225 anni di galera. C'è voluta la scossa delle richieste del
PM al processo contro 25 di coloro che, nel luglio del 2001,
manifestarono a Genova contro il G8, perché si tornasse a
parlare di quei giorni, perché scattasse la voglia di reagire,
di andare in piazza in solidarietà ai compagni che rischiano
lunghi anni di detenzione.
Quello che accadde è ormai parte della memoria collettiva:
migliaia e migliaia di persone che scendono in piazza, la repressione
feroce, il massacro della Diaz, le torture di Bolzaneto, l'assassinio
di Carlo Giuliani.
I più sono convinti che di quei giorni si sappia ormai tutto,
che la verità su quello che accadde, che qualcuno vorrebbe
relegata alle aule di tribunale o alle commissioni parlamentari, sia un
patrimonio ormai acquisito.
Eppure non è così. In questa storia vi è un
convitato di pietra: un movimento che voleva mettere in discussione
l'ordine del mondo e che è naufragato sul lungomare di Genova.
Un naufragio che si è consumato a lungo, attraversando l'11
settembre, la guerra permanente, le leggi speciali, per giungere a
questi giorni di follia e crudeltà, giorni di fascisti scatenati
e di un governo che stringe il cappio della legge al collo dei poveri,
degli immigrati, dei pochi che ancora si oppongono concretamente alla
marea scura che avanza.
Il 19 20 21 luglio del 2001 venne elaborata la favola consolatoria di
un movimento segnato da aurorale innocenza, vittima della violenza
dello Stato, che massacra gli inermi e "lascia fare" chi attacca
banche, supermercati, carceri. Il Blocco Nero in particolare e poi gli
anarchici in generale sono trattati come corpi estranei, protetti dalla
polizia, agiti da infiltrati che li guidano tra i non violenti per
farli caricare.
Eppure erano ormai anni che i movimenti contestavano i vertici dei
potenti dando vita a manifestazioni in cui convivevano anime diverse,
che in piazza avevano differenti approcci. Ricordo i cortei tematici
dei cortei praghesi o le zone delle manifestazioni canadesi. Tanti
volti, tanti modi di esprimere la propria opposizione, ma un unico
movimento. Anche a Genova avrebbe dovuto essere così: tante
piazze tematiche, tanti luoghi perché ciascuno potesse
manifestare come preferiva.
La gran parte degli anarchici italiani, riuniti sotto il cartello
"anarchici contro il G8", decise di evitare il teatrino mediatico,
l'assedio alla zona rossa e scelse di manifestare nel ponente genovese,
a Sanpierdarena, storico quartiere operaio, mirando a coinvolgerne la
popolazione.
Tutti gli altri optarono per la contestazione del vertice, cercando di
violare le barriere della zona rossa. Ciascuno a suo modo. La risposta
violenta delle forze del disordine statale avrebbe dovuto essere
prevista. Non molto prima in Svezia al vertice di Goteborg, per poco
non c'era scappato il morto: un ragazzo di 19 anni aveva lottato per
giorni tra la vita e la morte per le tre pallottole che un poliziotto
gli aveva piantato in corpo.
Solo nelle favole sulla democrazia si racconta che assediare per giorni
i padroni nel mondo asserragliati nei loro palazzi, circondati da
uomini armati, sia una pratica indolore. Sebbene si rimanesse sul piano
simbolico, poiché le varie strategie di piazza – da quelle
non violente a quelle di attacco – avevano necessariamente una
mera valenza comunicativa, tuttavia rendevano visibile una crisi di
legittimità ampiamente condivisa.
A Genova accadde quello che era già accaduto altrove, solo su
scala più ampia: la democrazia reale, non il fantasma che ci
mostrano negli spot elettorali, si dispiegò davanti a decine
migliaia di manifestanti, picchiando di santa ragione tutti quelli su
cui riuscì a posare i propri manganelli, calci di fucile,
scarponi. Gasò senza pietà i buoni e i cattivi, i
moderati e gli estremisti. Sarebbe stata una buona occasione per
guardare in faccia il potere e per capire che di poteri buoni non ce ne
sono. Un'occasione perduta.
A Genova il movimento si spaccò e rapidamente si estinse nelle
inutili passeggiate romane contro la guerra. Più facile accusare
il Blocco Nero di connivenza con la polizia che guardare negli occhi la
bestia.
A sei anni da quel luglio si torna a Genova e sulla nostra strada ci
sono molte più macerie di allora: milioni di morti in Iraq e
Afganistan, la tortura come arma di guerra riconosciuta, le
deportazioni degli indesiderabili, secoli di galera per chi si oppone.
A Genova, come a Milano, come a Torino. Per tutti la stessa accusa:
"devastazione e saccheggio".
Nei prossimi mesi si giocheranno molte partite importanti: dal blocco
della nuova base USA a Vicenza alla lotta contro le mille
nocività che ci affliggono, dall'opposizione alle leggi
razziste, alla lotta contro la precarietà per legge.
Sarà un banco di prova per tentare ancora di vincere la
scommessa forte di ogni movimento che voglia vincere e non solo
testimoniare: saldare radicalità degli obiettivi, radicamento
sociale e capacità di mettere in rete solidale i tanti che, oggi
come le luglio 2001, si oppongono all'ordine feroce del mondo.
Ripartendo da Genova, dalla solidarietà ai 25 compagni sotto processo, dalla riconquista di una memoria spezzata.
onan