La Sardegna è rimasta a lungo al di fuori dei flussi migratori
provenienti dal Sud del mondo. Le rotte che dalle coste del nordafrica
portano all'isola sono più lunghe e rischiose rispetto a quelle
che portano a Lampedusa o in Sicilia, inoltre la Sardegna offre ben
poche occasioni di lavoro e, per chi non ha i documenti in regola,
può essere complicato lasciarla per raggiungere il continente.
A partire dallo scorso inverno la situazione è parzialmente
mutata e un flusso di giovani migranti provenienti soprattutto
dall'Algeria (ma anche dal Marocco) ha cominciato a raggiungere le
coste sarde a bordo di piccole imbarcazioni (6 mt circa) dotate di
motori fuoribordo. Affrontare il mare in queste condizioni è
estremamente rischioso, tant'è che a fronte di appena 450
immigrati fermati in Sardegna tra gennaio e giugno (Giornale di
Sardegna 19 e 23/6/07) la guardia costiera algerina (G.di S. 7/4/07)
denuncia di aver ripescato tra novembre e marzo ben 210 morti affogati
nel braccio di mare che separa la Sardegna dall'Algeria.
Si tratta di un esiguo numero di migranti, ma autorità e stampa
hanno preso la palla al balzo per montare una campagna strumentale
strillando di "emergenza sbarchi", "probabile esodo", possibili
"infiltrazioni di terroristi" e altre assurdità dello stesso
tenore.
Il fatto è che in Sardegna dall'inizio dell'anno dobbiamo
affrontare una vera e propria emergenza-razzismo delle istituzioni: in
modo simile a quanto accade in altre parti dello stato italiano, anche
qui si susseguono le campagne di stampa contro i"clandestini", i
"nomadi", i "romeni", etc., che preparano puntualmente rastrellamenti e
cacce all'uomo contro i migranti e sgomberi, distruzioni di case e
aggressioni razziste contro gli stranieri poveri residenti.
Tutte politiche repressive fortemente volute dal governo centrale,
tant'è che l'undici di giugno il viceministro dell'interno
Minniti è giunto a Cagliari per firmare uno di quei famigerati
"patti per la sicurezza" che sono stati presentati nelle città
di mezza Italia, a cominciare da Milano. Quello firmato a Cagliari
prevede (Unione Sarda del 12/6/2007) la creazione di una "Task-Force
che si occupi degli sbarchi di immigrati clandestini", la lotta contro
l'occupazione abusiva di aree ed edifici dismessi, il rafforzamento
delle operazioni di sgombero.
Niente di nuovo sotto il sole, la produzione di allarmi, emergenze e
paure è oggi il principale strumento per il mantenimento del
potere. La guerra contro i poveri di ogni nazionalità è
ora più che mai la costante su cui tutte le amministrazioni
pubbliche organizzano le loro politiche.
É per questo che l'appello stilato alla fine di maggio da un
gruppo di anarchici e anarchiche sardi/e si rivolgeva a tutte/i coloro
che vogliano in qualunque modo opporsi:
- alla costruzione di un lager destinato agli immigrati nel sud della Sardegna.
- al razzismo delle istituzioni e alle campagne di allarme e paura condotte dalla stampa.
- alle politiche di guerra ai poveri e di feroce repressione sociale condotte dalle amministrazioni pubbliche.
L'appello è risultato quanto mai tempestivo ed opportuno.
Infatti, mentre a Cagliari si preparava il "patto per la sicurezza", il
Questore (G.di S. 13/5/07) reclamava la creazione di un "centro di
accoglienza" (un Cpa, che in Sardegna fortunatamente ancora non
esiste), ed emissari della prefettura (U. S. del 23/5/2007) si
aggiravano per i comuni della costa interessati dagli sbarchi in cerca
di una scuola, un centro per anziani, una palestra da requisire per
realizzare, in perfetto stile cileno, il lager in questione. É a
questo punto (U. S. del 25/5/2007) che Emidio Casula, sottosegretario
sardo alla difesa e fiero difensore delle servitù militari,
propone di realizzare il kampo di prigionia per immigrati all'interno
della base militare di capo Teulada.
L'idea di realizzare una piccola Guantanamo sarda appare talmente
infame da lasciare increduli, anche perché la creazione
spudorata di un lager all'interno di una base militare è fatto
assolutamente inedito in Italia e credo in Europa (se si escludono le
carceri segrete della CIA in Polonia e Romania). Invece al termine
dell'ennesimo "summit" nella prefettura di Cagliari, il 5 giugno viene
annunciata la decisione di realizzare il primo Cpa sardo proprio
all'interno della base di Capo Teulada (G.di S. 6/6/07). La
realizzazione è data per imminente: entro l'estate.
