Umanità Nova, n.40 del 9 dicembre 2007, anno 87

Dal Sessantotto alla Controriforma. La scuola media tra cronaca e memoria


Chi scrive è al suo 40° anno scolastico di insegnamento (materie letterarie nella scuola media dell'obbligo). Quelle che seguono sono pertanto brevi, schematiche, note di riflessione sulla scuola, sulle sue trasformazioni, a partire dall'esperienza autobiografica.
Per comodità e chiarezza, questo lungo percorso viene qui suddiviso in tre segmenti fondamentali, ciascuno con peculiarità specifiche:
- dall'anno scolastico (A. S.) 1968/69 all'A. S. 1983/984;
- dall'A. S. 1984/85 all'A. S. 2003/2004
- dall'A. S. 2004/2005 all'attuale 2007/2008
Il primo periodo (dal 68/69 all'83/84) è costituito dagli anni di insegnamento presso la piccola scuola media di un comune di neppure 5.000 abitanti della provincia di Biella, Mongrando, a carattere misto industriale/agricolo.
Sono gli anni dell'"apprendistato", ma anche, più in generale, quelli dell'avvio di un primo rinnovamento pedagogico didattico (si ricordi che la "nuova" scuola media unica è del '62). Specialmente la lingua (con la nuova grammatica e la storia della lingua), la storia (con la comparsa della "storia materiale" nella prospettiva della "lunga durata"), la matematica (con l'insiemistica) conoscono una sensibile trasformazione dei metodi di insegnamento.
Ma è soprattutto l' "onda lunga" del Sessantotto che – specie a partire dalla metà degli anni '70 – si fa sentire in molti modi.
Tra i lavoratori della scuola nasce (accanto ai tradizionali sindacati corporativi) un primo sindacalismo di classe (allora, inizio anni settanta, Cgil Scuola), che, per la prima volta, connette programmaticamente rivendicazioni economiche e normative (a forte carattere egualitario) con la lotta per il rinnovamento generale della scuola.
Sono gli anni delle lotte contro la selezione e l'abbandono scolastico, delle assemblee sindacali in fabbrica sui problemi della scuola e sulla condizione studentesca. Va ricordato che è questa una linea di lotta che in seguito il sindacato Cgil (con la svolta dell'EUR del '77) ripudiò, e il nocciolo di classe sarà stabilmente ripreso solo nel '92, con la fondazione a Torino del Sindacato Scuola aderente alla CUB (per iniziativa, cura e fatica del compagno Cosimo Scarinzi).
Nella didattica, si afferma il metodo della ricerca sul campo, specie attraverso la pratica dell'intervista registrata. Chi scrive ricorda le esperienze di recupero di memoria storica (fonti orali registrate) di operai, contadini, combattenti delle due guerre mondiali, partigiani. Insomma scuola e società si pongono in reciproca relazione ed interagiscono. Le stesse istituzioni, a modo loro, ne devono prendere atto: sono del '77 i cosiddetti "decreti delegati", che istituiscono la rappresentanza da parte dei genitori all'interno della scuola (oggi molto "ritualizzata" e svuotata), nonché lo "stato giuridico" degli insegnanti (oggi di fatto cancellato).
Sono gli anni in cui si sperimentano i giornalini di classe e i primi cicli cinematografici (memorabili – per chi scrive – il giornaletto "il Giacobino" e il film "Nazarin" di Luis Buñuel, che suscitarono, entrambi, le ire del clero locale).

Il secondo periodo (dall'84/85 al 2003/2004) segna sia una svolta personale (il trasferimento di chi scrive dal piccolo comune del Biellese a Torino), sia un'importante innovazione strutturale della Scuola Media (introduzione del Tempo Prolungato e la "compresenza" tra docenti di differenti discipline), nonché l'ingresso, sempre più rilevante, di stranieri nella scuola italiana.
Sono gli anni (specie a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta) di più intensa sperimentazione ed innovazione: il Tempo Prolungato e le Compresenze Interdisciplinari stimolano ed insieme consentono nuove esperienze, che vedono la collaborazione e l'interazione tra insegnanti all'interno di progetti laboratoriali, che durano un intero anno scolastico e culminano – generalmente – in complesse "macchine teatrali".
Chi scrive si ritrovò dal settembre '84 alla scuola media statale "Benedetto Croce" di corso Novara, in Barriera di Milano, a Torino (ove insegna tutt'ora). Barriera di Milano è, storicamente, il più antico quartiere industriale (e dunque operaio) di Torino, ma radicalmente devastato da una radicale crisi di de-industrializzazione, che ha irrimediabilmente compromesso il suo tessuto sociale (nonché le sue antiche tradizioni sovversive). Il "nuovo" proletariato di Barriera di Milano è oggi largamente costituito dagli immigrati: dal NordAfrica, dall'Africa sub-sahariana, dall'Europa orientale, dall'Estremo Oriente, dal Sud America.
È con questo nuovo soggetto che negli ultimi vent'anni la "Media Croce" ha fatto i suoi conti in modo crescente, diventando sempre più – nel tempo – la "scuola degli stranieri" (oggi siamo – sui tre plessi dell'Istituto: Croce, Morelli, Verga – sul 54% circa di stranieri, ma la percentuale è in continua crescita: chi scrive, ad esempio, ha una nuova classe 1ª di 19 alunni di cui 15 stranieri).
La prima difficoltà di base, la conoscenza della lingua italiana, è stata affrontata organizzando corsi di alfabetizzazione (paralleli alle ore curricolari) su più livelli, ma è stato fondamentale – per gli insegnanti – riconoscere il loro "analfabetismo" culturale" rispetto alla complessa realtà socio – culturale con cui venivano a contatto. Così si è cercato di "rimediare" con i corsi (tenuti da volenterosi studenti universitari presso la stessa scuola sulle società araba e cinese (almeno quelle!).
Una scuola multietnica pone (tra gli altri) il problema dell'identità nel senso storico – culturale. Chi, come il sottoscritto, insegnando storia, si sia sempre posto tale questione, ha rapidamente scoperto che (salvo rarissime eccezioni) vi è - per tutti, italiani e stranieri – una drastica rimozione della memoria. Perciò può capitare, come al sottoscritto, che avendo fornito ai suoi alunni cinesi, in vista dell'esame di terza media, la traduzione italiana (con testo cinese a fronte) degli ultimi poeti cinesi (dalla tragedia di Tien An Men in poi), si vide proporre all'esame "San Maltino" di "Giosue Calducci" (sic).
Ma se l'identità non si è mantenuta come memoria e consapevolezza, si affaccia talvolta come rivendicazione grezza ed emotiva: allora è lo scontro, a volte violento, che è giunto a manifestarsi tra studenti anche non lontano dall'edificio scolastico. Ma qui, a ben vedere le "razze" non sono che "maschere" di ben altro: c'è un disagio sociale profondo, il senso percepito dell'emarginazione, la deprivazione culturale diffusa.
Naturalmente vanno operate nette distinzioni tra alunni di recente (o recentissima) immigrazione, con tutti i problemi "basici" (a partire dalla lingua) che ne scaturiscono, ed alunni che hanno già alle spalle alcuni anni di percorso scolastico in Italia. Per questi ultimi l'esperienza scolastica in quanto tale presenta, in generale, gli stessi problemi che coinvolgono gli studenti italiani: in questo senso (e in questi limiti) l'integrazione è un fatto reale (almeno nell'esperienza concreta dello scrivente alla "Media Croce" di Torino, anche grazie al ruolo svolto, in questi ultimi anni, da insegnanti di origine e madrelingua straniere (nella fattispecie: araba e spagnola) e da insegnanti italiani parlanti lingue dell'immigrazione (nella fattispecie: cinese).
Ma proprio qui sta il punto, ossia qui si pongono i problemi attuali più rilevanti per l'intero mondo della scuola e, particolarmente, per la fascia dell'obbligo.

