Utilizzando l'emotività sollecitata da un recente errore durante
un aborto terapeutico, i vescovi hanno sfruttato l'occasione per
chiedere, di nuovo, la revisione della legge 194.
Ormai è routine: ad intervalli regolari la chiesa chiede
interventi per normare qualche parte della società. Questo era
prevedibile. Così come era prevedibile che la ministra della
salute rispondesse immediatamente, annunciando nuove linee guida, entro
la fine dell'anno.
Livia Turco, nelle interviste rilasciate in questi giorni ai giornali
esprime con chiarezza il suo pensiero, anche se cerca di ammantarlo di
un'aura molto democratica: la 194 non si cambierà,
l'autodeterminazione della donna è fondamentale, però
questa deve essere subordinata alle valutazioni medico-scientifiche,
perché è evidente che medici (e preti, aggiungo io) ne
sanno di più riguardo alla vita.
Mette perciò l'accento sul fatto che, con le moderne tecniche
della medicina, il feto è capace di vita autonoma molto prima di
quanto non fosse possibile 30 anni fa. Ma che cosa significa: che dopo
un determinato numero di settimane non sarà possibile ricorrere
all'aborto perché il feto è "autonomo"? E se è
autonomo è "obbligato" a nascere? E chi se ne prenderà
cura? Chi decide qual è la salute psico-fisica della donna?
Emanare delle "linee guida" non è affatto neutro: sono delle
norme e, di conseguenza, delle limitazioni.
È chiaro che il tentativo è sempre lo stesso: dal lato
"sinistro" un'apparente affermazione di libertà, da quello
"destro" un'efficace collaborazione con la chiesa e la medicina per un
controllo sempre maggiore sulle persone.
Vi è, neppure troppo strisciante, ma alquanto palese, un forte
spostamento del confine tra responsabilità individuale e
collettività. Un astratto soggetto (la collettività) si
sostituisce alle persone concrete, invadendo in modo sempre più
ampio e capillare la possibilità di scelta. Una élite di
medici che vuole aumentare il suo potere e alcuni religiosi che, non
riuscendo più a controllare le coscienze, si rivolgono allo
stato perché lo faccia per loro, dovranno sostituirsi alla
diretta interessata per decidere per lei.
La maternità è un nodo di emozioni e pensieri che non
potrà essere risolto. Di esso se ne continua a parlare, ma
sempre colpevolizzando la donna. Se dedica troppo tempo ai figli non
è una brava moglie e una brava lavoratrice, se dedica troppo
tempo al lavoro non è una brava madre. Comunque c'è
sempre qualcuno che si permette di esprimere giudizi sulla donna,
cercando di giudicare, normare, colpevolizzare, punire.
Questo è ciò che succede anche in questa occasione,
mentre ribadiamo con forza che l'unica persona in grado di decidere sul
proprio corpo e sulla propria vita è la donna.
R.P.