Umanità Nova, n.27 del 9 settembre 2007, anno 87

Verona: la guerra ai poveri nella città dell'amore. La svastica è fashion


"Quando il buio viene da Verona, quel che promette dona"
detto bolognese

Che ci fossimo abituati ad essere additati, noi qui veronesi-nostro-malgrado, come lungimirante esempio di città inquinata da ogni tipo di autoritarismo, di volta in volta declinato in salsa leghista, fascista o cattolico-tradizionalista, noi diciamocelo, ci avevamo fatto un po' il callo.
Ma a chi ancora basito e indignato si interroga da dove trarrebbe linfa il "paradigma veronese" (mi riferisco a certa società civile sinistroide e riformista incapace di leggere la pericolosità sociale degli ultimi accadimenti), a chi ancora non si capacita dei livelli sempre da guinness del destrismo scaligero, direi - dopo avergli fatto una benevola carezza sulla capa - di voltar le spalle e guardarsi un attimo indietro.

A volte ritornano... ma da qui non se ne sono mai andati.
Abbiamo tradizioni illustri qui. Dalla R.S.I. in poi un crocevia pullulante di nostalgici, maidomi, avanguardisti, picchiatori, che hanno sempre trovato ospitalità e asilo all'ombra dell'Arena.
Come non dimenticare la stagione dell'eversione stragista nera, con quell'intreccio picaresco in riva all'Adige tra irriducibili di Ordine Nuovo supini ai regolamenti orditi dai servizi americani, colonnelli deviati che sognavano golpe contro la deriva comunista e tutto un piccolo mondo di piccoli fascisti che crescono, menano, diventano post e poi si riciclano.
Non parliamo poi di Ludwig e della sua messianica missione purificatrice a suon di omicidi capeggiata dal veronessissimo duo filonazista Abel e Furlan, del rinato Fronte Nazionale per mano di Franco Freda che ivi trova sede, del fascismo da stadio che tanti ci invidiano, dei raduni boneheads finanziati dal Comune e spacciati come concerti per i giovani.
E non dilunghiamoci oltre sui gruppi di tradizionalisti cattolici, ferventi e infestanti le rive dell'Adige ormai da anni, pronti a genuflessioni pubbliche o messe riparatrici in latino al solo sentore di società contaminata dal "vizio contro natura".
Non gettiamo nemmeno benzina sul fuoco raccontando come la Lega Nord qui abbia atteggiamenti fondamentalisti e sia amica di tutto ciò che è Reazione e Conservazione, da Forza Nuova al Veneto Fronte Skinheads fino a Fiamma Tricolore (le ultime due qui sono praticamente la stessa cosa).
Lasciamo perdere poi la chiesa e in particolare l'Opus Dei, con il loro potere pervasivo sulle coscienze e sulle finanze della città.
Verona è così, lo diciamo senza particolare livore e con un certo fatalismo per quelle cose dal sapore un po' immutabile, refrattarie al cambiamento, con le quali bisogna sì fare i conti ma senza sperare troppo di modificarle alla radice. Complice di questo clima da rivisitazione medievale una certa tendenza fiancheggiatrice della maggioranza silenziosa e l'estremismo moderato che essa esprime politicamente.

Cioè, la svastica è fashion
A forza di manifestare indifferenza all'intolleranza, il veronese medio comincia a diventarmi un tipo un po' insensibile, la cui capacità di giudizio è farcita di pregiudizi, luoghi comuni, di un nemmeno troppo velato razzismo (così come al veronese mediamente politicizzato invece fanno un baffo le notizie del revanscismo fascista che impunito attraversa un po' tutto lo stivale. Queste cose le ha già vissute come minimo qualche anno prima, lui).
Essere di destra, magari radicale, insomma a Verona fa tendenza.
Noi che non siamo al passo con la moda, da una quindicina d'anni andiamo dicendo e scrivendo, come moderne cassandre, di non sottovalutare la questione, di analizzare bene ciò che il laboratorio autoritario scaligero offre.
Oltre ad essere trendy, il pensiero benpensante qualunquista adesso sarà anche spendibile per far carriera in politica, e di riflesso per tessere affari con una classe imprenditoriale sensibile e prona al vento del cambiamento che spira affinché nulla cambi.
Perché ora al governo della città è arrivato l'uomo forte, dai saldi principi.
Amico di tradizionalisti cattolici e vicino ai fascisti di Forza Nuova, Flavio Tosi ha impostato fin dalla tenera età la sua dialettica sulla provocazione e lo scontro frontale(1). Brusco e grezzo, il cavallo vincente della Lega alle recenti elezioni comunali ha strapazzato il ronzino del centro-sinistra Zanotto, sindaco uscente che ancora si lecca le ferite, non si capacita della bruciante sconfitta e rivendica che comunque lui e la sua giunta in fatto di sgomberi, politiche securitarie e lotta agli ambulanti non devono prendere lezioni da nessuno. Ecco. Poverino.
Gentiliniano nei modi, il neo-sindaco interpreta alla perfezione il leghista integerrimo, barricadero per vocazione, moralizzatore dal fervore gesuitico, eletto dalla piazza per fare piazza pulita. In realtà lo sceriffo Flavio non è altro che il precipitato del brodo di incultura e chiusura che qui detta legge, un mix di razzismo, bigottismo e fobia per tutto ciò che non è made in padania.

