A qualche spettatore non è sfuggito un particolare davvero
divertente: il 26 giugno, in un'apparizione televisiva su La7, il
ministro Ferrero, di Rifondazione Comunista, che ha contribuito a
rifinanziare l'intervento militare italiano in Afganistan e ad
aumentare del 14% le spese militari, esibiva sulla giacca una spilla
con il fucile spezzato, da decenni simbolo dei nonviolenti e
degli antimilitaristi.
Scontate le ironie, ricordando anche la spilletta arcobaleno dei
pacifisti, ostentata da Bertinotti in occasione della sfilata militare
del 2 giugno 2006.
In realtà, la partecipazione a questo governo, per il partito
della Rifondazione Comunista sta costando davvero cara, con rilevanti
perdite di voti, conflitti interni, scissioni ed emorragia di
militanti, sempre più in crisi per una complessiva perdita
d'identità, tanto che sono in molti a parlare di una crisi ormai
irreversibile, specialmente dopo la débacle politica del 9
giugno in occasione della manifestazione contro la venuta di Bush.
In effetti, se in sedici anni di vita, la fortuna politica di
Rifondazione Comunista è in gran parte derivata dalla sua
partecipazione ai "movimenti", oggi questa passata sintonia può
dirsi annullata a causa della scelta istituzionale e governista,
compiuta dalla direzione bertinottiana del partito in antitesi con le
opposizioni sociali.
In particolare, due appaiono le contraddizioni salienti.
La prima, ovviamente è quella attorno al nodo della guerra.
Infatti, un partito che nel 2001, di fronte all'aggressione
statunitense contro l'Afganistan, aveva portato avanti la sua totale
contrarietà "senza se e senza ma", si è ritrovato a dover
votare per ben due volte a favore della partecipazione italiana a
questa guerra. E se questa responsabilità era criticabile sul
piano della tattica politica, è risultata ancor meno accettabile
su quello etico, dato che proprio Rifondazione Comunista era stata
protagonista di un processo di revisione ideologica che aveva messo la
non-violenza al centro della prassi comunista.
In secondo luogo, riprendendo alcuni elementi dell'elaborazione
neo-zapatista (ricordate il tanto declamato incontro tra Marcos e
Bertinotti?), il Prc sembrava alludere ad un superamento della classica
impostazione marxista-leninista della conquista del potere; invece,
tale discorso è apparso funzionale a liquidare ogni prospettiva
di tipo rivoluzionario, avvalorando piuttosto una rivisitazione
"radicale" di un riformismo comunque compatibile col dominio del
capitale.
Interessante notare a riguardo, da un punto di vista semantico, il
prevalente utilizzo nei documenti, nelle elaborazioni e nella
propaganda del partito, del termine "neoliberismo" al posto o come
sinonimo di "capitalismo".
Anche nel recente discorso pronunciato all'assemblea nazionale della
Sinistra Europea, Bertinotti è tornato a riaffermare tale
percorso, sostenendo: "abbiamo ascoltato con umiltà, quando
l'esperienza e il movimento ce lo ponevano, padri di culture diverse
come quelle della nonviolenza, che io continuo a pensare essere una
delle chiavi di volta delle nuove sinistre in Europa. Come un'idea di
critica del potere, di partecipazione, di rifiuto della delega e anche
di correzione dei nostri linguaggi e delle nostre culture da cui
andrebbero espunte in partenza gli elementi di offesa e di violenza"
(Liberazione, 20.06.07).
Ma, aldilà delle alte riflessioni, è sotto gli occhi di
tutti che questi intenti sono clamorosamente negati dalla realtà
di un partito che continua da sinistra a sostenere, anche con
responsabilità ministeriali, un governo bellicista che impone
ulteriori sacrifici ai lavoratori dipendenti, continua a tenere aperto
l'orrore rappresentato dai centri di detenzione per immigrati
irregolari e, in totale sudditanza verso le gerarchie vaticane, non ha
il coraggio di offrire neanche mezzo diritto civile o mezza
libertà in più.
Da qui, la disperata necessità dei quadri dirigenti di
utilizzare, oltre alle spillette, parole e immagini appartenenti ad una
radicalità da tempo ripudiata e quotidianamente dimenticata;
basti citare Giovanni Russo Spena, capogruppo al senato del Prc, che
è tornato a collocare il suo partito "nella cultura di un
comunismo libertario, definitivamente affrancato dall'eredità,
grande e terribile, del Novecento" (Liberazione, 20.06.07).
Parole queste che, per essere minimamente credibili, in coerenza
vedrebbero almeno l'abbandono degli incarichi di governo e delle
poltrone parlamentari attualmente occupate da Russo Spena e compagni,
dato che il comunismo libertario non passa da questa strada, ma si
sviluppa nell'azione diretta e nell'autorganizzazione sociale.
Anche un altro parlamentare del Prc ora dimissionario, Salvatore
Cannavò, della componente di Sinistra Critica in rotta col
partito, appare scoprire imprevisti approdi antiautoritari, al punto da
richiamarsi alla Prima Internazionale e alla "rivoluzione sociale", nel
tentativo di rilanciare una sinistra alternativa e movimentista (Il
manifesto, 15.04.06).
E pensare che, fino a ieri, per certa sinistra l'anarchismo era demodé.
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