Umanità Nova, n.24 dell'8 luglio 2007, anno 87

Letture
Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi


Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi (1894-1924), di Edoardo Puglielli, ed. Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo

"Il lavoro di Edoardo Puglielli va a costituire un'ulteriore tessera di un mosaico che in molti abbiamo contribuito a comporre e che, seppure con lentezza, sembra diventare di volta in volta più definito". Con questa nota conclusiva il prefatore, mentre esprime gli apprezzamenti – condivisibili e sacrosanti – per la ricerca, ci rappresenta, in estrema sintesi, un'efficace visuale retrospettiva e sullo stato dell'arte della storiografia in tema di ferrovieri e sindacalismo ferroviario. Quest'ultimo aspetto ci coinvolge particolarmente. Certo non siamo più al "panorama piuttosto sconsolante" di cui si parlava in un convegno milanese di quasi vent'anni fa dedicato all'ottantesimo dell'"In Marcia!". Allora si era da poco superata la fase lunga degli studi pionieristici (Guerrini, Finzi, De Lorenzo…). Ed era una strada da percorrere che qualcuno aveva già indicato da tempo. Urgeva studiare e ricostruire vicende "ricche di elementi che contenevano insegnamenti e norme per tutto il movimento operaio italiano. Ché, anzi, uno dei tratti caratteristici di quest'ultimo è costituito proprio dal ruolo di avanguardia che, a differenza della maggioranza dei paesi europei, vi ebbe il movimento associativo e rivendicativo dei ferrovieri" (G. Procacci, 1962).
Alla base di tutto questo c'è un elemento immediatamente percettibile: la ferrovia che, dopo aver "unificato" un paese nella comunicazione, simboleggia ora con la sua peculiare classe lavoratrice un'ipotesi inedita per cementare anche l'unità del movimento operaio in Italia, movimento fatto di ex contadini, montanari, pastori...
Le motivazioni del ritardo storiografico erano molteplici e attenevano: a quell'alone di diffidenza di cui si è sempre circondato il sindacalismo rivoluzionario, fenomeno ritenuto ambiguo ma che era più che altro misconosciuto; alla maggiore "esemplarità" del settore operaio-metallurgico, più studiato per i possibili richiami "attuali"; alla complessità soprattutto delle vicende di un movimento policentrico come quello dei ferrovieri, articolato in eterogenee categorie, mestieri e spesso governato da inusuali maggioranze politiche al suo interno. Bisogna inoltre sottolineare la natura pluralista, federale e autonoma e "moderna" delle prime organizzazioni dei ferrovieri, natura talvolta offuscata da una certa tradizione storiografica forse troppo politicizzata e più attenta alla dimensione camerale territoriale che non a quella categoriale.
Nel 1994 esce finalmente per Unicopli la prima storia generale del SFI, lavoro di spessore coordinato da M. Antonioli. Dopo questa pietra miliare siamo però ritornati all'antico, a quella "lentezza" cui accenna garbatamente il prefatore.
Ciò a causa, soprattutto, della predominanza della committenza sulla ricerca.
Non è allora secondario sottolineare che Puglielli è un giovane studioso che, con capacità e utilizzando metodo scientifico, fa libera ricerca come volontariato, che ugualmente il lavoro editoriale che sta alla base di questa pubblicazione è autogestito e frutto principalmente di amore disinteressato e passione per la cultura.
Detto questo è necessario specificare – il titolo potrebbe fuorviare – che non siamo di fronte ad una classica storia locale, di livello regionale, subordinata a quella nazionale più rilevante. Il polo ferroviario di Sulmona, crocevia di inedite culture del lavoro, per la sua conformazione, la sua collocazione autonoma nella rete di strade ferrate che si sta formando, assume una dimensione spaziale in sé finita. Ed è una dimensione atta a far emergere in modo compiuto il requisito del "problema storiografico", elemento quest'ultimo che sta alla base di ogni attività euristica. Pensare ai ferrovieri abruzzesi come avanguardie del movimento sindacale non coincide certo con gli stereotipi comuni, del resto non è neppure lontanissimo dalla realtà. Il trentennio precedente la nascita del sindacato di classe dei ferrovieri aveva visto una grande espansione del trasporto ferroviario italiano, una vera e propria rivoluzione. Le linee si moltiplicarono e si ramificarono; la loro gestione, dopo le prime difficoltà del periodo immediatamente postunitario, passò in varie fasi al regime delle convenzioni, nel 1885, e venti anni dopo in via definitiva alla statizzazione.
