Nei giorni immediatamente seguenti ai fatti del luglio 2001 le
città, italiane ma non solo, vennero attraversate da
manifestazioni nel nome di Carlo Giuliani. Centinaia di migliaia di
persone che avevano partecipato alle proteste contro il G8, una volta
tornate a casa raccontarono a tutti quello che era successo a Genova.
Molti descrissero gli inseguimenti ed i gas dei lacrimogeni, tanti
mostrarono i segni che i manganelli avevano lasciato sulla loro pelle e
tutti avevano ben impresso nella memoria il significato del termine
"violenza di stato".
Il 17 novembre prossimo è stata indetta una manifestazione a
Genova per protestare contro le richieste di condanna formulate nel
processo a 25 tra le centinaia di persone che furono arrestate in quei
giorni di luglio. La pesantezza delle accuse e delle pene chieste (225
anni di carcere e milioni di euro di risarcimento) non riguardano solo
un gruppo di violenti, come vorrebbe far credere chi sostiene le tesi
colpevoliste. Ad essere processato è tutto un movimento che, a
partire da quella esperienza, ha provato a lottare contro il
capitalismo globale attraverso l'opposizione alla guerra ed alle
politiche di sfruttamento e di oppressione che ne sono un inestricabile
corollario.
La spinta iniziale di Genova si è però scontrata contro
diversi ostacoli: da una parte, il tentativo di recupero (parzialmente
riuscito) di quella forza all'interno del teatrino istituzionale.
Dall'altra c'è stato, col passare del tempo, il disimpegno di
tanti di quelli che 7 anni fa si erano impegnati in prima persona. A
questo va aggiunto lo scarso sostegno dato durante tutti questi anni
alla difesa di coloro che sono diventati gli agnelli sacrificali
sull'altare dell'attuale politica che sta costruendo, giorno dopo
giorno, la società futura a forma di carcere.
È anche per questo che si dovrebbe essere di nuovo in piazza a
Genova, per gridare con determinazione la nostra opposizione alla
deriva securitaria che in questi giorni sta mostrando tutta la propria
barbarie, a forza di rappresaglie in stile nazifascista e di razzismo
in doppiopetto. La caccia al diverso, che si svolga con gli strumenti
della legge o con quelli delle squadracce, è parte della stessa
politica messa in atto nel 2001.
Questa manifestazione rischia però di arrivare forse troppo
tardi per dare la necessaria solidarietà e il sostegno dei quali
c'era bisogno fin da subito e per riannodare il filo rosso che ha
portato a Genova una intera generazione. E sarebbe anche un errore
mobilitarsi in sostegno a quelli che si pongono come obiettivo una
inutile commissione di inchiesta su Genova, visto che sono gli stessi
che hanno fin dall'inizio scaricato la colpa di tutto sul blocco nero
falsamente accusato di essere connivente con la polizia, gli stessi che
in questi giorni in parlamento stanno sostenendo la caccia allo
straniero.
Ma, cosa più importante di tutte, bisognerebbe riprendere ad
interrogarsi collettivamente non solo sugli eventi di Genova, ma anche
su tutto quanto è avvenuto fino ad oggi ad un movimento che
sembrava avesse un futuro davanti a sé e che poi invece non
è stato più capace di esprimere pienamente le
potenzialità mostrate in quei mesi. Proprio oggi che ce ne
sarebbe maggiormente bisogno.
Le diverse lotte in corso, dal "NO-TAV" al "NO Dal Molin" (solo per
citare quelle più note), mostrano che non tutto è fermo,
che una delle strade percorribili passa in questo momento attraverso il
coinvolgimento delle popolazioni su tematiche concrete. Una sfida da
raccogliere per tutti coloro che sono ancora convinti che un mondo
diverso oltre che possibile e necessario è, visti i tempi che
corrono, dannatamente urgente.
Pepsy