E a questo punto prende le mosse il terzo periodo già ricordato (dal 2004/2005 al presente 2007/2008). È questo il tempo in cui prende forma e si dispiega (ben oltre le alterne vicende del quadro politico-governativo: da Luigi Berlinguer a Moratti a Fioroni) una vasta operazione di profondo rimodellamento della scuola nel suo insieme, ma che - non a caso – ha il suo fulcro nella scuola media inferiore.
La portata della manovra – almeno nelle intenzioni – storica: è dunque del tutto legittimo definirla in base ai contenuti che diremo una controriforma (che, ovviamente, si presenta – al solito – come "riforma").
In sintesi: si tratta di passare da una scuola dell'obbligo formativa (era questo il nocciolo della riforma del '62, che istituiva la scuola media unica, ultima erede della grande utopia illuministico-giacobina – incarnata nella legge dell'anno II della Repubblica – che acculturò l'Europa negli ultimi due secoli) ad una scuola istruttivo-addestrativa per soggetti subalterni.
Naturalmente l'operazione è presentata, secondo il costume del tempo, come una necessaria – e dunque indiscutibile – modernizzazione della istituzione scolastica. Di qui, innanzitutto, l'adozione, in questi ultimi anni, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione in tutti i suoi atti e manifestazioni (fino alle circolari per il personale docente) di una sorta di gigantesca "maschera" di (pseudo) razionalità, espressa attraverso un linguaggio criptico, che è la caricatura del linguaggio scientifico (senza averne alcun fondamento).
Nella realtà, la fine del "tempo prolungato" e delle "compresenze interdisciplinari" ha comportato un indebolimento delle materie curricolari (con le ben note attuali difficoltà nei campi della lingua e della matematica, pilastri di ogni autentica formazione), a vantaggio di una vasta (dis)articolazione di materie "opzionali" strutturate in "laboratori" interclasse. In tal modo vengono gravemente compromesse la continuità docente e l'unità del gruppo-classe (continuamente scomposta e ricomposta), due condizioni oggi più che mai necessarie per un processo di apprendimento di forte sostanza.
Così, nei fatti, la scuola pubblica, si piega ad un ruolo piattamente subalterno rispetto al sistema di potere dominante ed alle sue esigenze di riproduzione. La scuola dell'obbligo ridiventa così, pienamente, il luogo di addestramento delle classi subalterne al loro subordinato alla divisione capitalista del lavoro e al dominio classista dello Stato.
Le classi dominanti, non a caso, vanno riorganizzando i loro percorsi scolastici altrove, nel potenziamento e nella riqualificazione di già esistenti strutture private (non importa, a questo punto, se laiche o religiose) e/o nella creazione di nuove strutture scolastiche globali (come la mega-istituzione di Confindustria – dalla scuola materna alla specializzazione post-universitaria in allestimento a Roma).

Dal Sessantotto alla Controriforma: in 40 anni questo pare allo scrivente, in estrema sintesi, il senso epocale dell'arco di tempo che ha attraversato nella Scuola (e fuori).

Andando a scuola, comunque, alla fine qualcosa si impara. Il sottoscritto ha – faticosamente – imparato che, anche per garantire un minimo (e fragile) spazio di libertà e cultura, non c'è alternativa alla lotta. E mentre in Francia si proclama forte l'obiettivo di cancellare, specie dalla Scuola, ogni traccia del Sessantotto, pare doversi ragionevolmente concludere che proprio la Scuola (ma non solo) ha un gran bisogno di un nuovo Sessantotto.

Roberto Prato

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