Umanità Nova, n.36 dell'11 novembre 2007, anno 87

A Genova. Non solo per ricordare


Nei giorni immediatamente seguenti ai fatti del luglio 2001 le città, italiane ma non solo, vennero attraversate da manifestazioni nel nome di Carlo Giuliani. Centinaia di migliaia di persone che avevano partecipato alle proteste contro il G8, una volta tornate a casa raccontarono a tutti quello che era successo a Genova. Molti descrissero gli inseguimenti ed i gas dei lacrimogeni, tanti mostrarono i segni che i manganelli avevano lasciato sulla loro pelle e tutti avevano ben impresso nella memoria il significato del termine "violenza di stato".
Il 17 novembre prossimo è stata indetta una manifestazione a Genova per protestare contro le richieste di condanna formulate nel processo a 25 tra le centinaia di persone che furono arrestate in quei giorni di luglio. La pesantezza delle accuse e delle pene chieste (225 anni di carcere e milioni di euro di risarcimento) non riguardano solo un gruppo di violenti, come vorrebbe far credere chi sostiene le tesi colpevoliste. Ad essere processato è tutto un movimento che, a partire da quella esperienza, ha provato a lottare contro il capitalismo globale attraverso l'opposizione alla guerra ed alle politiche di sfruttamento e di oppressione che ne sono un inestricabile corollario.
La spinta iniziale di Genova si è però scontrata contro diversi ostacoli: da una parte, il tentativo di recupero (parzialmente riuscito) di quella forza all'interno del teatrino istituzionale. Dall'altra c'è stato, col passare del tempo, il disimpegno di tanti di quelli che 7 anni fa si erano impegnati in prima persona. A questo va aggiunto lo scarso sostegno dato durante tutti questi anni alla difesa di coloro che sono diventati gli agnelli sacrificali sull'altare dell'attuale politica che sta costruendo, giorno dopo giorno, la società futura a forma di carcere.
È anche per questo che si dovrebbe essere di nuovo in piazza a Genova, per gridare con determinazione la nostra opposizione alla deriva securitaria che in questi giorni sta mostrando tutta la propria barbarie, a forza di rappresaglie in stile nazifascista e di razzismo in doppiopetto. La caccia al diverso, che si svolga con gli strumenti della legge o con quelli delle squadracce, è parte della stessa politica messa in atto nel 2001.
Questa manifestazione rischia però di arrivare forse troppo tardi per dare la necessaria solidarietà e il sostegno dei quali c'era bisogno fin da subito e per riannodare il filo rosso che ha portato a Genova una intera generazione. E sarebbe anche un errore mobilitarsi in sostegno a quelli che si pongono come obiettivo una inutile commissione di inchiesta su Genova, visto che sono gli stessi che hanno fin dall'inizio scaricato la colpa di tutto sul blocco nero falsamente accusato di essere connivente con la polizia, gli stessi che in questi giorni in parlamento stanno sostenendo la caccia allo straniero.
Ma, cosa più importante di tutte, bisognerebbe riprendere ad interrogarsi collettivamente non solo sugli eventi di Genova, ma anche su tutto quanto è avvenuto fino ad oggi ad un movimento che sembrava avesse un futuro davanti a sé e che poi invece non è stato più capace di esprimere pienamente le potenzialità mostrate in quei mesi. Proprio oggi che ce ne sarebbe maggiormente bisogno.
Le diverse lotte in corso, dal "NO-TAV" al "NO Dal Molin" (solo per citare quelle più note), mostrano che non tutto è fermo, che una delle strade percorribili passa in questo momento attraverso il coinvolgimento delle popolazioni su tematiche concrete. Una sfida da raccogliere per tutti coloro che sono ancora convinti che un mondo diverso oltre che possibile e necessario è, visti i tempi che corrono, dannatamente urgente.

Pepsy

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