Lo scorso 18 giugno, nel comune di Migliarino, vicino a Ferrara,
è precipitato, a pochi metri dai capannoni di una fabbrica e
dalla superstrada Ferrara-Mare, un caccia-bombardiere Tornado
appartenente al 102° gruppo del 6° Stormo dell'Aeronautica
militare, decollato dall'aeroporto di Ghedi, in provincia di Brescia.
La zona dell'incidente fu immediatamente chiusa dai militari e dichiarata off limits.
Nella base di Ghedi, stando alla documentazione statunitense, sono
depositate oltre 40 bombe nucleari tattiche B61 (altre 50 sarebbero
nella vicina base di Aviano), parte delle quali risulta costituisce
l'armamento proprio dei Tornado.
Secondo diversi studi, nelle basi Usa e Nato in Europa permangono circa
2.000 testate nucleari tattiche, di cui circa 500 sul suolo italiano.
Sempre, secondo attendibili fonti internazionali, negli Stati Uniti vi sono circa 10.500 ordigni atomici.
Dal 2002, in un documento strategico sulla politica di difesa
statunitense (NPR Usa, poi recepita dalla Nato), è stato
ufficialmente stabilito che non vige più per gli Stati Uniti
l'impegno a non usare per primi le armi atomiche. Esistono inoltre,
seppur coperte da segreto militare, le dottrine di impiego ufficiali
dell'armamento nucleare: il "first use" della Nato, gli attacchi
nucleari preventivi per fronteggiare la minaccia del terrorismo e dei
cosiddetti Stati-canaglia; eppure, in queste ultime settimane,
l'attenzione della cosiddetta informazione, sia in Italia che nel
mondo, è stata paradossalmente calamitata dal programma nucleare
avviato in Iran che, nell'ipotesi più ottimistica, potrebbe
essere in grado di produrre armi atomiche solo tra anni, mentre
già nel mondo ci sono circa 400 reattori nucleari funzionanti.
Eppure, non sono mancate le voci che ridimensionavano tale minaccia, a
partire dal direttore generale dell'Agenzia internazionale per
l'energia atomica (Aiea), El Baradei, secondo il quale il nucleare di
Teheran non rappresenta "un pericolo chiaro e immediato".
Anche il noto John Negroponte in persona, capo dei servizi
statunitensi, aveva dichiarato che "l'Iran non dispone ancora di armi
nucleari, né ha acquistato e prodotto materiale fissile
sufficiente a produrne".
Tra l'altro, considerato che era previsto l'avvio, per il marzo 2007,
di ben 6 mila centrifughe per l'arricchimento dell'uranio e che invece
è stata di recente vantata l'attivazione di 3000 centrifughe, il
programma sarebbe anche in notevole ritardo.
"Bisogna prepararsi al peggio, cioè alla guerra": la
dichiarazione del ministro degli esteri francese Kouchner dello scorso
17 settembre sembrava ormai senza ritorno, e tale ipotesi veniva pure
confermata dal New York Times, secondo cui il presidente degli Stati
Uniti Bush, seguendo le indicazione del suo vice Cheney, avrebbe ormai
deciso un attacco aereo all'Iran nei prossimi mesi, come ritorsione al
programma nucleare avviato da Teheran.
Ma già l'indomani, il portavoce della Casa Bianca, Dana Perino,
allontanava per il momento tale prospettiva bellica affermando
"Crediamo ci sia una soluzione diplomatica" e il segretario alla difesa
americano Gates ribadiva che, per adesso, gli Stati Uniti continuano a
privilegiare l'approccio negoziale. Dall'altra parte, invece, il
portavoce del regime iraniano Gholamhossein Elham minacciava "useremo
tutti i mezzi per difenderci", lasciando chiaramente intravedere il
blocco dello stretto di Hormuz, ossia il più importante canale
al mondo per il trasporto del greggio, per colpire gli interessi Usa
nella regione.
