Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi (1894-1924), di Edoardo Puglielli, ed. Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo
"Il lavoro di Edoardo Puglielli va a costituire un'ulteriore tessera di
un mosaico che in molti abbiamo contribuito a comporre e che, seppure
con lentezza, sembra diventare di volta in volta più definito".
Con questa nota conclusiva il prefatore, mentre esprime gli
apprezzamenti – condivisibili e sacrosanti – per la
ricerca, ci rappresenta, in estrema sintesi, un'efficace visuale
retrospettiva e sullo stato dell'arte della storiografia in tema di
ferrovieri e sindacalismo ferroviario. Quest'ultimo aspetto ci
coinvolge particolarmente. Certo non siamo più al "panorama
piuttosto sconsolante" di cui si parlava in un convegno milanese di
quasi vent'anni fa dedicato all'ottantesimo dell'"In Marcia!". Allora
si era da poco superata la fase lunga degli studi pionieristici
(Guerrini, Finzi, De Lorenzo…). Ed era una strada da percorrere
che qualcuno aveva già indicato da tempo. Urgeva studiare e
ricostruire vicende "ricche di elementi che contenevano insegnamenti e
norme per tutto il movimento operaio italiano. Ché, anzi, uno
dei tratti caratteristici di quest'ultimo è costituito proprio
dal ruolo di avanguardia che, a differenza della maggioranza dei paesi
europei, vi ebbe il movimento associativo e rivendicativo dei
ferrovieri" (G. Procacci, 1962).
Alla base di tutto questo c'è un elemento immediatamente
percettibile: la ferrovia che, dopo aver "unificato" un paese nella
comunicazione, simboleggia ora con la sua peculiare classe lavoratrice
un'ipotesi inedita per cementare anche l'unità del movimento
operaio in Italia, movimento fatto di ex contadini, montanari,
pastori...
Le motivazioni del ritardo storiografico erano molteplici e attenevano:
a quell'alone di diffidenza di cui si è sempre circondato il
sindacalismo rivoluzionario, fenomeno ritenuto ambiguo ma che era
più che altro misconosciuto; alla maggiore "esemplarità"
del settore operaio-metallurgico, più studiato per i possibili
richiami "attuali"; alla complessità soprattutto delle vicende
di un movimento policentrico come quello dei ferrovieri, articolato in
eterogenee categorie, mestieri e spesso governato da inusuali
maggioranze politiche al suo interno. Bisogna inoltre sottolineare la
natura pluralista, federale e autonoma e "moderna" delle prime
organizzazioni dei ferrovieri, natura talvolta offuscata da una certa
tradizione storiografica forse troppo politicizzata e più
attenta alla dimensione camerale territoriale che non a quella
categoriale.
Nel 1994 esce finalmente per Unicopli la prima storia generale del SFI,
lavoro di spessore coordinato da M. Antonioli. Dopo questa pietra
miliare siamo però ritornati all'antico, a quella "lentezza" cui
accenna garbatamente il prefatore.
Ciò a causa, soprattutto, della predominanza della committenza sulla ricerca.
Non è allora secondario sottolineare che Puglielli è un
giovane studioso che, con capacità e utilizzando metodo
scientifico, fa libera ricerca come volontariato, che ugualmente il
lavoro editoriale che sta alla base di questa pubblicazione è
autogestito e frutto principalmente di amore disinteressato e passione
per la cultura.
Detto questo è necessario specificare – il titolo potrebbe
fuorviare – che non siamo di fronte ad una classica storia
locale, di livello regionale, subordinata a quella nazionale più
rilevante. Il polo ferroviario di Sulmona, crocevia di inedite culture
del lavoro, per la sua conformazione, la sua collocazione autonoma
nella rete di strade ferrate che si sta formando, assume una dimensione
spaziale in sé finita. Ed è una dimensione atta a far
emergere in modo compiuto il requisito del "problema storiografico",
elemento quest'ultimo che sta alla base di ogni attività
euristica. Pensare ai ferrovieri abruzzesi come avanguardie del
movimento sindacale non coincide certo con gli stereotipi comuni, del
resto non è neppure lontanissimo dalla realtà. Il
trentennio precedente la nascita del sindacato di classe dei ferrovieri
aveva visto una grande espansione del trasporto ferroviario italiano,
una vera e propria rivoluzione. Le linee si moltiplicarono e si
ramificarono; la loro gestione, dopo le prime difficoltà del
periodo immediatamente postunitario, passò in varie fasi al
regime delle convenzioni, nel 1885, e venti anni dopo in via definitiva
alla statizzazione.
