Si è concluso lunedì 12 novembre il processo contro 18
antifascisti per i fatti avvenuti l'11 marzo 2006 in corso Buenos
Aires, quando una manifestazione indetta per contrastare un raduno di
Fiamma tricolore sfociò in scontri con le forze dell'Ordine
schierate a difesa dei fascisti. La Corte d'appello ha confermato 15
condanne a 4 anni di carcere per "concorso morale in devastazione e
saccheggio", due assoluzioni per non aver commesso il fatto, una
condanna ridotta a 4 mesi per possesso di "arma impropria", e centinaia
di migliaia di euro di risarcimento alle parti civili, concludendo
così un processo contrassegnato dalla mancanza di prove dirette,
di identificate e riconosciute responsabilità personali, animato
da una volontà tutta politica di colpire nel mucchio, con pene
esemplari dando vita tra l'altro ad un grave precedente giuridico,
soprattutto perché il reato di devastazione e saccheggio, che
riemerge dai codici del ventennio fascista, non è mai stato
applicato per manifestazioni politiche. Guarda caso è lo stesso
reato contestato ai manifestanti sotto processo a Torino e a quelli
accusati per il G8 di Genova; in questa ottica la gravità di
tale sentenza è manifesta perché si propone come
apripista per altre sentenze altrettanto devastanti.
La stessa elaborazione del "concorso morale" è in chiaro
dispregio delle stesse leggi fondamentali della Repubblica
"antifascista" che proclamano la responsabilità personale
nell'atto compiuto e si rivolge come un'arma puntata contro coloro che
sono partecipi di qualunque manifestazione che sfoci, indipendentemente
dalla loro volontà. in incidenti e scontri: un chiaro messaggio
che intendere dissuadere e sostanzialmente annichilire ogni forma di
opposizione di piazza.
Ricordiamo che l'11 marzo, per 40 minuti la polizia sbarrò la
strada a cento/duecento antifascisti che intendevano raggiungere la
piazza ove si sarebbe dovuto tenere, dopo poche ore, il concentramento
fascista. Il fronteggiamento seguito, durato per 40 minuti, fu
caratterizzato da una piccola barricata, alcune vetrine andate in
pezzi, un paio di automobili e il negozio di Alleanza Nazionale
incendiate ed altri danneggiamenti di minor rilievo. Sostanzialmente un
evento che fu, per le sue caratteristiche spettacolari (fiamme, fumo,
ecc.) utilizzato a piene mani nella campagna elettorale in corso, ma
non paragonabile ad altri eventi che nei decenni scorsi hanno
contrassegnato la mobilitazione antifascista di questa città, se
non per la durezza con la quale polizia e magistratura hanno poi
operato con 44 persone arrestate a caso, 25 tra ragazzi e ragazze dai
venti e trent'anni rinchiusi in carcere per ben 4 mesi e mezzo prima di
essere processati, sostenuta da un quadro politico convergente: da
destra e da sinistra tutti chiedevano di punire duramente i "teppisti",
mentre quel che rimaneva del movimento antagonista milanese entrava in
una fase di profonda crisi. Successivamente 29 degli arrestati sono
stati liberati o prosciolti con formula piena, alcuni di essi hanno
anche ottenuto un risarcimento monetario per il tempo trascorso in
carcere. Gli altri sono stati condannati nel luglio 2006 al processo di
primo grado in base alle stesse prove, inconsistenti, presentate al
processo d'appello: foto generiche di persone che stavano manifestando.
E se i condannati, beneficiando di uno sconto di tre anni per l'indulto
ai quali vanno aggiunti i mesi già passati in cella o ai
domiciliari, hanno di fatto già scontato la loro pena, la
condanna a loro inflitta viene ora utilizzata come minaccia concreta a
quanti intendono opporsi alla deriva autoritaria in atto che negli
avvenimenti di queste ultime settimane trova ulteriore e preoccupante
conferma.
max