Soluzioni semplici per questioni complesse
Flavio dà risposte concrete. Flavio identifica il nemico (di volta in volta chi mangia kebab o mostra la panza per strada, le prostitute, i rom, i piccioni, chi beve alcolici per strada, i comunisti dei centri sociali: tutte categorie pericolose per il decoro puritano venetista) e cucina ricette facili facili. Come dire, se non vuoi essere angosciato dal problema, sanziona il "deviante" allontanandolo dai tuoi occhi, fuori dalla cittadella fortificata che ha dichiarato guerra ai poveri.
Senza fronzoli o remore, la neo-lingua dell'esclusione interpreta il malumore e la paura, autoalimentandone la veridicità (basta continuare ad evocare il timore dell'insicurezza sociale e la profezia del "non si può più girare per la città tranquilli" magicamente si avvera).
Il principio è quello della semplificazione della realtà a materia facilmente decifrabile. Il populismo nazional-padano ha buon gioco nel produrre arnesi dozzinali per comprendere il piccolo mondo arroccato e impaurito.
Il bisogno primario quindi non è nemmeno quello di capire, ma di affrancarsi dalla complessità sociale mentalmente, culturalmente e socialmente evitando qualsiasi sforzo: un'alienazione identitaria per crogiolarsi nelle proprie certezze e nei propri privilegi.
Ma questo isolazionismo benestante, questa consapevole volontà di ridurre la ricchezza della biodiversità per concimare i campi veronesi con un humus omogeneo basato sul principio di "terra, sangue e schei" avrà effetti venefici producendo fenomeni di disagio, intolleranza ed esclusione sempre più marcati: da un lato i privilegiati dentro il castello (affetti dalla sindrome degli assediati), dall'altra gli esclusi che bussano alle sue porte.
Ciò che oggi preoccupa è non tanto o non solo il clima da caccia alle streghe che si vive quotidianamente in città, ma il modello culturale che informerà sempre più la mentalità del cittadino medio e soprattutto delle giovani menti che assorbiranno i diktat del costrutto reazionario radicale. Cambiare irreparabilmente l'immaginario delle prossime generazioni, proponendo l'accettazione volontaria di derive sempre più autoritarie.

Julius Hellas Evola
Il risultato di questo clima è la tolleranza trasversale, condivisa, banalizzata di atteggiamenti intolleranti.
Non fa specie sapere che le recenti spedizioni punitive di diciassette giovani fascisti (che nessuno osa appellare tali!) ai danni dei diversi - dal ragazzo con l'orecchino al migrante - partissero dal centro storico, da alcuni ritrovi bene della Verona degli aperitivi. Anzi, l'arancia meccanica borghese bene rappresenta la saldatura avvenuta a livello di aggregazione giovanile tra fasce radicali (che per violenza e iconografia si rifanno esplicitamente ai gruppi della destra estrema) con una composizione molto più eterogenea formata dai figli annoiati della città opulenta. Si casca dalle nuvole come se non si conoscesse o non si condividesse la logica del branco che picchia, inneggia al fascismo e al razzismo. È per questo risibile che ci si senta criminalizzati dai mass media quando esplode l'ennesimo caso tale da bucare l'informazione nazionale.
È inutile allora indignarsi quando qualcuno da fuori punta il dito sullo strisciante razzismo della società veronese, troppi gli indizi di corresponsabilità a carico:
si votano i degni rappresentanti di questo pensiero degradante;
si è indifferenti alla caccia spesso spettacolare agli ambulanti per le vie del centro; così come si rimane indifferenti a sgomberi di campi rom e centri sociali; si tollerano i saluti romani (allo stadio, sulle scalinate del comune...); è normale avere un rappresentante dei tradizionalisti cattolici ospite fisso come opinionista nelle trasmissioni dei network locali; è vissuta come situazione non allarmante quella di proporre sia un improponibile bonehead nel consiglio dell'Istituto veronese per la storia della Resistenza sia una rappresentante di Alleanza Nazionale che dichiara senza tema l'anacronismo di tale istituto e la necessità di riscrivere la storia.
Diventa normale ciò che è socialmente inaccettabile, mettendo in discussione le regole basilari della convivenza e del rispetto tra umani. Ma chi intende revisionare ideologicamente la storia e codificare norme fondate sull'antiegualitarismo come principio non si pone di questi problemi, ritenendosi di volta in volta schiavo del centralismo democratico, vittima del sistema giudaico-massonico, un prescelto in missione per conto di Dio.
Di riduzione in riduzione, si va verso la formazione di una comunità chiusa, autoreferenziale, omogenea e magari organica dove si tende ad eliminare spirito critico e conflitto espellendo i corpi insani, differenti.
Un certo Julius Evola rammento avesse una visione molto simile della società.