Anche il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, così come
quelli di alcuni governi europei, avevano preso le distanze da tale
escalation bellica in un teatro dove già stanno bruciando Iraq e
Afganistan, entrambi confinanti proprio con l'Iran che, tra l'altro,
è il quarto produttore mondiale di petrolio greggio.
Eppure l'ipotesi di un nuovo fronte della "guerra globale" non è
del tutto escludibile, anche se con modalità diverse da quelle
dei conflitti già in atto.
Secondo John Bolton, ex ambasciatore Usa all'Onu e ritenuto uno stretto
collaboratore del vice presidente Cheney, gli Stati Uniti e i loro
più stretti alleati europei (Gran Bretagna, Francia e Germania)
hanno già da tempo preso in considerazione un blitz contro
Teheran consistente in azioni aeree mirate contro i presunti impianti
nucleari iraniani, ritenuti peraltro poco funzionali dai servizi di
intelligence ma assai propagandati dal presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Secondo gli osservatori più accreditati, l'attacco potrebbe
scattare nei primi mesi del prossimo anno, o al massimo in primavera,
articolato in incursioni di aerei provenienti da basi strategiche o da
portaerei degli Stati Uniti, così come sembra confermare la
massiccia mobilitazione dei mezzi aeronavali Usa nel Golfo Persico,
nell'Oceano Indiano e nel Mediterraneo.
Le rivelazioni sul trasporto a bordo di un B.52H di missili Cruise
armati con ogive nucleari dalla base di Minot nel Nord Dakota a quella
di Barksdale in Louisiana, violando leggi e statuti federali, sono
state seguite dalle rassicurazioni del Pentagono secondo cui si sarebbe
trattato di un errore tecnico, rassicurazioni assai poco credibili dato
che i bombardieri strategici B.52H operanti dalle basi statunitensi e
da quella di Diego Garcia sono gli unici mezzi aerei dotati dei
dispositivi di lancio dei Cruise.
Un eventuale simile attacco, tra l'altro, rimetterebbe in discussione
l'annunciato parziale ritiro delle truppe Usa attualmente in Iraq, ma
avrebbe bisogno di una grave provocazione iraniana (magari provocata ad
arte) o di un attentato terroristico contro gli Stati Uniti, Israele o
qualche paese europeo, riconducibile, in qualche modo al regime di
Teheran, così come avvenuto nel recente passato per l'Afganistan
e l'Iraq. Infatti, Washington ha in programma di includere le Guardie
della Rivoluzione iraniane, che stanno acquistando sempre più
potere a Teheran anche sul piano economico, nella lista nera delle
organizzazioni terroristiche.
L'amministrazione Bush potrebbe quindi ripristinare la coscrizione
obbligatoria e lo stato di emergenza nazionale che, tra l'altro,
contempla l'impiego delle forze armate sul territorio degli Stati Uniti
in caso di sommosse o atti di terrorismo - e forse portare persino ad
un rinvio delle elezioni presidenziali.
Ma, allo stato attuale, questi scenari restano solo ipotesi, alla luce
sia dell'elevato costo di un ulteriore intervento armato per le
disastrate finanze statunitensi, sia perché i fallimenti
politico-militari in Iraq e Afganistan stanno moltiplicando il dissenso
interno, con una significativa ripresa del movimento No war.
Eppure, va constatato come il clima bellicista rafforzi sia la
posizione di Bush che quella di Ahmadinejad nei rispettivi paesi;
così come si evince sia dai recenti discorsi dal presidente
americano che dai proclami del presidente iraniano di fronte alle
minacce di attacco: soltanto chi sa che l'avversario non è per
il momento in grado di passare alle vie di fatto, può minacciare
spavaldo - per bocca del generale Mohammad Alavi, comandante in capo
dell'aeronautica iraniana - di essere in grado di abbattere il 30%
degli aerei nemici e di colpire Israele con missili e bombe per
ritorsione ad eventuali aggressioni contro la Repubblica islamica.
Ancora una volta, la retorica della guerra appare come la migliore propaganda di ogni regime autoritario.
KAS