Il sistema del trasporto ferroviario, vera spina dorsale del nuovo
stato sud-europeo appena formatosi, fulcro di immensi interessi
economici e finanziari, poneva l'allora classe dirigente seri problemi
in ordine alla affidabilità politica e sociale, al controllo,
del grande numero dei lavoratori addetti alle ferrovie, sentitamente
nei poli nevralgici come quello abruzzese. Il paternalismo dei capi, il
pugno di ferro delle direzioni generali, imposero la strada già
imboccata da altri settori del nascente movimento operaio, del
mutualismo e dell'associazionismo anche fra ferrovieri. All'interno di
questi primi organismi, peraltro ispirati prevalentemente al
solidarismo sociale mazziniano, nacquero gli embrioni del futuro
sindacato di classe. Dal mutualismo, alla difesa e alla resistenza di
classe il passo fu breve.
Il Sindacato Ferrovieri Italiani, che vede la luce in piena epoca
giolittiana quale risultante di una lunga precedente esperienza, si fa
da subito carico di questioni che vanno ben oltre il mero
rivendicazionismo. La "filosofia" adottata appare ispirata ai principi
dell'autovalorizzazione, ciò nel senso di approntare anche
un'utile alternativa nella direzione di un radicale ricambio
gestionario nell'Azienda ferroviaria. Si rivendica la partecipazione ed
il concorso pieno del personale - degli "umili" si dice - alla
risoluzione delle questioni tecniche che si pongono, "dalla traversa al
treno che passa, dal casello all'anticamera del direttore".
Nel dopoguerra si renderà ancora più evidente quel
disegno che Giolitti aveva iniziato ad approntare fin dall'epoca dello
sciopero ferroviario del 1902, minacciato ma non attuato perché
"non ammesso dalla legge". Dopo anni di uso indiscriminato del
famigerato art. 56 del regolamento disciplinare, ci si orienta
così definitivamente verso un'impostazione di legittimità
dell'istituto del licenziamento per attività antigovernativa nei
confronti del pubblico impiegato. Si precorrono in tal modo alcuni
principi della successiva normativa fascista in materia, terreno
concettuale e giuridico su cui si innesteranno le misure di
militarizzazione del personale. Mentalità e cultura del
lavoratore delle ferrovie si misurano di conseguenza anche
sull'antagonismo risoluto verso questi provvedimenti liberticidi, si
manifestano nella "gogna" a cui vengono impietosamente sottoposti i
crumiri. In ballo ci sono dignità professionale, orgoglio di
mestiere, etica della solidarietà di classe. Questi "buoni
sentimenti" rappresentano, insieme agli elementi concettuali fondanti
del sindacalismo degli albori, anche i connotati di quella "cultura
professionale" che sarà essa stessa, nel corso dell'esperienza
"consiliarista" del Biennio Rosso, una forma della lotta di classe.
Gli studiosi di storia del sindacalismo hanno già evidenziato
per le vicende dei ferrovieri la sostanziale sincronia fra acquisizione
della coscienza di classe e definizione di un prevalente orientamento
politico radicale.
Ciò come diretta conseguenza di una sovrapposizione fra
controparte sociale (lo Stato datore di lavoro) e controparte
governativa. Anche per questo motivo gli anarchici avranno un ruolo
determinante, insieme ai socialisti di tendenza rivoluzionaria, nei
ranghi del sindacato, nelle stesse strutture dirigenti. La scelta
dell'autonomia, sia pure dall'USI, si rivelerà invece la vera
carta vincente di un sindacato che persegue la via difficile ma
dignitosa dell'affrancamento del movimento operaio dai partiti
politici.
Il volume di Puglielli è arricchito da un'interessante appendice documentaria con biografie e belle foto.
La prefazione è curata da Maurizio Antonioli, Ordinario di
Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche
dell'Università degli Studi di Milano e componente della Sez.
Storia della Fondazione Di Vittorio.
Giorgio Sacchetti