Gli avvenimenti delle ultime settimane nella Striscia di Gaza e quelli
del campo profughi Palestinese di Nahr al Bared, nel Libano
settentrionale a pochi chilometri dalla città di Tripoli, sono
intimamente collegati tra loro. La causa scatenante della prima
situazione come della seconda è il saldarsi dell'asse sunnita
alleato degli Stati Uniti (e, indirettamente, di Israele) nei due paesi
chiave del Libano e della Palestina. L'attacco contro il gruppo
palestinese salafita e la guerra preventiva mossa da Hamas contro al
Fatah sono le due facce di un processo che sta portando l'intero
spettro dei regimi arabi di fede sunnita a schierarsi con gli USA e
contro l'Iran, timorosi della forza del messaggio messianico di Teheran
e, soprattutto del suo imporsi come principale potenza regionale
dell'area, in diretto controcanto con Israele. Per i regimi saudita ed
egiziano sarebbe uno smacco feroce che porterebbe a contraccolpi
interni di portata difficilmente valutabile. Per questo Il Cairo e Ryad
si sono spesi negli ultimi mesi in un'incessante attività
diplomatica finalizzata ad unificare il campo sunnita in contrasto con
l'Iran sciita e con la Siria laica.
La prima conseguenza della trasformazione del campo sunnita è,
naturalmente, l'emarginazione e la cancellazione di chi non acconsente
ad entrare a fare parte di questo gioco all'interno del campo sunnita.
L'alleato principale di Teheran in Libano, il partito sciita Hezbollah,
è stato accuratamente tenuto fuori dalle azioni di guerra;
questo non solo per non aprire troppi fronti, ma anche perché
l'obiettivo è tutto interno al campo sunnita. In altre parole le
capitali del fronte sunnita filo-USA stanno distruggendo proprio quelle
realtà delle quali avevano favorito l'affermazione quando queste
servivano per minare l'egemonia delle sinistre nazionaliste su paesi e
movimenti di liberazione centrali per il mondo arabo.
Non è un mistero per nessuno che i gruppi salafiti in tutto il
Medio Oriente, nel Maghreb e in Russia siano nati grazie ai
finanziamenti sauditi e a quelli pakistani, come non è un
mistero che l'Egitto favorì Hamas contro al Fatah dominato
ancora da Arafat, così come è a tutti noto che la rete di
al Qaeda si sia formata a partire dai gruppi di guerriglia
internazionali creati contro i sovietici in Afganistan da sauditi,
pakistani ed egiziani. Ora, venuta meno la loro funzione di blocco
all'espansione del nazionalismo arabo nella sua versione di sinistra,
questi gruppi si trovano di fronte al dilemma tra il riassorbimento e
la distruzione da parte degli stessi regimi che ne avevano alimentato
la nascita.
Il senso generale degli avvenimenti di queste settimane è da
ricercarsi in questo nuovo mutamento del clima nelle terre d'Arabia. Ad
Hamas i sauditi e, prima gli egiziani, avevano offerto una corda di
salvataggio proponendo la suddivisione del potere con al Fatah e la
rinuncia all'obiettivo della liberazione della Palestina e della sua
trasformazione in uno stato islamico. Il vertice di Hamas aveva in
principio accettato l'offerta, ma la resistenza di una parte notevole
dell'organizzazione e, soprattutto dei suoi settori armati, aveva
convinto Abu Mazen ad iniziare una corsa al riarmo finalizzata a
chiudere con le armi la questione. Ovviamente gli Stati Uniti sono
rimasti favorevolmente colpiti da questa intenzione e hanno giocato la
parte di fornitori di armi e di addestratori dei corpi speciali di al
Fatah. La dirigenza di Hamas, a quel punto ha capito che l'unica arma
che gli restava in mano per non farsi spazzare via era la conquista
della Striscia di Gaza, dove è maggioranza, e la trattativa da
un punto di forza. In questo momento sembra che i calcoli della
dirigenza islamista siano stati fatti bene: al Fatah ha perso la
partita militare a Gaza e non è riuscita a difendere nemmeno i
locali delle sue forze speciali. Non si può però
prevedere il comportamento dell'asse sunnita, della stessa Fatah e,
soprattutto di egiziani ed israeliani messi di fronte alla vittoria
totale di Hamas nella piccola enclave palestinese tra i due paesi.
In Libano il governo di Siniora è intervenuto in modo durissimo
per non dire criminale contro il campo profughi di Nahr al Bared posto
a pochi chilometri da Tripoli. Da giorni si susseguono i bombardamenti
che naturalmente colpiscono innanzitutto la popolazione civile. Il
campo profughi in questione è da tempo un feudo di Fatah al
Islam, gruppo palestinese salafita formatosi da una scissione dal
gruppo Fatah al Intifada, uno dei gruppi creatisi tra gli anni Ottanta
e Novanta dello scorso secolo per volontà della Siria allo scopo
di impedire alla leadership di Arafat il controllo dell'intero
movimento di liberazione palestinese. Questo gruppo non è
né filo siriano né affiliato ad al Qaeda come è
stato detto negli scorsi giorni da fonti più o meno qualificate.
È un gruppo salafita, quindi integralista e nemico del regime
siriano e concorrenziale con al Qaeda e la sua rete nel tentativo di
radicare il messaggio islamista all'interno dei campi profughi
palestinesi in Libano. Sembra certo che abbia ricevuto finanziamenti
dai sauditi per scindersi da Fatah al Intifada ed indebolire uno
strumento di egemonia siriano nel paese e tra i palestinesi. Questo
dato confermerebbe l'operazione di pulizia del campo sunnita
attualmente in corso dal momento che anche il premier libanese è
un uomo dell'Arabia Saudita. Allo stesso tempo l'attacco a un gruppo
sunnita esclude la reazione a sud di Hezbollah e dell'alleanza
cristiano-sciita da mesi in lotta contro il governo cristiano-druso
sunnita sostenuto da sauditi, egiziani, americani ed europei. Hezbollah
e i suoi alleati cristiani sanno perfettamente di essere il vero
ostacolo alla normalizzazione del Libano e sono a conoscenza del fatto
che la fine del regolamento di conti in campo sunnita li porterà
a rientrare nel mirino. Sanno però altrettanto bene che
l'alleanza con un gruppo sunnita salafita li screditerebbe nel paese,
soprattutto in un momento in cui è in discussione la concessione
della cittadinanza libanese ai palestinesi in cambio della rinuncia al
ritorno in Palestina. Questa eventualità è vista da
sciiti e cristiani come il fumo negli occhi perché rafforzerebbe
giocoforza la componente sunnita del paese dei Cedri. In questo quadro
ogni contraddizione interna al campo sunnita è vista come una
manna del cielo, così come ogni contrasto tra il governo sunnita
e i palestinesi dei campi profughi.
Le strategie di Washington per uscire dal pantano iracheno
Questi avvenimenti sono la cartina di tornasole per analizzare la
strategia che gli Stati Uniti stanno cercando di costruire in Medio
Oriente per uscire dal pantano iracheno e chiudere Teheran nell'angolo.
