"Quando il buio viene da Verona, quel che promette dona"
detto bolognese
Che ci fossimo abituati ad essere additati, noi qui
veronesi-nostro-malgrado, come lungimirante esempio di città
inquinata da ogni tipo di autoritarismo, di volta in volta declinato in
salsa leghista, fascista o cattolico-tradizionalista, noi diciamocelo,
ci avevamo fatto un po' il callo.
Ma a chi ancora basito e indignato si interroga da dove trarrebbe linfa
il "paradigma veronese" (mi riferisco a certa società civile
sinistroide e riformista incapace di leggere la pericolosità
sociale degli ultimi accadimenti), a chi ancora non si capacita dei
livelli sempre da guinness del destrismo scaligero, direi - dopo
avergli fatto una benevola carezza sulla capa - di voltar le spalle e
guardarsi un attimo indietro.
A volte ritornano... ma da qui non se ne sono mai andati.
Abbiamo tradizioni illustri qui. Dalla R.S.I. in poi un crocevia
pullulante di nostalgici, maidomi, avanguardisti, picchiatori, che
hanno sempre trovato ospitalità e asilo all'ombra dell'Arena.
Come non dimenticare la stagione dell'eversione stragista nera, con
quell'intreccio picaresco in riva all'Adige tra irriducibili di Ordine
Nuovo supini ai regolamenti orditi dai servizi americani, colonnelli
deviati che sognavano golpe contro la deriva comunista e tutto un
piccolo mondo di piccoli fascisti che crescono, menano, diventano post
e poi si riciclano.
Non parliamo poi di Ludwig e della sua messianica missione
purificatrice a suon di omicidi capeggiata dal veronessissimo duo
filonazista Abel e Furlan, del rinato Fronte Nazionale per mano di
Franco Freda che ivi trova sede, del fascismo da stadio che tanti ci
invidiano, dei raduni boneheads finanziati dal Comune e spacciati come
concerti per i giovani.
E non dilunghiamoci oltre sui gruppi di tradizionalisti cattolici,
ferventi e infestanti le rive dell'Adige ormai da anni, pronti a
genuflessioni pubbliche o messe riparatrici in latino al solo sentore
di società contaminata dal "vizio contro natura".
Non gettiamo nemmeno benzina sul fuoco raccontando come la Lega Nord
qui abbia atteggiamenti fondamentalisti e sia amica di tutto ciò
che è Reazione e Conservazione, da Forza Nuova al Veneto Fronte
Skinheads fino a Fiamma Tricolore (le ultime due qui sono praticamente
la stessa cosa).
Lasciamo perdere poi la chiesa e in particolare l'Opus Dei, con il loro
potere pervasivo sulle coscienze e sulle finanze della città.
Verona è così, lo diciamo senza particolare livore e con
un certo fatalismo per quelle cose dal sapore un po' immutabile,
refrattarie al cambiamento, con le quali bisogna sì fare i conti
ma senza sperare troppo di modificarle alla radice. Complice di questo
clima da rivisitazione medievale una certa tendenza fiancheggiatrice
della maggioranza silenziosa e l'estremismo moderato che essa esprime
politicamente.
Cioè, la svastica è fashion
A forza di manifestare indifferenza all'intolleranza, il veronese medio
comincia a diventarmi un tipo un po' insensibile, la cui
capacità di giudizio è farcita di pregiudizi, luoghi
comuni, di un nemmeno troppo velato razzismo (così come al
veronese mediamente politicizzato invece fanno un baffo le notizie del
revanscismo fascista che impunito attraversa un po' tutto lo stivale.
Queste cose le ha già vissute come minimo qualche anno prima,
lui).
Essere di destra, magari radicale, insomma a Verona fa tendenza.
Noi che non siamo al passo con la moda, da una quindicina d'anni
andiamo dicendo e scrivendo, come moderne cassandre, di non
sottovalutare la questione, di analizzare bene ciò che il
laboratorio autoritario scaligero offre.
Oltre ad essere trendy, il pensiero benpensante qualunquista adesso
sarà anche spendibile per far carriera in politica, e di
riflesso per tessere affari con una classe imprenditoriale sensibile e
prona al vento del cambiamento che spira affinché nulla cambi.
Perché ora al governo della città è arrivato l'uomo forte, dai saldi principi.
Amico di tradizionalisti cattolici e vicino ai fascisti di Forza Nuova,
Flavio Tosi ha impostato fin dalla tenera età la sua dialettica
sulla provocazione e lo scontro frontale(1). Brusco e grezzo, il
cavallo vincente della Lega alle recenti elezioni comunali ha
strapazzato il ronzino del centro-sinistra Zanotto, sindaco uscente che
ancora si lecca le ferite, non si capacita della bruciante sconfitta e
rivendica che comunque lui e la sua giunta in fatto di sgomberi,
politiche securitarie e lotta agli ambulanti non devono prendere
lezioni da nessuno. Ecco. Poverino.
Gentiliniano nei modi, il neo-sindaco interpreta alla perfezione il
leghista integerrimo, barricadero per vocazione, moralizzatore dal
fervore gesuitico, eletto dalla piazza per fare piazza pulita. In
realtà lo sceriffo Flavio non è altro che il precipitato
del brodo di incultura e chiusura che qui detta legge, un mix di
razzismo, bigottismo e fobia per tutto ciò che non è made
in padania.
Soluzioni semplici per questioni complesse
Flavio dà risposte concrete. Flavio identifica il nemico (di
volta in volta chi mangia kebab o mostra la panza per strada, le
prostitute, i rom, i piccioni, chi beve alcolici per strada, i
comunisti dei centri sociali: tutte categorie pericolose per il decoro
puritano venetista) e cucina ricette facili facili. Come dire, se non
vuoi essere angosciato dal problema, sanziona il "deviante"
allontanandolo dai tuoi occhi, fuori dalla cittadella fortificata che
ha dichiarato guerra ai poveri.
Senza fronzoli o remore, la neo-lingua dell'esclusione interpreta il
malumore e la paura, autoalimentandone la veridicità (basta
continuare ad evocare il timore dell'insicurezza sociale e la profezia
del "non si può più girare per la città
tranquilli" magicamente si avvera).
Il principio è quello della semplificazione della realtà
a materia facilmente decifrabile. Il populismo nazional-padano ha buon
gioco nel produrre arnesi dozzinali per comprendere il piccolo mondo
arroccato e impaurito.
Il bisogno primario quindi non è nemmeno quello di capire, ma di
affrancarsi dalla complessità sociale mentalmente, culturalmente
e socialmente evitando qualsiasi sforzo: un'alienazione identitaria per
crogiolarsi nelle proprie certezze e nei propri privilegi.
Ma questo isolazionismo benestante, questa consapevole volontà
di ridurre la ricchezza della biodiversità per concimare i campi
veronesi con un humus omogeneo basato sul principio di "terra, sangue e
schei" avrà effetti venefici producendo fenomeni di disagio,
intolleranza ed esclusione sempre più marcati: da un lato i
privilegiati dentro il castello (affetti dalla sindrome degli
assediati), dall'altra gli esclusi che bussano alle sue porte.
Ciò che oggi preoccupa è non tanto o non solo il clima da
caccia alle streghe che si vive quotidianamente in città, ma il
modello culturale che informerà sempre più la
mentalità del cittadino medio e soprattutto delle giovani menti
che assorbiranno i diktat del costrutto reazionario radicale. Cambiare
irreparabilmente l'immaginario delle prossime generazioni, proponendo
l'accettazione volontaria di derive sempre più autoritarie.
Julius Hellas Evola
Il risultato di questo clima è la tolleranza trasversale, condivisa, banalizzata di atteggiamenti intolleranti.
Non fa specie sapere che le recenti spedizioni punitive di diciassette
giovani fascisti (che nessuno osa appellare tali!) ai danni dei diversi
- dal ragazzo con l'orecchino al migrante - partissero dal centro
storico, da alcuni ritrovi bene della Verona degli aperitivi. Anzi,
l'arancia meccanica borghese bene rappresenta la saldatura avvenuta a
livello di aggregazione giovanile tra fasce radicali (che per violenza
e iconografia si rifanno esplicitamente ai gruppi della destra estrema)
con una composizione molto più eterogenea formata dai figli
annoiati della città opulenta. Si casca dalle nuvole come se non
si conoscesse o non si condividesse la logica del branco che picchia,
inneggia al fascismo e al razzismo. È per questo risibile che ci
si senta criminalizzati dai mass media quando esplode l'ennesimo caso
tale da bucare l'informazione nazionale.
È inutile allora indignarsi quando qualcuno da fuori punta il
dito sullo strisciante razzismo della società veronese, troppi
gli indizi di corresponsabilità a carico:
si votano i degni rappresentanti di questo pensiero degradante;
si è indifferenti alla caccia spesso spettacolare agli ambulanti
per le vie del centro; così come si rimane indifferenti a
sgomberi di campi rom e centri sociali; si tollerano i saluti romani
(allo stadio, sulle scalinate del comune...); è normale avere un
rappresentante dei tradizionalisti cattolici ospite fisso come
opinionista nelle trasmissioni dei network locali; è vissuta
come situazione non allarmante quella di proporre sia un improponibile
bonehead nel consiglio dell'Istituto veronese per la storia della
Resistenza sia una rappresentante di Alleanza Nazionale che dichiara
senza tema l'anacronismo di tale istituto e la necessità di
riscrivere la storia.
