Che Francesco Cossiga sia uno dei più lucidi rappresentanti
della Prima Repubblica è osservazione quasi pleonastica. Per
quello che sa e non dice; per quello che sa e dice; per come lo dice;
per il ruolo che ha rivestito nelle vicende italiane dell'ultimo mezzo
secolo.
Attivo sin dai primissimi anni del secondo dopoguerra nella variegata
compagine della Democrazia cristiana, Cossiga può essere, a suo
modo, considerato un combattente che non ha mai fatto prigionieri, per
usare una metafora. E lui di militari certo se ne intende parecchio,
giacché spesso ne ha imitato i modi e le strategie. Per altro
verso il presidente Cossiga è senz'altro il più grande
interprete delle teorie del famoso generale prussiano Von Clausevitz
che ha lasciato scritto: "La guerra non è dunque solamente un
atto politico, ma un vero strumento della politica, una sua
continuazione con altri mezzi." A ben guardare, dentro a questa
lapidaria definizione l'organizzazione Gladio ci si incastra
perfettamente e dunque che lo stesso Cossiga sia firmatario, come
apprendo da L'Unità del 26 ottobre, di una proposta di legge da
lui stesso depositata al Senato affinché si riconosca ai membri
di Gladio lo status di personale militare, non deve lasciare sorpresi.
Il presidente Cossiga sa benissimo che ci sarà molto da
discutere su questa singolare richiesta, perché non è
chiaro se ricorrano, nel caso presente, le fattispecie giuridiche utili
a portare a buon fine l'intento espresso nella proposta. Ma, come
è capitato spesso quando il famoso "picconatore" ha dato fiato
alle trombe, bisogna anche saper cogliere la sottile provocazione che
sta appena dietro l'angolo.
Temo di essere completamente d'accordo col presidente. Vale a dire che,
almeno sul piano concettuale, non vedo perché non si dovrebbe
riconoscere alla struttura Gladio la conformità istituzionale
che gli spetta. Paradossalmente – e onde evitare fraintendimenti
sia chiaro che da questo momento in avanti ragionerò proprio per
paradossi – nonostante il gruppo Gladio sia frutto di un'intesa
tra servizi segreti e non tra governi, gli unici legittimati a prendere
accordi ufficiali validi sulla base del diritto internazionale, non si
può dubitare del fatto, sulla base degli elementi all'oggi a
nostra disposizione, che l'organizzazione sia stata strutturata secondo
un protocollo tipicamente militare con tanto di diramazioni europee
fino a costituire parte, appunto, della rete chiamata "Stay behind";
stare "dietro" secondo una buona traduzione in italiano e non stare
"indietro" come anni fa suggeriva qualche buontempone per stemperare la
ragione profonda dell'approntamento del network, brutto termine ma
efficace, disposto a sorvegliare la parte ad ovest del Reno della
Cortina di ferro.
Sorvegliare e intervenire, sia ben chiaro. Mi ha fatto sorridere dover
constatare che, a distanza di così tanti anni, L'Unità
continui a riproporre l'idea di una Gladio costituita per "contrastare
un'eventuale invasione dell'Italia da parte dell'Unione sovietica",
accadimento impossibile se non altro perché il compagno
Togliatti sarebbe rimasto decisamente senza lavoro. Al di là
delle battute, credo che anche recenti contributi storiografici abbiano
dimostrato che l'assetto internazionale stabilito nell'epoca della
cosiddetta Guerra fredda non prevedeva alcuna possibile variazione agli
equilibri che avrebbero dovuto mantenere tale il bipolarismo in terra
d'Europa e quindi una sortita dell'Armata rossa verso l'Adriatico
sarebbe stata impensabile. Piuttosto si doveva discutere, e così
si fece, di equilibri interni, di controllo del territorio, di scenari
locali e di strategie di salvaguardia del modello occidentale a
Occidente, non ad Oriente. Ritorna qui, in maniera abbastanza
prepotente, il concetto dello "stabilizzare destabilizzando"; Gladio
servì anche a questo e in termini di operatività concreta
l'organizzazione doveva saper rispondere alle sollecitazioni di centri
di potere variamente configurati che potevano disporre di unità
perfettamente addestrate e pronte all'intervento. Un esercito
invisibile, ma pur sempre esercito; a differenza dei corpi speciali,
presenti secondo tradizione non soltanto nell'esercito, Gladio
combatteva in parte la guerra delle spie e in parte la guerra
guerreggiata di soldati ai quali di volta in volta si indicava il
nemico. Può sembrare singolare che tutt'intorno la pace fosse
stata dichiarata sovrana, ma è, in fondo, soltanto questione di
punti di vista.
Va tenuto presente, in aggiunta, che anche altre squadre, altri
temibili agenti operativi, si sono mossi in lungo e largo nella
penisola a costituire pericolosi gruppi di fuoco e basterà
pensare all'innervatura operativa voluta e promossa dall'Ufficio Affari
riservati del Viminale al comando per anni di Federico Umberto D'Amato.
Nel magmatico e multicentrico panorama italiano delle organizzazioni
più o meno segrete, Gladio è indubbiamente quella che di
più somiglia ad un esercito; se a ciò aggiungiamo che
ancora adesso non sono chiare le attività realmente svolte dal
gruppo, chiare dal punto di vista giudiziario intendo, è
evidente come a distanza di alcuni decenni nella labile e compromessa
memoria degli italiani possa far capolino la convinzione che anche
quella fosse la semplice, e per alcuni doverosa, risposta al pericolo
rosso che premeva dalle steppe sovietiche per impossessarsi del mondo e
che, per difendere la libertà di tutti, pochi si siano
sacrificati lavorando nell'ombra. Questo, del resto, è il Paese
delle grandi e presunte riconciliazioni, un'enorme zona grigia nella
quale i conflitti si annullano per definizione, il fascismo è
stato un parentesi effimera, la strategia della tensione e le bombe
nelle piazze uno spiacevole incidente di percorso e ormai appena un
brutto ricordo. Storia in una parola. E proprio per riconoscerne il
valore storico il presidente Cossiga suggerisce che Gladio trovi una
sua definitiva legittimità, implicitamente avvalorando una
scelta compiuta più di cinquant'anni fa per costruire un ordine
politico, culturale e sociale che è rimasto da allora invariato
nella sostanza e che dovremo consegnare, purtroppo, tale e quale alle
nostre figlie e ai nostri figli. Non c'è dubbio che Francesco
Cossiga sia più realista del re.
Mario Coglitore