La reazione del nascente movimento antirazzista sardo è stata
immediata: accompagnata da azioni di controinformazione (volantinaggi e
proiezione di filmati), il 15 giugno si è svolta una vivace
manifestazione di fronte alla Prefettura di Cagliari. Al presidio sono
intervenute un centinaio di persone che, fronteggiando gli uomini in
divisa, hanno esposto striscioni, bloccato il traffico e scandito
slogan contro le basi militari, i lager e i Cpt-Cpa. Oltre agli
anarchici hanno partecipato militanti di gruppi antimilitaristi,
indipendentisti, antifascisti e antirazzisti sardi e anche il Cobas
scuola e singoli militanti del PRC.
L'ipotizzata realizzazione di un lager per immigrati all'interno di un
campo militare appare di una gravità inaudita, non solo
perché richiama alla memoria tristi avvenimenti storici (1) e di
cronaca recente (2) ma anche perché propone un nuovo osceno
"modello di sviluppo" in cui si fanno convivere in un unico luogo
turismo, lager e attività militari. In questi giorni, infatti,
mentre si prepara ad accogliere il campo di prigionia per immigrati, la
base di Teulada si fa vanto di restituire, per lo sfruttamento
turistico estivo, alcune delle spiagge utilizzate nelle altre stagioni
per i bombardamenti e le guerre simulate. Naturalmente le spiagge non
sono state bonificate e dunque i fondali sono cosparsi di bombe
inesplose e la balneazione, in alcuni casi, vietata.
Queste prime azioni contro la realizzazione di un Cpa sembrano avere
avuto una qualche efficacia: nelle ultime settimane di giugno infatti i
giornali dell'isola hanno assunto un tono più prudente, sono
passati dall' "immediata realizzazione" al "non vi sono certezze
sull'apertura" (Giornale di Sardegna del 23/6/07). Non sappiamo se si
tratti di semplice tattica o se realmente ci sia stato un rinvio, certo
non ci facciamo illusioni. Infatti i rastrellamenti e le cacce all'uomo
ai danni dei migranti non si sono interrotte e gli immigrati fermati
dalla polizia vengono deportati nei Cpt del continente (Crotone e
Bari), dopo essere stati brevemente trattenuti in alberghi locali.
Le anarchiche e gli anarchici sardi sono stati i primi e i più
determinati nell'affrontare questa situazione nuova, che pone a tutti
gli antirazzisti sardi problemi mai affrontati prima. Nell'immediato,
è urgente svolgere un'azione di controinformazione tra la
popolazione delle zone costiere interessate dagli sbarchi ma è
altrettanto urgente la necessità di allargare la nostra rete di
relazioni e contatti fuori dall'isola. L'infamia di un lager
all'interno di una base militare infatti è troppo grave
perché possa essere affrontata solo a livello locale. Per
opporci con efficacia è necessaria l'esperienza e l'impegno di
chi conosce e affronta il problema già da molti anni.
Per info-contatti istrangi@libero.it
lo pseudo-chierico
(1) Si ricordi ad esempio che il colpo di stato organizzato dal
generale De Lorenzo, il cosiddetto "Piano Solo", prevedeva che i
principali esponenti dell'opposizione politica fossero deportati in
Sardegna e rinchiusi in un campo di concentramento all'interno della
base di Capo Marrargiu.
(2) A capo Teulada si trova un poligono per esercitazioni a fuoco di
artiglierie navali, di aerei e di blindati, tutti gli eserciti della
NATO lo utilizzano per addestrarsi. Numerosi militari hanno denunciato
di essersi ammalati a causa dell'utilizzo di proiettili all'uranio
impoverito, molti di loro sono deceduti. Dal 2003 al 2005 i pescatori
della zona hanno condotto una durissima lotta contro la base, occupando
numerose volte il poligono di tiro ed impedendo lo svolgimento delle
esercitazioni. Durante le occupazioni del poligono, avvenute nel corso
di queste lotte, i militari hanno "erroneamente" sparato proiettili di
artiglieria che sono caduti a poche centinaia di metri dalle barche dei
pescatori e dai lavoratori che sistemavano gli ombrelloni nelle spiagge
circostanti.