto in modo durissimo per non dire criminale contro il campo profughi di Nahr al Bared posto a pochi chilometri da Tripoli. Da giorni si susseguono i bombardamenti che naturalmente colpiscono innanzitutto la popolazione civile. Il campo profughi in questione è da tempo un feudo di Fatah al Islam, gruppo palestinese salafita formatosi da una scissione dal gruppo Fatah al Intifada, uno dei gruppi creatisi tra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso secolo per volontà della Siria allo scopo di impedire alla leadership di Arafat il controllo dell'intero movimento di liberazione palestinese. Questo gruppo non è né filo siriano né affiliato ad al Qaeda come è stato detto negli scorsi giorni da fonti più o meno qualificate. È un gruppo salafita, quindi integralista e nemico del regime siriano e concorrenziale con al Qaeda e la sua rete nel tentativo di radicare il messaggio islamista all'interno dei campi profughi palestinesi in Libano. Sembra certo che abbia ricevuto finanziamenti dai sauditi per scindersi da Fatah al Intifada ed indebolire uno strumento di egemonia siriano nel paese e tra i palestinesi. Questo dato confermerebbe l'operazione di pulizia del campo sunnita attualmente in corso dal momento che anche il premier libanese è un uomo dell'Arabia Saudita. Allo stesso tempo l'attacco a un gruppo sunnita esclude la reazione a sud di Hezbollah e dell'alleanza cristiano-sciita da mesi in lotta contro il governo cristiano-druso sunnita sostenuto da sauditi, egiziani, americani ed europei. Hezbollah e i suoi alleati cristiani sanno perfettamente di essere il vero ostacolo alla normalizzazione del Libano e sono a conoscenza del fatto che la fine del regolamento di conti in campo sunnita li porterà a rientrare nel mirino. Sanno però altrettanto bene che l'alleanza con un gruppo sunnita salafita li screditerebbe nel paese, soprattutto in un momento in cui è in discussione la concessione della cittadinanza libanese ai palestinesi in cambio della rinuncia al ritorno in Palestina. Questa eventualità è vista da sciiti e cristiani come il fumo negli occhi perché rafforzerebbe giocoforza la componente sunnita del paese dei Cedri. In questo quadro ogni contraddizione interna al campo sunnita è vista come una manna del cielo, così come ogni contrasto tra il governo sunnita e i palestinesi dei campi profughi.

