61 persone, tra cui 11 bambini. Nella notte tra il 13 e il 14
ottobre hanno cercato di bruciarli vivi. Non ci sono riusciti solo per
un caso: un ragazzo ha sentito il rumore delle molotov e ha dato
l'allarme. Poteva essere una strage. Una strage razzista, perché
la colpa di questi 61 uomini, donne e bambini è essere poveri e
rom. Il giorno successivo il TG regionale sostiene che i rom potrebbero
aver incendiato le loro baracche e roulotte per ottenere un posto
migliore, perché ormai certi di un prossimo sgombero. Il giorno
successivo Stampa e Repubblica sono più sfumate, ma sempre
alludono alla "stranezza" di un incendio senza vittime, alla perdita
nel rogo di tutti i documenti.
L'assessore Borgogno dichiara che non era previsto nessuno sgombero e
aggiunge, bontà sua, che se venisse confermata la matrice
razzista sarebbe un fatto molto grave.
Il console romeno usa parole dure contro i suoi connazionali rom, minacciando di collaborare al loro allontanamento.
Il tutto in un clima cittadino di crescente intolleranza e razzismo: si
annunciano per i prossimi giorni nuove iniziative di comitati spontanei
di cittadini e commercianti che invocano polizia e repressione.
Evidentemente abitare in Italia, un paese con una delle più alte
percentuali di tutori del disordine statale in rapporto alla
popolazione non basta: serve di più.
Sin qui quello che ogni buon cittadino torinese che legge un quotidiano o ascolta un tg può sapere.
Quello che la cortina fumogena dell'informazione di regime cela è ben altro.
I rom che occupavano abusivamente uno straccio di terra in via
Vistrorio vicino alla Stura sono romeni, ossia cittadini europei con
tutto l'interesse a conservare i preziosi documenti che hanno sinora
impedito al governo italiano di deportarli come succedeva sino allo
scorso anno. Il gruppo che ha subito l'attentato è composto di
gente cacciata via dal cosiddetto campo "emergenza freddo" che il
comune ha chiuso a primavera, altri sono reduci da Mappano, dove un
altro campo bruciò lo scorso anno, un ultimo gruppo proviene
dallo sgombero di lungo Stura Lazio.
Un mese fa erano stati minacciati da un gruppo di italiani, tre uomini
e una donna, che, piombati di notte nell'accampamento di baracche e
roulotte, avevano intimato loro di andarsene altrimenti il campo
sarebbe bruciato. Nelle settimane successive alcuni anarchici solidali
avevano fatto avere loro degli estintori, che purtroppo si sono
rivelati inutili di fronte al dilagare del fuoco da più fronti.
L'immagine del campo distrutto tra cenere e miserabili macerie è
lo specchio di una società che sta alimentando un seme d'odio
che produce frutti velenosi.
Si tratta di gente che lavora, chi in regola, chi in nero, gente che
sta cercando una prospettiva di vita, lontano dalle persecuzioni e
dalla povertà della Romania.
Uno di loro ci racconta che guadagna, facendo straordinari e lavorando
anche il sabato, circa mille euro al mese: a noi sembra una miseria ma
per lui è la cuccagna. In Romania, dalle parti di Timisoara, la
città del sud da cui proviene, poteva ambire ad un salario di
150/200 euro; in compenso da quelle parti un chilo di carne costa il
doppio che a Torino. Spera di essere assunto stabilmente e di poter
affittare una casa dove vivere: la roulotte andata in fumo in via
Vistrorio gli era costata 200 euro.
Dopo l'incendio il comune ha allestito due tendoni all'interno del
campo emergenza freddo di Basse di Stura aperto in anticipo per far
fronte all'emergenza ma l'assessore Borgione si è affrettato a
chiarire che a Torino non c'è posto per un altro campo.
La sera del 14 ottobre, una bella domenica di autunno, accompagniamo in
macchina alla nuova tendopoli uno dei rom che, grazie alla
solidarietà dei soliti sovversivi ha messo insieme un po' di
abiti per se e per la figlia che il giorno dopo deve andare a scuola.
Via Basse di Stura è una strada senza uscita, priva di
illuminazione che corre tra i muri degli orti abusivi scendendo verso
la Stura. Imboccarla è come entrare in un altro pianeta:
immondizia ovunque e, surreale, una famiglia rom con l'abito buono che
fa la passeggiata serale. Il campo, illuminato da luci potenti,
è un grande piazzale chiuso da un cancello: all'ingresso i
vigili urbani controllano i documenti di chi entra, al centro si vedono
i due grossi tendoni che ospitano i rom vittime dell'incendio di via
Vistrorio. I giornali lo definiscono come posto privilegiato
perché c'è acqua e luce: probabilmente hanno ragione ma
noi, allontanandoci da questo non luogo, ci sentiamo accapponare la
pelle.
onan