Quanto costa la politica?
Tra indennizzo, diaria, rimborso per raggiungere il parlamento, il
rimborso per le spese inerenti il rapporto eletto-elettore (quale
rapporto?!), il rimborso per i viaggi all'estero, il rimborso per le
spese telefoniche, ogni deputato della Camera arriva a percepire 15.000
€ circa al mese, mentre un senatore 17.000 €, senza contare
gli assegni vitalizi, di fine mandato e tanti altri privilegi. Se
guardiamo a queste cifre e le paragoniamo con i sacrifici che questi
stessi politici ci impongono, capiamo subito perché questo
argomento sia stato il vero tormentone degli ultimi mesi. Ma se
riconoscere i privilegi di cui gode questa casta è cosa utile,
è sicuramente ancora più fruttuoso ragionare sul "costo"
dell'intero meccanismo burocratico-politco-amministrativo, cioè
lo Stato.
Lo Stato: un pachiderma parassitario
Tra Senato e Camera dei Deputati, nel 2006 abbiamo speso la bellezza di
2 miliardi e 250 milioni circa di €, cioè 4.300 miliardi di
vecchie Lire. Di questa cifra, vi riportiamo solo alcuni voci curiose:
- 439 milioni di € per gli indennizzi ed i vari rimborsi ai parlamentari
- 318 milioni e 600 mila € per i gruppi parlamentari e le campagne elettorali dei partiti
- 8 milioni e 416 mila € solo per i servizi di pulizia e i prodotti igienico-sanitari!
E questo è solo il parlamento. Pensiamo alla Presidenza della
Repubblica, alla Presidenza del Consiglio, ai Ministeri. Ma lo stato
non è solo quello centrale di Roma, come sostiene la Lega Nord.
Ci sono le Regioni, i Comuni, le Province, per rimanere nell'ambito
degli apparati politico-amministrativi, poiché uno stato
è composto anche dalla Magistratura, dai Penitenziari, dalla
Polizia, la Guardia di Finanza e dall'Esercito. Possiamo così
considerare lo Stato come un pachiderma parassitario che per vivere,
riprodurre le proprie clientele e garantire gli interessi del sistema
dominante, ha bisogno di bruciare ingenti risorse letteralmente
saccheggiate alla società ed in particolare alle classi
subalterne.
Soluzioni populiste, liberiste e autoritarie
Politici, economisti, professori e comici ci prospettano differenti
soluzioni, ma tutte tendono a salvaguardare e rafforzare il nocciolo
essenziale dello stato: il potere esecutivo.
L'ipotesi liberista è quella che sta riscuotendo più
successo tra le classi dominanti. È fatta propria dal
Centro-Destra, ma anche nel Centro-Sinistra trova dei forti
sostenitori. La soluzione che propone è il taglio delle spese
sociali, cioè della sanità, dell'istruzione, del sistema
pensionistico. I liberisti vogliono farci credere che la vera zavorra
per la società è lo stato sociale, cioè tutti quei
servizi che rispondono ad esigenze primarie per la nostra vita e che lo
stato ha espropriato alla società, per poterci controllare
meglio, per attutire le contraddizioni create dal sistema di
sfruttamento vigente, ma utili anche per creare dipendenza e
clientelarismo nella società stessa. In Italia tali servizi sono
gestiti male, con sprechi e privilegi, i quali sono emersi anche nelle
recenti inchieste giornalistiche sulla sanità. Ma in
realtà, lo stato sociale rappresenta un peso per le classi
dominanti, che vorrebbero convogliare le risorse saccheggiate alle
classi subalterne verso un più fruttuoso utilizzo: aiuti e
compensi alle imprese che devono affrontare il mercato globale e la
concorrenza asiatica, investimenti in un esercito sempre più
efficiente e pronto a rispondere a politiche interventiste. Ma i costi
della politica e della burocrazia non vengono intaccati. Basta guardare
gli USA, vero esempio di liberismo, per vedere quante risorse vengono
bruciate per far muovere la sua macchina amministrativa.
Altra ipotesi, che riscuote più successo tra gli elettori del
Centro-Sinistra, punta invece sulla carta della moralizzazione della
politica. Tale ipotesi è diventata la bandiera del comico
genovese Beppe Grillo, accompagnato da Di Pietro e da qualche altro
politico navigato.
Se si mettono a confronto le sue dichiarazioni bellicose contro il
sistema dei partiti e le soluzioni che propone, cioè di semplice
contenimento del sistema di privilegio e la creazione di nuovi
carrozzoni politici, cioè le liste civiche, si comprende che il
meccanismo di potere che abbiamo prima illustrato, non viene
minimamente intaccato. Anzi, in questa marea di protesta leggera,
c'è qualcuno che pensa già di poterla sfruttare per dar
corpo a ipotesi repubblicane autoritarie. Basta guardare i dieci punti
di Veltroni, "Democratico" doc, quando nel suo progetto punta a
diminuire fortemente il numero dei parlamentari, per rafforzare il
potere esecutivo ed in particolare del Premier, a discapito degli altri
poteri dello stato. Ipotesi autoritaria che si nasconde dietro il velo
dell'efficientismo e del populismo e che Veltroni, con tutto il
Centro-Sinistra, mischia pericolosamente con politiche repressive e
discriminatorie contro i più deboli e gli ultimi della
società: i clandestini, i lavavetri, i rom. Populismo, voglia di
pulizia, maggior potere all'Esecutivo, caccia ai nuovi paria, tutti
elementi decisamente inquietanti.
Prospettive libertarie
Anche se i tempi sono difficili, nella società si muovono forze
positive che resistono allo stato, agli interressi militari e
affaristici. Dalla Val di Susa a Vicenza, alle mille lotte contro i
rigassificatori e gli inceneritori, molte comunità lottano e si
autorganizzano per affermare il proprio controllo sul territorio,
contendendolo nei fatti allo stato.
Noi anarchici siamo in queste lotte autorganizzate perché sono
movimenti che, se non possono già abbattere lo stato, lo possono
invece scardinare, indebolire, e per noi ciò, sarebbe comunque
un passo avanti.
Ma sono movimenti che ci pongono anche problemi diversi, poiché
la "politica" si ricicla anche al loro interno, attraverso il
meccanismo secolare e duro a morire della delega del potere. Partiti,
sindacati e gruppi vari tendono così a riprodurre lo stato nei
suoi meccanismi e quindi a svuotare l'autorganizzazione nel suo
significato essenziale, cioè la capacità di gestire
collettivamente e orizzontalmente la cosa pubblica, senza assegnare a
nessuna istituzione alcuna autorità decisionale.
È un pericolo con cui ci stiamo già scontrando in Val di
Susa, a Vicenza e non solo. In questi casi la "politica" ha dei "costi"
ben diversi, ma non meno dannosi per la società. Distrugge,
divide ed indebolisce le lotte, spopola le assemblee e si riappropria
del timone. Noi, anche per questo, saremo in ogni dove, fieri nemici di
questa "politica" e partigiani autentici dell'autorganizzazione
solidale e libertaria. Cercheremo quindi di dare il nostro contributo
affinché si svelino i veri costi della "politica" e si affermi
un immaginario libertario.
Riccardo Bonelli