Le strategie di Washington per uscire dal pantano iracheno
Questi avvenimenti sono la cartina di tornasole per analizzare la strategia che gli Stati Uniti stanno cercando di costruire in Medio Oriente per uscire dal pantano iracheno e chiudere Teheran nell'angolo. Sembra in quanto sta avvenendo che a Washington stiano prevalendo i realisti sugli interventisti neocon. Il rafforzamento dell'asse sunnita è il rafforzamento di regimi come quello saudita e quello egiziano che in neocon rifiutavano in quanto portatori di un modello politico e di valori molto distante dalla democrazia occidentale in salsa americana; in secondo luogo rafforza il ruolo di al Fatah e di Abu Mazen che gli interventisti americani volevano spazzare via in nome dei loro legami privilegiati con la destra israeliana intenzionata a pervenire alla pulizia etnica della Palestina; in terzo luogo questa prospettiva rilancia il ruolo della finanza araba emarginata dai circoli mondiali dopo l'undici settembre; in quarto luogo scommette per ottenere un cambio di regime in Siria sull'affermazione dei Fratelli Musulmani locali, salafiti ma disponibili all'alleanza con Washington sotto gli auspici di Ryad. Un quadro che poco ha a che vedere con le prospettive di Grande Medio Oriente modellato sull'esempio americano, all'interno del quale avrebbe trovato alloggio un'unica potenza regionale, Israele. Nel nuovo quadro che si sta determinando Israele probabilmente dovrà piegarsi a fare delle concessioni sia pur non significative. La vittoria nelle primarie laburiste di Barak, l'uomo del quasi accordo del 2000 con Arafat, e la definitiva crisi di Olmert e del partito del defunto macellaio Sharon, Kadima, significa una sola cosa: Israele andrà alle urne con una sfida tra "l'uomo della pace" che in questa occasione sarà appoggiato dagli USA, e l'estremista Netanyau. A Washington questa volta puntano sul primo contro il secondo per normalizzare definitivamente la Palestina. Barak non andrà, se eletto, certo oltre le proposte del 2000, cioè tre cantoni palestinesi senza Gerusalemme e con il controllo di Tel Aviv del corridoio centrale del Mar Morto e del corso del Giordano, ma questo è molto di più di quanto Olmert e Kadima potrebbero pensare di offrire e di quanto mai offrirebbe la destra del Likud che punta apertamente alla cacciata di tutti gli arabi dalla Cisgiordania. Ovviamente il successo di tale gioco dipende dalla riuscita di al Fatah nella guerra civile con Hamas, e dal distacco apparente con il quale Israele guarderà a quello che sta accadendo appena oltre i suoi confini. La mancata reazione ai lanci dei Qassam su Sderot, quando per molto di meno Tel Aviv era solita scatenare tempeste di fuoco e di fiamme sulla martoriata Gaza, è il sintomo di questo atteggiamento: Tel Aviv non vuole aiutare Hamas a compattare i palestinesi sotto la sua ala di fronte a un'aggressione di Tsahal.
Nel merito dei rapporti con l'Iran è chiaro che un successo dell'asse sunnita (e, quindi di Washington e di Bruxelles, di Parigi e di Roma) nel normalizzare Palestina e Libano, rafforzerebbe il ruolo dei realisti di Teheran che da mesi si muovono per limitare il potere di Amadinejad e che hanno segnato un successo lo scorso autunno limitandone il mandato di un anno con un voto compatto del Parlamento. L'eventuale caduta del presidente iraniano a favore di un esponente dell'élite clericale moderata e anti messianica, porterebbe alla definizione della crisi tra USA ed Iran in forme non cruente e permetterebbe a Washington di assicurare un ordine locale a lei favorevole limitando l'influenza di Mosca e, soprattutto, di Pechino, vero antagonista globale degli Stati Uniti e bisognoso di sempre nuove fonti di approvvigionamento energetico. Inoltre evitando la guerra con l'Iran Washington riuscirebbe a mantenere ferma l'alleanza con l'Europa, che la guerra non vuole perché Teheran è economicamente un partner strategico per Roma, Londra, Berlino e Parigi, e ad arrivar ad una possibile soluzione per il puzzle iracheno, favorendo l'ascesa di un leader sciita indipendente da Teheran e benvisto dai sunniti locali come Moqtada al Sadr.
Naturalmente questo scenario è solo una delle possibili evoluzioni della politica americana nel Medio Oriente nei prossimi anni. Altrettanto naturalmente nel suo dispiegarsi si deve tenere in conto che l'azione dei centri di potere mondiali è oggi fortemente condizionata da una serie di valutazioni e di interessi che esulano da quello che potremmo individuare come l'interesse generale della classe capitalistica del paese dominante e dei paesi ad esso alleati. Valutazioni a breve termine, necessità di realizzazione di iperprofitti in tempi rapidi, concorrenzialità esasperata tra blocchi di produttori e/o di possessori di capitali mobili, e anche interessi non capitalistici di settori delle burocrazie militari e di quelle religiose, stanno definendo molte delle scelte dell'iperpotenza planetaria e rischiano di condurre gli eventi ben lontano da dove una forma di razionalità economica e politica li dovrebbe condurre.
Per essere più chiari, l'invasione dell'Iraq è avvenuta contro il parere della comunità finanziaria ed imprenditoriale americana, fatto salvo il gruppo di imprenditori del settore petrolifero e di quello della "ricostruzione" che hanno praticamente preso in ostaggio la Casa Bianca fin dall'elezione di George W. Bush. Lo stesso fallimento americano nel dopoguerra iracheno deve essere letto come logica conseguenza del rifiuto USA di muoversi nel senso di sostegno nei confronti della popolazione locale nel ripristino di decenti condizioni di vita, e al contrario di deciso sostegno a una politica di rapina delle risorse locali messa in atto dalle imprese degli "amici del Presidente".
La razionalità di lungo e di medio periodo evidentemente non abita più i piani alti del dominio capitalistico sul mondo. Se a questo aggiungiamo gli interessi delle burocrazie militari USA e quelli delle burocrazie religiose e dei nazionalismi occidentali più aggressivi come quello israeliano, il corto circuito è evidente e le capacità di razionalizzare la situazione da parte dei dominanti diminuiscono vertiginosamente. In altre parole la concorrenza senza coordinamento finanziario e produttivo genera una condizione di guerra permanente per il mantenimento del dominio, in cui trovano ampio spazio forme di potere completamente estranee alla razionalità capitalistica e che spingono il pianeta verso uno scontro continuo che potrebbe scappare di mano da un momento all'altro con conseguenze spaventose.

I nemici del mio nemico non sono miei amici
In questo quadro può essere allettante pensare ad alleanze possibili con i nemici dell'iperpotenza, qualsiasi essi siano. In realtà, però una politica di questo genere si scontra con le caratteristiche che i nazionalismi del medio Oriente hanno assunto in questi anni. Sia che si tratti di gruppi a base religiosa (sempre più egemoni), che a base laica e nazionalista, questi gruppi sono animati dal tentativo di una classe dominante locale di distruggere il legame coloniale tra l'occidente e l'élite locale da questo dipendente. In altre parole dal rifiuto d continuare a consegnare all'occidente le ricchezze locali in cambio di capitali che vanno a esclusivo vantaggio di un gruppo limitato di dominanti. Politiche di controllo delle ricchezze in primo luogo energetiche porterebbero all'emersione di una nuova classe di dominanti contornata da un vero e proprio ceto medio legato alle funzioni pubbliche e alle imprese di proprietà statale o sotto il controllo governativo. Ma se in America Latina questo processo avviene in dialettica costante con masse popolari di differente estrazione che sono in grado di interagire con questa nascente borghesia di stato e, in qualche modo, di condizionarla, in Medio Oriente tutto avviene sotto l'insegna di ideologie e di prassi politiche passivizzanti per la popolazione o, al limite, funzionali in modo esclusivo al potere delle nuove élite autonominate spesso su base e programma religioso e, quindi, per decreto, non criticabili.
Questo è il motivo che, se da un lato ci fa' pensare che ogni difficoltà USA e occidentale in genere alla stabilizzazione del dominio è sicuramente positiva, dall'altra non può che farci rifiutare ogni appoggio ad esperienze che si propongono in modo esclusivo la sostituzione di un dominio con un altro con il corredo di passivizzazione della popolazione e di distruzione di ogni esperienza non conforme al nuovo ordine che provi a costituirsi in questi paesi. La controrivoluzione komeinista in Iran con il suo strascico di massacri, torture e distruzione di ogni esperienza di organizzazione popolare e di espressione del libero pensiero non può che metterci sull'avviso sul tipo di società immaginata dai gruppi islamici e nazionalisti arabi che oggi si oppongono al potere USA e al suo codazzo europeo.

Giacomo Catrame


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