Diventa normale ciò che è socialmente inaccettabile,
mettendo in discussione le regole basilari della convivenza e del
rispetto tra umani. Ma chi intende revisionare ideologicamente la
storia e codificare norme fondate sull'antiegualitarismo come principio
non si pone di questi problemi, ritenendosi di volta in volta schiavo
del centralismo democratico, vittima del sistema giudaico-massonico, un
prescelto in missione per conto di Dio.
Di riduzione in riduzione, si va verso la formazione di una
comunità chiusa, autoreferenziale, omogenea e magari organica
dove si tende ad eliminare spirito critico e conflitto espellendo i
corpi insani, differenti.
Un certo Julius Evola rammento avesse una visione molto simile della società.
Se mi permettete di fare fare lo Slavoj Zizek da quattro soldi con un
paragone cinefilo improprio, Verona a me sembra abbia intenzione di
diventare un'isola fortificata come quella raffigurata nella profetica
distopia di una serie televisiva inglese fine anni sessanta, "Il
prigioniero", in cui il protagonista cerca ogni volta di sfuggire dal
Villaggio, dove nessuno ha più nome o identità. Tutti per
ragioni di "sicurezza" ignote si conoscono per numero e vivono in una
beata ignoranza indotta. Quando il protagonista tenta la fuga
sottraendosi a questo paradiso artificiale viene inseguito da una bolla
gigante che tenta di invilupparlo facendogli perdere conoscenza, il
tutto tra il disinteresse dei villeggianti, intenti a sorseggiare il
loro drink godendosi la bella giornata.
Abbisognano nuovi strumenti interpretativi per studiare fenomeni vecchi
che però si colorano di nuovo, si trasformano. Solamente in
questo modo sarà possibile leggere l'alchimia inquietante - e
per certi tratti insolita - tra pensiero iperliberista, fobie
securitarie, interessi da bottega, razzismo fascista, pseudo ribellismo
da bar e oscurantismo cattolico che pervadono e rovinano oggi la
società veronese, domani chissà quante altre.
Il punto di vista privilegiato che abbiamo da qui dovrebbe servire a
favorire pure una lettura più minuziosa dei fatti, ad esempio
evidenziando che le politiche di emarginazione e di controllo
sperimentate su vasta scala non sono esclusivo appannaggio di destra e
Lega Nord bensì strumenti adottati da un vasto fronte, quello
del "partito unico per la sicurezza": trasversale, democratico,
decoroso.
Prendeteci un po' come cavie che vivono rinchiuse nel laboratorio dell'autoritarismo e approfittatene.
Emanuele Del Medico
(1) Sarebbe particolarmente lunga una nota biografica su boutade e
marachelle commesse dal Flavio. Ma giusto a titolo d'esempio: nel 1996
appoggia il Comitato Vittime dell'Ingiustizia, fondato per difendere
dalle persecuzioni delle «toghe rosse» i protagonisti
dell'assalto al campanile di S. Marco e poi via via bonehead,
tradizionalisti cattolici e tutti coloro perseguitati dal complotto
giudaico-massonico (Flavio quando può sfoggia una maglietta con
falce e martello sbarrati). Promotore del comitato "per una giustizia
giusta" l'onorevole picchiatore squadrista Nicola Pasetto,
prematuramente scomparso, a cui oggi Flavio e la sua accolita neroverde
intitolano una via.
Nel 2000 propone l'entrata separata sugli autobus per gli extracomunitari visto che è noto non pagano il biglietto.
A più riprese concede favori a Forza Nuova, proponendosi come
garante per ottenere sale comunali in cui presentare il libro di
Roberto Fiore "Noi Terza Posizione".
Di frequente è apparso a latere di manifestazioni antifasciste e
antirazziste sperando di raccogliere ciò che provocatoriamente
seminava e passare quindi per vittima (do you remember Borghezio?).
Unico politico ad assistere al processo contro il Veneto Fronte
Skinhead, di cui il capogruppo della sua lista civica, Andrea
Miglioranzi, era un leader (Miglioranzi è anche ex bassista
degli inascoltabili neonazisti Gesta Bellica, ed è stato
proposto dal consiglio come rappresentante comunale all'interno
dell'assemblea dei soci dell'Istituto veronese per la storia della
Resistenza. In città reazioni blande e inconsistenti, i tempi
son maturi per collocare un fascista felice di esserlo tra gli studiosi
dell'antifascismo).
Manuele Del Medico