Sembra in quanto sta avvenendo che a Washington stiano prevalendo i
realisti sugli interventisti neocon. Il rafforzamento dell'asse sunnita
è il rafforzamento di regimi come quello saudita e quello
egiziano che in neocon rifiutavano in quanto portatori di un modello
politico e di valori molto distante dalla democrazia occidentale in
salsa americana; in secondo luogo rafforza il ruolo di al Fatah e di
Abu Mazen che gli interventisti americani volevano spazzare via in nome
dei loro legami privilegiati con la destra israeliana intenzionata a
pervenire alla pulizia etnica della Palestina; in terzo luogo questa
prospettiva rilancia il ruolo della finanza araba emarginata dai
circoli mondiali dopo l'undici settembre; in quarto luogo scommette per
ottenere un cambio di regime in Siria sull'affermazione dei Fratelli
Musulmani locali, salafiti ma disponibili all'alleanza con Washington
sotto gli auspici di Ryad. Un quadro che poco ha a che vedere con le
prospettive di Grande Medio Oriente modellato sull'esempio americano,
all'interno del quale avrebbe trovato alloggio un'unica potenza
regionale, Israele. Nel nuovo quadro che si sta determinando Israele
probabilmente dovrà piegarsi a fare delle concessioni sia pur
non significative. La vittoria nelle primarie laburiste di Barak,
l'uomo del quasi accordo del 2000 con Arafat, e la definitiva crisi di
Olmert e del partito del defunto macellaio Sharon, Kadima, significa
una sola cosa: Israele andrà alle urne con una sfida tra "l'uomo
della pace" che in questa occasione sarà appoggiato dagli USA, e
l'estremista Netanyau. A Washington questa volta puntano sul primo
contro il secondo per normalizzare definitivamente la Palestina. Barak
non andrà, se eletto, certo oltre le proposte del 2000,
cioè tre cantoni palestinesi senza Gerusalemme e con il
controllo di Tel Aviv del corridoio centrale del Mar Morto e del corso
del Giordano, ma questo è molto di più di quanto Olmert e
Kadima potrebbero pensare di offrire e di quanto mai offrirebbe la
destra del Likud che punta apertamente alla cacciata di tutti gli arabi
dalla Cisgiordania. Ovviamente il successo di tale gioco dipende dalla
riuscita di al Fatah nella guerra civile con Hamas, e dal distacco
apparente con il quale Israele guarderà a quello che sta
accadendo appena oltre i suoi confini. La mancata reazione ai lanci dei
Qassam su Sderot, quando per molto di meno Tel Aviv era solita
scatenare tempeste di fuoco e di fiamme sulla martoriata Gaza, è
il sintomo di questo atteggiamento: Tel Aviv non vuole aiutare Hamas a
compattare i palestinesi sotto la sua ala di fronte a un'aggressione di
Tsahal.
Nel merito dei rapporti con l'Iran è chiaro che un successo
dell'asse sunnita (e, quindi di Washington e di Bruxelles, di Parigi e
di Roma) nel normalizzare Palestina e Libano, rafforzerebbe il ruolo
dei realisti di Teheran che da mesi si muovono per limitare il potere
di Amadinejad e che hanno segnato un successo lo scorso autunno
limitandone il mandato di un anno con un voto compatto del Parlamento.
L'eventuale caduta del presidente iraniano a favore di un esponente
dell'élite clericale moderata e anti messianica, porterebbe alla
definizione della crisi tra USA ed Iran in forme non cruente e
permetterebbe a Washington di assicurare un ordine locale a lei
favorevole limitando l'influenza di Mosca e, soprattutto, di Pechino,
vero antagonista globale degli Stati Uniti e bisognoso di sempre nuove
fonti di approvvigionamento energetico. Inoltre evitando la guerra con
l'Iran Washington riuscirebbe a mantenere ferma l'alleanza con
l'Europa, che la guerra non vuole perché Teheran è
economicamente un partner strategico per Roma, Londra, Berlino e
Parigi, e ad arrivar ad una possibile soluzione per il puzzle iracheno,
favorendo l'ascesa di un leader sciita indipendente da Teheran e
benvisto dai sunniti locali come Moqtada al Sadr.
Naturalmente questo scenario è solo una delle possibili
evoluzioni della politica americana nel Medio Oriente nei prossimi
anni. Altrettanto naturalmente nel suo dispiegarsi si deve tenere in
conto che l'azione dei centri di potere mondiali è oggi
fortemente condizionata da una serie di valutazioni e di interessi che
esulano da quello che potremmo individuare come l'interesse generale
della classe capitalistica del paese dominante e dei paesi ad esso
alleati. Valutazioni a breve termine, necessità di realizzazione
di iperprofitti in tempi rapidi, concorrenzialità esasperata tra
blocchi di produttori e/o di possessori di capitali mobili, e anche
interessi non capitalistici di settori delle burocrazie militari e di
quelle religiose, stanno definendo molte delle scelte dell'iperpotenza
planetaria e rischiano di condurre gli eventi ben lontano da dove una
forma di razionalità economica e politica li dovrebbe condurre.