Se mi permettete di fare fare lo Slavoj Zizek da quattro soldi con un paragone cinefilo improprio, Verona a me sembra abbia intenzione di diventare un'isola fortificata come quella raffigurata nella profetica distopia di una serie televisiva inglese fine anni sessanta, "Il prigioniero", in cui il protagonista cerca ogni volta di sfuggire dal Villaggio, dove nessuno ha più nome o identità. Tutti per ragioni di "sicurezza" ignote si conoscono per numero e vivono in una beata ignoranza indotta. Quando il protagonista tenta la fuga sottraendosi a questo paradiso artificiale viene inseguito da una bolla gigante che tenta di invilupparlo facendogli perdere conoscenza, il tutto tra il disinteresse dei villeggianti, intenti a sorseggiare il loro drink godendosi la bella giornata.
Abbisognano nuovi strumenti interpretativi per studiare fenomeni vecchi che però si colorano di nuovo, si trasformano. Solamente in questo modo sarà possibile leggere l'alchimia inquietante - e per certi tratti insolita - tra pensiero iperliberista, fobie securitarie, interessi da bottega, razzismo fascista, pseudo ribellismo da bar e oscurantismo cattolico che pervadono e rovinano oggi la società veronese, domani chissà quante altre.
Il punto di vista privilegiato che abbiamo da qui dovrebbe servire a favorire pure una lettura più minuziosa dei fatti, ad esempio evidenziando che le politiche di emarginazione e di controllo sperimentate su vasta scala non sono esclusivo appannaggio di destra e Lega Nord bensì strumenti adottati da un vasto fronte, quello del "partito unico per la sicurezza": trasversale, democratico, decoroso.
Prendeteci un po' come cavie che vivono rinchiuse nel laboratorio dell'autoritarismo e approfittatene. 

Emanuele Del Medico

(1) Sarebbe particolarmente lunga una nota biografica su boutade e marachelle commesse dal Flavio. Ma giusto a titolo d'esempio: nel 1996 appoggia il Comitato Vittime dell'Ingiustizia, fondato per difendere dalle persecuzioni delle «toghe rosse» i protagonisti dell'assalto al campanile di S. Marco e poi via via bonehead, tradizionalisti cattolici e tutti coloro perseguitati dal complotto giudaico-massonico (Flavio quando può sfoggia una maglietta con falce e martello sbarrati). Promotore del comitato "per una giustizia giusta" l'onorevole picchiatore squadrista Nicola Pasetto, prematuramente scomparso, a cui oggi Flavio e la sua accolita neroverde intitolano una via.
Nel 2000 propone l'entrata separata sugli autobus per gli extracomunitari visto che è noto non pagano il biglietto.
A più riprese concede favori a Forza Nuova, proponendosi come garante per ottenere sale comunali in cui presentare il libro di Roberto Fiore "Noi Terza Posizione".
Di frequente è apparso a latere di manifestazioni antifasciste e antirazziste sperando di raccogliere ciò che provocatoriamente seminava e passare quindi per vittima (do you remember Borghezio?).
Unico politico ad assistere al processo contro il Veneto Fronte Skinhead, di cui il capogruppo della sua lista civica, Andrea Miglioranzi, era un leader (Miglioranzi è anche ex bassista degli inascoltabili neonazisti Gesta Bellica, ed è stato proposto dal consiglio come rappresentante comunale all'interno dell'assemblea dei soci dell'Istituto veronese per la storia della Resistenza. In città reazioni blande e inconsistenti, i tempi son maturi per collocare un fascista felice di esserlo tra gli studiosi dell'antifascismo).

Manuele Del Medico



home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti