Umanità Nova, n.39 del 2 dicembre 2007, anno 87

Gladio. Tutti gli uomini del presidente Kossiga


Che Francesco Cossiga sia uno dei più lucidi rappresentanti della Prima Repubblica è osservazione quasi pleonastica. Per quello che sa e non dice; per quello che sa e dice; per come lo dice; per il ruolo che ha rivestito nelle vicende italiane dell'ultimo mezzo secolo.
Attivo sin dai primissimi anni del secondo dopoguerra nella variegata compagine della Democrazia cristiana, Cossiga può essere, a suo modo, considerato un combattente che non ha mai fatto prigionieri, per usare una metafora. E lui di militari certo se ne intende parecchio, giacché spesso ne ha imitato i modi e le strategie. Per altro verso il presidente Cossiga è senz'altro il più grande interprete delle teorie del famoso generale prussiano Von Clausevitz che ha lasciato scritto: "La guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, una sua continuazione con altri mezzi." A ben guardare, dentro a questa lapidaria definizione l'organizzazione Gladio ci si incastra perfettamente e dunque che lo stesso Cossiga sia firmatario, come apprendo da L'Unità del 26 ottobre, di una proposta di legge da lui stesso depositata al Senato affinché si riconosca ai membri di Gladio lo status di personale militare, non deve lasciare sorpresi. Il presidente Cossiga sa benissimo che ci sarà molto da discutere su questa singolare richiesta, perché non è chiaro se ricorrano, nel caso presente, le fattispecie giuridiche utili a portare a buon fine l'intento espresso nella proposta. Ma, come è capitato spesso quando il famoso "picconatore" ha dato fiato alle trombe, bisogna anche saper cogliere la sottile provocazione che sta appena dietro l'angolo.
Temo di essere completamente d'accordo col presidente. Vale a dire che, almeno sul piano concettuale, non vedo perché non si dovrebbe riconoscere alla struttura Gladio la conformità istituzionale che gli spetta. Paradossalmente – e onde evitare fraintendimenti sia chiaro che da questo momento in avanti ragionerò proprio per paradossi – nonostante il gruppo Gladio sia frutto di un'intesa tra servizi segreti e non tra governi, gli unici legittimati a prendere accordi ufficiali validi sulla base del diritto internazionale, non si può dubitare del fatto, sulla base degli elementi all'oggi a nostra disposizione, che l'organizzazione sia stata strutturata secondo un protocollo tipicamente militare con tanto di diramazioni europee fino a costituire parte, appunto, della rete chiamata "Stay behind"; stare "dietro" secondo una buona traduzione in italiano e non stare "indietro" come anni fa suggeriva qualche buontempone per stemperare la ragione profonda dell'approntamento del network, brutto termine ma efficace, disposto a sorvegliare la parte ad ovest del Reno della Cortina di ferro.
Sorvegliare e intervenire, sia ben chiaro. Mi ha fatto sorridere dover constatare che, a distanza di così tanti anni, L'Unità continui a riproporre l'idea di una Gladio costituita per "contrastare un'eventuale invasione dell'Italia da parte dell'Unione sovietica", accadimento impossibile se non altro perché il compagno Togliatti sarebbe rimasto decisamente senza lavoro. Al di là delle battute, credo che anche recenti contributi storiografici abbiano dimostrato che l'assetto internazionale stabilito nell'epoca della cosiddetta Guerra fredda non prevedeva alcuna possibile variazione agli equilibri che avrebbero dovuto mantenere tale il bipolarismo in terra d'Europa e quindi una sortita dell'Armata rossa verso l'Adriatico sarebbe stata impensabile. Piuttosto si doveva discutere, e così si fece, di equilibri interni, di controllo del territorio, di scenari locali e di strategie di salvaguardia del modello occidentale a Occidente, non ad Oriente. Ritorna qui, in maniera abbastanza prepotente, il concetto dello "stabilizzare destabilizzando"; Gladio servì anche a questo e in termini di operatività concreta l'organizzazione doveva saper rispondere alle sollecitazioni di centri di potere variamente configurati che potevano disporre di unità perfettamente addestrate e pronte all'intervento. Un esercito invisibile, ma pur sempre esercito; a differenza dei corpi speciali, presenti secondo tradizione non soltanto nell'esercito, Gladio combatteva in parte la guerra delle spie e in parte la guerra guerreggiata di soldati ai quali di volta in volta si indicava il nemico. Può sembrare singolare che tutt'intorno la pace fosse stata dichiarata sovrana, ma è, in fondo, soltanto questione di punti di vista.
Va tenuto presente, in aggiunta, che anche altre squadre, altri temibili agenti operativi, si sono mossi in lungo e largo nella penisola a costituire pericolosi gruppi di fuoco e basterà pensare all'innervatura operativa voluta e promossa dall'Ufficio Affari riservati del Viminale al comando per anni di Federico Umberto D'Amato. Nel magmatico e multicentrico panorama italiano delle organizzazioni più o meno segrete, Gladio è indubbiamente quella che di più somiglia ad un esercito; se a ciò aggiungiamo che ancora adesso non sono chiare le attività realmente svolte dal gruppo, chiare dal punto di vista giudiziario intendo, è evidente come a distanza di alcuni decenni nella labile e compromessa memoria degli italiani possa far capolino la convinzione che anche quella fosse la semplice, e per alcuni doverosa, risposta al pericolo rosso che premeva dalle steppe sovietiche per impossessarsi del mondo e che, per difendere la libertà di tutti, pochi si siano sacrificati lavorando nell'ombra. Questo, del resto, è il Paese delle grandi e presunte riconciliazioni, un'enorme zona grigia nella quale i conflitti si annullano per definizione, il fascismo è stato un parentesi effimera, la strategia della tensione e le bombe nelle piazze uno spiacevole incidente di percorso e ormai appena un brutto ricordo. Storia in una parola. E proprio per riconoscerne il valore storico il presidente Cossiga suggerisce che Gladio trovi una sua definitiva legittimità, implicitamente avvalorando una scelta compiuta più di cinquant'anni fa per costruire un ordine politico, culturale e sociale che è rimasto da allora invariato nella sostanza e che dovremo consegnare, purtroppo, tale e quale alle nostre figlie e ai nostri figli. Non c'è dubbio che Francesco Cossiga sia più realista del re.

Mario Coglitore

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