Il sistema del trasporto ferroviario, vera spina dorsale del nuovo stato sud-europeo appena formatosi, fulcro di immensi interessi economici e finanziari, poneva l'allora classe dirigente seri problemi in ordine alla affidabilità politica e sociale, al controllo, del grande numero dei lavoratori addetti alle ferrovie, sentitamente nei poli nevralgici come quello abruzzese. Il paternalismo dei capi, il pugno di ferro delle direzioni generali, imposero la strada già imboccata da altri settori del nascente movimento operaio, del mutualismo e dell'associazionismo anche fra ferrovieri. All'interno di questi primi organismi, peraltro ispirati prevalentemente al solidarismo sociale mazziniano, nacquero gli embrioni del futuro sindacato di classe. Dal mutualismo, alla difesa e alla resistenza di classe il passo fu breve.
Il Sindacato Ferrovieri Italiani, che vede la luce in piena epoca giolittiana quale risultante di una lunga precedente esperienza, si fa da subito carico di questioni che vanno ben oltre il mero rivendicazionismo. La "filosofia" adottata appare ispirata ai principi dell'autovalorizzazione, ciò nel senso di approntare anche un'utile alternativa nella direzione di un radicale ricambio gestionario nell'Azienda ferroviaria. Si rivendica la partecipazione ed il concorso pieno del personale - degli "umili" si dice - alla risoluzione delle questioni tecniche che si pongono, "dalla traversa al treno che passa, dal casello all'anticamera del direttore".
Nel dopoguerra si renderà ancora più evidente quel disegno che Giolitti aveva iniziato ad approntare fin dall'epoca dello sciopero ferroviario del 1902, minacciato ma non attuato perché "non ammesso dalla legge". Dopo anni di uso indiscriminato del famigerato art. 56 del regolamento disciplinare, ci si orienta così definitivamente verso un'impostazione di legittimità dell'istituto del licenziamento per attività antigovernativa nei confronti del pubblico impiegato. Si precorrono in tal modo alcuni principi della successiva normativa fascista in materia, terreno concettuale e giuridico su cui si innesteranno le misure di militarizzazione del personale. Mentalità e cultura del lavoratore delle ferrovie si misurano di conseguenza anche sull'antagonismo risoluto verso questi provvedimenti liberticidi, si manifestano nella "gogna" a cui vengono impietosamente sottoposti i crumiri. In ballo ci sono dignità professionale, orgoglio di mestiere, etica della solidarietà di classe. Questi "buoni sentimenti" rappresentano, insieme agli elementi concettuali fondanti del sindacalismo degli albori, anche i connotati di quella "cultura professionale" che sarà essa stessa, nel corso dell'esperienza "consiliarista" del Biennio Rosso, una forma della lotta di classe.
Gli studiosi di storia del sindacalismo hanno già evidenziato per le vicende dei ferrovieri la sostanziale sincronia fra acquisizione della coscienza di classe e definizione di un prevalente orientamento politico radicale.
Ciò come diretta conseguenza di una sovrapposizione fra controparte sociale (lo Stato datore di lavoro) e controparte governativa. Anche per questo motivo gli anarchici avranno un ruolo determinante, insieme ai socialisti di tendenza rivoluzionaria, nei ranghi del sindacato, nelle stesse strutture dirigenti. La scelta dell'autonomia, sia pure dall'USI, si rivelerà invece la vera carta vincente di un sindacato che persegue la via difficile ma dignitosa dell'affrancamento del movimento operaio dai partiti politici.
Il volume di Puglielli è arricchito da un'interessante appendice documentaria con biografie e belle foto.
La prefazione è curata da Maurizio Antonioli, Ordinario di Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano e componente della Sez. Storia della Fondazione Di Vittorio.

Giorgio Sacchetti




home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti