Come molti sapranno, i Rom di origine rumena sono cittadini europei a
tutti gli effetti da quando la Romania è entrata a pieno titolo
nella Ue.
Questa conquista giuridica, assolutamente casuale, mette i Rom nelle
condizioni di avanzare legittimamente delle richieste e dei diritti, e
potrebbe addirittura costituire un'occasione storica per uscire dal
ghetto di marginalità sociale nel quale questo popolo è
stato relegato in secoli di discriminazioni e pregiudizi razzisti.
È una situazione nuova, che sta producendo uno di quei
cortocircuiti politici e culturali che servono a svelare la natura
intimamente reazionaria di ogni istituzione ancorché
democratica. Le recenti dichiarazioni di Giuliano Amato
sull'opportunità di espellere i Rom per semplici motivi di
ordine pubblico sanciscono un principio che è alla base della
fine dello stato di diritto. Perché quando un ministro della
repubblica afferma la necessità di sbarazzarsi di una categoria
di persone sgradite nonostante la loro piena legittimità a
permanere nel nostro paese per l'acquisizione della cittadinanza
comunitaria, quel ministro parla e si comporta da razzista, avendone
piena cognizione. Allo stesso modo, la sollecitudine con la quale il
ministro Ferrero ha annunciato l'inizio di una collaborazione tra i
governi italiano e rumeno affinché sia bloccato all'origine il
flusso migratorio dei Rom nel nostro paese, è la dimostrazione
tangibile di come le stesse frontiere, la stessa Unione europea siano
un paravento che consente di andare bel al di là della
discriminazione già a suo tempo sancita per legge dalla
Turco-Napolitano e dalla Bossi-Fini.
Dal governo italiano di centrosinistra, popolato di democristiani e
comunisti della peggiore stirpe, arriva un nuovo, agghiacciante
messaggio: l'immigrato non è sgradito perché irregolare,
clandestino, illegale; l'immigrato è sgradito in quanto tale
perché – nel caso in ispecie – è Rom,
asociale, incompatibile. Non importa che abbia la carta
d'identità rumena e che il suo paese sia oggi giuridicamente
"europeo". Il Rom è extracomunitario perché è il
governo italiano che lo colloca al di fuori della comunità. Il
nazismo è tornato.
Non stupiamoci, quindi, che i fascisti si siano scatenati nelle ultime
settimane con azioni infami e assassine, incendiando i campi Rom o
organizzando presidi allucinanti in cui odio e razzismo vengono
vomitati contro donne e bambini.
Non sorprendiamoci, allora, se l'opinione pubblica non trova di meglio
che addossare agli zingari le colpe per tutto ciò che l'Italia
non è e non riesce a essere, ovvero un paese civile e solidale
in cui ci si preoccupi un po' di più della giustizia sociale e
un po' meno delle idiozie che ci propinano l'industria del gossip e
dello spettacolo.
Il degrado culturale, il razzismo diffuso e il fantomatico senso di
insicurezza sono tutti sintomi di un approccio che si è
sedimentato nel tempo, e che l'attuale classe dirigente ha
deliberatamente foraggiato attraverso un uso scientifico della
propaganda televisiva e non, come nella peggiore tradizione dei regimi
autoritari.
E quando due esponenti del governo si affrettano a dire che gli
zingari, no, in Italia proprio non ci devono venire, significa che la
guerra all'umanità ha raggiunto un punto di non ritorno.
Agli antirazzisti e a tutti quelli che ancora si ostinano a ragionare
con la propria testa e a sentire con il proprio cuore, spetta il dovere
morale di impedire a tutti i costi questa deriva.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria