Umanità Nova, n.32 del 14 ottobre 2007, anno 87

Non solo soldi. I costi della politica



Quanto costa la politica?
Tra indennizzo, diaria, rimborso per raggiungere il parlamento, il rimborso per le spese inerenti il rapporto eletto-elettore (quale rapporto?!), il rimborso per i viaggi all'estero, il rimborso per le spese telefoniche, ogni deputato della Camera arriva a percepire 15.000 € circa al mese, mentre un senatore 17.000 €, senza contare gli assegni vitalizi, di fine mandato e tanti altri privilegi. Se guardiamo a queste cifre e le paragoniamo con i sacrifici che questi stessi politici ci impongono, capiamo subito perché questo argomento sia stato il vero tormentone degli ultimi mesi. Ma se riconoscere i privilegi di cui gode questa casta è cosa utile, è sicuramente ancora più fruttuoso ragionare sul "costo" dell'intero meccanismo burocratico-politco-amministrativo, cioè lo Stato.

Lo Stato: un pachiderma parassitario
Tra Senato e Camera dei Deputati, nel 2006 abbiamo speso la bellezza di 2 miliardi e 250 milioni circa di €, cioè 4.300 miliardi di vecchie Lire. Di questa cifra, vi riportiamo solo alcuni voci curiose:
- 439 milioni di € per gli indennizzi ed i vari rimborsi ai parlamentari
- 318 milioni e 600 mila € per i gruppi parlamentari e le campagne elettorali dei partiti
- 8 milioni e 416 mila € solo per i servizi di pulizia e i prodotti igienico-sanitari!
E questo è solo il parlamento. Pensiamo alla Presidenza della Repubblica, alla Presidenza del Consiglio, ai Ministeri. Ma lo stato non è solo quello centrale di Roma, come sostiene la Lega Nord. Ci sono le Regioni, i Comuni, le Province, per rimanere nell'ambito degli apparati politico-amministrativi, poiché uno stato è composto anche dalla Magistratura, dai Penitenziari, dalla Polizia, la Guardia di Finanza e dall'Esercito. Possiamo così considerare lo Stato come un pachiderma parassitario che per vivere, riprodurre le proprie clientele e garantire gli interessi del sistema dominante, ha bisogno di bruciare ingenti risorse letteralmente saccheggiate alla società ed in particolare alle classi subalterne.

Soluzioni populiste, liberiste e autoritarie
Politici, economisti, professori e comici ci prospettano differenti soluzioni, ma tutte tendono a salvaguardare e rafforzare il nocciolo essenziale dello stato: il potere esecutivo.
L'ipotesi liberista è quella che sta riscuotendo più successo tra le classi dominanti. È fatta propria dal Centro-Destra, ma anche nel Centro-Sinistra trova dei forti sostenitori. La soluzione che propone è il taglio delle spese sociali, cioè della sanità, dell'istruzione, del sistema pensionistico. I liberisti vogliono farci credere che la vera zavorra per la società è lo stato sociale, cioè tutti quei servizi che rispondono ad esigenze primarie per la nostra vita e che lo stato ha espropriato alla società, per poterci controllare meglio, per attutire le contraddizioni create dal sistema di sfruttamento vigente, ma utili anche per creare dipendenza e clientelarismo nella società stessa. In Italia tali servizi sono gestiti male, con sprechi e privilegi, i quali sono emersi anche nelle recenti inchieste giornalistiche sulla sanità. Ma in realtà, lo stato sociale rappresenta un peso per le classi dominanti, che vorrebbero convogliare le risorse saccheggiate alle classi subalterne verso un più fruttuoso utilizzo: aiuti e compensi alle imprese che devono affrontare il mercato globale e la concorrenza asiatica, investimenti in un esercito sempre più efficiente e pronto a rispondere a politiche interventiste. Ma i costi della politica e della burocrazia non vengono intaccati. Basta guardare gli USA, vero esempio di liberismo, per vedere quante risorse vengono bruciate per far muovere la sua macchina amministrativa.
Altra ipotesi, che riscuote più successo tra gli elettori del Centro-Sinistra, punta invece sulla carta della moralizzazione della politica. Tale ipotesi è diventata la bandiera del comico genovese Beppe Grillo, accompagnato da Di Pietro e da qualche altro politico navigato.
Se si mettono a confronto le sue dichiarazioni bellicose contro il sistema dei partiti e le soluzioni che propone, cioè di semplice contenimento del sistema di privilegio e la creazione di nuovi carrozzoni politici, cioè le liste civiche, si comprende che il meccanismo di potere che abbiamo prima illustrato, non viene minimamente intaccato. Anzi, in questa marea di protesta leggera, c'è qualcuno che pensa già di poterla sfruttare per dar corpo a ipotesi repubblicane autoritarie. Basta guardare i dieci punti di Veltroni, "Democratico" doc, quando nel suo progetto punta a diminuire fortemente il numero dei parlamentari, per rafforzare il potere esecutivo ed in particolare del Premier, a discapito degli altri poteri dello stato. Ipotesi autoritaria che si nasconde dietro il velo dell'efficientismo e del populismo e che Veltroni, con tutto il Centro-Sinistra, mischia pericolosamente con politiche repressive e discriminatorie contro i più deboli e gli ultimi della società: i clandestini, i lavavetri, i rom. Populismo, voglia di pulizia, maggior potere all'Esecutivo, caccia ai nuovi paria, tutti elementi decisamente inquietanti.

Prospettive libertarie
Anche se i tempi sono difficili, nella società si muovono forze positive che resistono allo stato, agli interressi militari e affaristici. Dalla Val di Susa a Vicenza, alle mille lotte contro i rigassificatori e gli inceneritori, molte comunità lottano e si autorganizzano per affermare il proprio controllo sul territorio, contendendolo nei fatti allo stato.
Noi anarchici siamo in queste lotte autorganizzate perché sono movimenti che, se non possono già abbattere lo stato, lo possono invece scardinare, indebolire, e per noi ciò, sarebbe comunque un passo avanti.
Ma sono movimenti che ci pongono anche problemi diversi, poiché la "politica" si ricicla anche al loro interno, attraverso il meccanismo secolare e duro a morire della delega del potere. Partiti, sindacati e gruppi vari tendono così a riprodurre lo stato nei suoi meccanismi e quindi a svuotare l'autorganizzazione nel suo significato essenziale, cioè la capacità di gestire collettivamente e orizzontalmente la cosa pubblica, senza assegnare a nessuna istituzione alcuna autorità decisionale.
È un pericolo con cui ci stiamo già scontrando in Val di Susa, a Vicenza e non solo. In questi casi la "politica" ha dei "costi" ben diversi, ma non meno dannosi per la società. Distrugge, divide ed indebolisce le lotte, spopola le assemblee e si riappropria del timone. Noi, anche per questo, saremo in ogni dove, fieri nemici di questa "politica" e partigiani autentici dell'autorganizzazione solidale e libertaria. Cercheremo quindi di dare il nostro contributo affinché si svelino i veri costi della "politica" e si affermi un immaginario libertario. 

Riccardo Bonelli

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