Per essere più chiari, l'invasione dell'Iraq è avvenuta
contro il parere della comunità finanziaria ed imprenditoriale
americana, fatto salvo il gruppo di imprenditori del settore
petrolifero e di quello della "ricostruzione" che hanno praticamente
preso in ostaggio la Casa Bianca fin dall'elezione di George W. Bush.
Lo stesso fallimento americano nel dopoguerra iracheno deve essere
letto come logica conseguenza del rifiuto USA di muoversi nel senso di
sostegno nei confronti della popolazione locale nel ripristino di
decenti condizioni di vita, e al contrario di deciso sostegno a una
politica di rapina delle risorse locali messa in atto dalle imprese
degli "amici del Presidente".
La razionalità di lungo e di medio periodo evidentemente non
abita più i piani alti del dominio capitalistico sul mondo. Se a
questo aggiungiamo gli interessi delle burocrazie militari USA e quelli
delle burocrazie religiose e dei nazionalismi occidentali più
aggressivi come quello israeliano, il corto circuito è evidente
e le capacità di razionalizzare la situazione da parte dei
dominanti diminuiscono vertiginosamente. In altre parole la concorrenza
senza coordinamento finanziario e produttivo genera una condizione di
guerra permanente per il mantenimento del dominio, in cui trovano ampio
spazio forme di potere completamente estranee alla razionalità
capitalistica e che spingono il pianeta verso uno scontro continuo che
potrebbe scappare di mano da un momento all'altro con conseguenze
spaventose.
I nemici del mio nemico non sono miei amici
In questo quadro può essere allettante pensare ad alleanze
possibili con i nemici dell'iperpotenza, qualsiasi essi siano. In
realtà, però una politica di questo genere si scontra con
le caratteristiche che i nazionalismi del medio Oriente hanno assunto
in questi anni. Sia che si tratti di gruppi a base religiosa (sempre
più egemoni), che a base laica e nazionalista, questi gruppi
sono animati dal tentativo di una classe dominante locale di
distruggere il legame coloniale tra l'occidente e l'élite locale
da questo dipendente. In altre parole dal rifiuto d continuare a
consegnare all'occidente le ricchezze locali in cambio di capitali che
vanno a esclusivo vantaggio di un gruppo limitato di dominanti.
Politiche di controllo delle ricchezze in primo luogo energetiche
porterebbero all'emersione di una nuova classe di dominanti contornata
da un vero e proprio ceto medio legato alle funzioni pubbliche e alle
imprese di proprietà statale o sotto il controllo governativo.
Ma se in America Latina questo processo avviene in dialettica costante
con masse popolari di differente estrazione che sono in grado di
interagire con questa nascente borghesia di stato e, in qualche modo,
di condizionarla, in Medio Oriente tutto avviene sotto l'insegna di
ideologie e di prassi politiche passivizzanti per la popolazione o, al
limite, funzionali in modo esclusivo al potere delle nuove élite
autonominate spesso su base e programma religioso e, quindi, per
decreto, non criticabili.
Questo è il motivo che, se da un lato ci fa' pensare che ogni
difficoltà USA e occidentale in genere alla stabilizzazione del
dominio è sicuramente positiva, dall'altra non può che
farci rifiutare ogni appoggio ad esperienze che si propongono in modo
esclusivo la sostituzione di un dominio con un altro con il corredo di
passivizzazione della popolazione e di distruzione di ogni esperienza
non conforme al nuovo ordine che provi a costituirsi in questi paesi.
La controrivoluzione komeinista in Iran con il suo strascico di
massacri, torture e distruzione di ogni esperienza di organizzazione
popolare e di espressione del libero pensiero non può che
metterci sull'avviso sul tipo di società immaginata dai gruppi
islamici e nazionalisti arabi che oggi si oppongono al potere USA e al
suo codazzo europeo.
Giacomo Catrame